In nome della Verità: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Finalmente, bottega di idee, mantiene le promesse qui annunciate, portandovi testimonianza del lavoro sinergico svolto da questi due straordinari magistrati. Lavoro, meriti ed eredità di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Qui, in nome della Verità.

Nascono a un anno di distanza, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il primo nel 1939, il secondo nel 1940. Sin da subito, dai tempi delle elementari, i due bambini fanno amicizia: Paolo, cresciuto nel quartiere della Kalsa, frequentò il Liceo Classico e la facoltà di Giurisprudenza esattamente come Giovanni, con il quale, dai primi anni delle scuole elementari, era intento a condividere giochi e passioni. Se Falcone, sin da piccolino, amava Zorro ed era uno sfegatato pongista – come documentato in questo libro -; Borsellino, durante l’attività universitaria, si iscrisse a un gruppo di estrema destra. Nonostante ciò, nessuno ebbe mai alcun motivo per rinfacciarglielo, in quanto Borsellino applicò lo stesso metodo con tutto  e tutti, nel corso della sua vita: la giustizia prima di tutto.

Paolo Borsellino, dopo l’avvio della sua carriera, lavorò con il capitano Basile e con Rocco Chinnici, assassinati rispettivamente nel 1980 e nel 1983. Nel 1975 si trasferisce all’Ufficio istruzione processi penali, e lì viene raggiunto, quattro anni dopo, da Giovanni Falcone. I due iniziano a lavorare a stretto contatto, ma i risultanti non furono subito soddisfacenti. Se nel 1980, poco prima dell’assassinio a Basile, venne arrestato un primo gruppo di sei mafiosi, in generale, prima di allora, i lavori singoli dei magistrati non furono eccellenti quanto lo furono quelli collettivi ottenuti in seguito alla creazione del pool antimafia, istituito nel 1983 con l’arrivo di Antonino Caponnetto all’Ufficio istruzione processi penali, quantomai deciso, dopo l’assassinio di Chinnici, a proseguire sul solco segnato da Falcone e Borsellino. Così, nel 1983 i due, Di Lello e Guarnotta si riunirono nel pool antimafia, che sin da subito fece assai paura ai mafiosi, che reagirono uccidendo due stretti collaboratori di Giovanni e di Paolo, quali Giuseppe Montana e Ninni Cassarà. A seguito di gravi perdite, qui ricordate, fu soprattutto grazie alle intuizioni e all’intelligenza di Giovanni Falcone che si arrivò a definire la geografia mafiosa e la sua immensa forza politico-economica. Tant’è che, in seguito al Maxi-processo, quando 2665 anni di carcere e 19 ergastoli misero dietro le sbarre cosa nostra, furono i mafiosi stessi ad attivarsi per porre fine a un rovesciamento inatteso di poteri. Prima arrivarono lettere anonime, i “corvi”, contro Falcone; poi l’articolo di Leonardo Sciascia, “I professionisti dell’antimafia”, esplicitamente riferito a Borsellino (qui la versione originale, citata integralmente); infine la nomina, del CSM, di Antonino Meli – dopo l’abbandono, per motivi di salute, di Caponnetto – che in poco  tempo smantellò il pool antimafia. Nonostante Falcone, per il clima incredibilmente teso dell’epoca, avesse richiesto il trasferimento a Roma, e nonostante a Borsellino fossero stati tolte le indagini sulla mafia di Palermo in favore di quelle di Agrigento e di Trapani, ben meno significative, i due magistrati non si fermarono. In particolare, Falcone avviò una collaborazione con Rudolph Giuliani, procuratore distrettuale di New York, riuscendo a sgominare le famiglie Gambino e Inzerillo, coinvolte nel traffico di droga. In seguito venne chiamato nella Capitale a dirigere la Superprocura, più giustamente chiamata Direzione Nazionale Antimafia. Ma la parabola di Falcone e Borsellino, dopo l’apice avuto con il Maxi-processo, iniziò a essere discendente, e non certo per loro colpe o demeriti. Il motto dialettale “calati juncu ca’ passa la china”, cioè “piegati giunco che passa la piena”, tipicamente mafioso, aveva una sua validità, un suo rigore di fondo, e, in tutti i sensi, fu rispettato. Cosa nostra era stata piegata da Falcone e Borsellino, ma la piena era passata. Il 23 maggio del 1992, 500 kg di tritolo stritolarono Falcone, la moglie e tre agenti della scorta. Stessa sorte toccò Borsellino, ucciso sotto casa della madre, insieme a cinque agenti della scorta, il 19 luglio del ’92.

Giovanni e Paolo, con la loro vita, ci hanno fatto aprire gli occhi. Ci hanno reso partecipi di un mondo a noi ignoto e da noi stessi ignorato, ci hanno invogliato a perseguire il vero, il giusto, sino in fondo, a tutti i costi. Hanno sacrificato famiglie, amori, passioni. Si sono dedicati al loro lavoro non per protagonismo, come invece si sosteneva, bensì per amore. Amore dello stato. Ma non uno stato minuscolo, piegato alle logiche mafiose, bensì uno Stato con la S maiuscola, che si ribelli a questi meccanismi, in nome di una società più giusta.

E ora spetta a noi raccogliere il testimone, spetta a noi combattere tutto ciò. Per questo motivo, l’avventura di “In nome della Verità” continua: da febbraio, ogni mese, verrà pubblicato un articolo che tratti di mafia, di narcotraffico, e di argomenti troppo spesso oscurati da un’informazione troppo spesso impaurita.

Noi, questo testimone, nel nostro piccolissimo, vogliamo prendercelo.

In nome della Verità.

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