Temi di vita: l’uguale

Quest’oggi, lunedì 24 ottobre 2016, bottega di idee ha deciso di dare il via a una rubrica settimanale riguardante tematiche secondo noi importanti, attuali e, per vari motivi, discusse poco e male. Questo settimanale, chiamato “Temi di vita”, si contraddistinguerà per la sua chiarezza e la sua forza comunicativa, anche a costo di andare contro al “mercato” o ad alcuni punti di riferimento per la società. L’obiettivo dichiarato è quello, ogni lunedì, di poter enucleare da un argomento volutamente generico diversi ambiti molto più specifici e vicini alla realtà quotidiana. Speriamo di riuscirci.

“Adesso che anche bella è un’esclamazione e ha perso la sua origine di estetica di osservazione”, recita Morgan in “Spirito e Virtù”. A torto o a ragione, il tema di fondo lanciato dal cantante dei Bluvertigo è insindacabile: il linguaggio, nel tempo, è mutato. Da un linguaggio variegato, sommo, aulico, prolisso, ma comprensibile, si è passati a un linguaggio assai più informale, sintetico, schematico, semplice, spontaneo. Da “bella” connotativo a “bella” esclamativo, il passaggio è breve, e ha dei motivi, che noi indicheremo qui di seguito:

  • se, un tempo, ritrovarsi in un caffé a chiaccherare sorseggiando un the era il massimo della rilassatezza, oggi viene visto come una perdita di tempo – a questo punto bisognerebbe chiarire il concetto di tempo, anche uscendo dal tanto attraente quanto evanescente modello occidentale, ma in un altro “Temi di vita” ci saranno certamente modi e tempi migliori per farlo. Il linguaggio, in tutte le sue declinazioni, deve sottostare alla legge del tempo, che oggi pare quasi imporre una svalutazione dell’importanza del saper parlare, a favore di una sempre più necessaria capacità di sintesi;
  • in una società autistica come quella capitalistico-occidentale (una sola parola, e non due), il linguaggio necessita dell’abbreviazione, intendendo questa come la perfetta esemplificazione di come il sottostare alle regole grammaticali sia un obbligo, e non una virtù;
  • con l’avvento degli smartphone, che piaccia o no, il linguaggio è stato talmente brutalizzato che, oggi, fenomeni come lapsus, fraintendimenti o incomprensioni dovute al modo di esprimersi sono in esponenziale crescita.

A loro volta, questi tre motivi vanno collocati in un orizzonte molto più ampio e molto più consolidato: il fenomeno della standardizzazione. La normalità. L’uguale, appunto. Tutto, oggi, deve essere standard. Obiettivo. Oggettivo. Normale. Uguale. Comparabile. Tutto deve appartenere a uno schema, a un riassunto, a un’analisi. Tutti hanno la presunzione di poter – e dover, addirittura – incasellare le persone, strutturarle. Perché, invece, nessuno prova a decomporle? A de-strutturarle, appunto? Sarebbe complesso, sì, e difficile. E difficoltà, come esposto sopra, oggi pare un male, mentre semplicità e sintesi vengono visti come un’obbligo, andando a contribuire al fenomeno del riduzionismo di cui Edgar Morin, e non bottega di idee, parla da anni. Ora, dato che nell’epoca del farmaco, del cognitivismo, e della scienza, la sintesi, la messa in logica e in numero del discorso, sono così apprezzati, io pongo una provocazione, derivante solo e soltanto da deduzione logiche e inattaccabile perché dimostrabili e dimostrate: a) negli ultimi anni, le separazioni sono in vertiginoso aumento; b) negli ultimi anni, prodotti di mercato riguardanti il singolo individuo, dal telefono al profumo, passando per la macchina, hanno raggiunto picchi stratosferici; c) tutto ciò che riguarda la privacy di una persona – già peraltro pienamente invasa dal Web -, dalle password ai backup passando per i cloud (Google Drive e Dropbox, per citarne due), ha assunto sempre più importanza, per poi sfociare, socialmente, nel “ognuno si faccia i cazzi propri” sempre più dilagante.  Esposte le tre tesi, assolutamente inappuntabili, si giunge al risultato, alla prova inconfutabile, al fil rouge che collega tutto questo primo “Temi di vita”: di parlare, non si è più capaci. Di unirsi tramite parole, di creare legami inscindibili – come dovrebbe essere il matrimonio -, non si è più capaci. La retorica, l’oratoria, la filosofia, oggi sono dilaniati da un’ignoranza che è talmente fomentata e adorata che ha addirittura la presunzione di sapere: non solo, insomma, non siamo capaci di dibattere, argomentare e ascoltare, ma vogliamo, addirittura, imporre la nostra ignoranza agli altri. In nome di cosa, poi? Di quell’uguale, di quel modello standard, di quella normalità tanto venerata?

Al termine di questo primo appuntamento con “Temi di vita”, bottega di idee vuole lasciarvi con un quesito provocatorio, anche ilare, ma con un contenuto purtroppo dal sapore amaro: siamo davvero così sicuri di preferire una ragazza alta, bellissima, magrissima, bionda, occhi verdi, seno pieno con maglie scollate, lati B evidenziati da pantaloni che fungono da mutandine, tacco ma non troppo, smartphone nella mano destra, sigaretta nella mano sinistra, rap nelle cuffie e zaino sulla spalla destra, a una “secchiona”, che conosce tutti i filosofi più importanti – li ha studiati a scuola -, e che schifa chi ha Instagram e Snapchat? Siamo davvero così sicuri di preferire una ragazza di moda, “figa”, come viene brutalmente definita, sicura di sé, rispetto a una impacciata, timida, ma sapiente? Quale ragazza, oggi, preferisce conoscere Dante, Gandhi e Freud rispetto all’avere un fisico formoso? E quale ragazzo preferisce la grandezza del contenuto rispetto alla grandezza della forma?

A questa domanda, ovviamente, bottega di idee non risponde. Ma sa, so, sappiamo, quale sia la risposta suggerita. Né troppo, né troppo poco. Né se stessa, ne l’altra. Né bianca, né negra – oh, il razzismo, che parentesi! -. Perché qualsiasi cosa si dica, si pensi, si sostenga, deve rientrare all’interno di una certa struttura, di un certo incasellamento, di una sorta di schematicità.

La risposta sarà normale, la risposta sarà l’uguale.

Bottega di idee



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