Invito all’Oriente

Oggi la nostra rubrica zen si concentra sul delicatissimo rapporto tra mente e corpo.

Uno specchio al contrario e un corpo rovesciato. Il sangue che dalla testa giunge al cuore, la gravità che ci spinge verso il cielo. Così era, così è, così sarà. In quel mondo parallelo, le nuvole si specchiavano nell’acqua. Una dimensione sotterranea, nascosta, celata. Lì erano le stelle a illuminare le strade, lì erano i poeti a governare i Paesi, lì era la musica a scandire le ore. In quel mondo a parte, la filosofia ordinava e la matematica eseguiva. Lì la scienza era seconda alla psiche, e di pregiudizi, lì, non c’erano. Lì si respirava un’aria profumata di incenso, lì si ascoltava musica classica. Lì, di parole, non c’erano. E lì, in quel momento, un tuono squarciò l’aria. Nel mondo delle idee, in quel nirvana di pensieri, viveva la mente. Quella mente che ogni giorno doveva piegarsi ai venti freddi del corpo, quella mente che ogni anno scricchiolava sempre di più, quella mente che non voleva sentirsi invecchiata.

E che invecchiata forse non era, ma macchiata lo era di certo. Macchiata dalle nubi corporee, macchiata dai patemi umani, macchiata, e scalfita, da quell’egoismo che tanto la opprimeva. Quel corpo vanesio che desiderava mutare in base alle mode, quel corpo tronfio che voleva quotidianamente gonfiare il proprio io, quel corpo esigente che sognava se stesso, troppo amante dell’ego per accorgersi dell’alter. Quel corpo che era giovane e che sognava gioventù, quel corpo che voleva modificare anche la sua natura pur di rimanere giovane, pur di autocompiacersi. E, quel corpo tristemente assoggettato a questi desolanti logiche, viveva in un mondo ben diverso dal “nirvana di pensieri” di cui sopra. Viveva raschiando l’orlo del baratro, viveva sul sottilissimo filo che porta dalla follia alla sanità e dalla sanità alla follia. Viveva sognando vita, e moriva sognando morte. Viveva in una dimensione evidente, palese, lapalissiana.

Ed era in quel funereo momento, in cui andavo rielaborando queste due differenti dimensioni, che capii. Capii che mente e corpo non erano contrapposti, non erano due rette parallele che mai si sarebbero incrociate, ma che l’avrebbero fatto soltanto in un punto. Quelle, geometricamente parlando, erano rette perpendicolari. Corpo e mente uniti. Una cosa sola. Un, unico, essere umano.

L’unione di corpo e mente, di nirvana e di inferno. Così siamo, così eravamo. E così saremo, per sempre. Un’unione. Due insiemi che si uniscono, un’unica area che si forma.

Corpo e mente: l’essere umano.

Bottega di idee

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