In nome della Verità/2: Primo Levi

Dopo l’esordio di questo speciale di “In nome della Verità”, Bottega di idee descrive la vita dell’autore di “Se questo è un uomo”, e di uno dei più grandi narratori di questi aberranti orrori, Primo Levi. Grazie, buona lettura.

Tutti nascono, e tutti muoiono.
Ma solo in pochi, nel lasso di tempo che intercorre tra la vita e la morte, vengono marchiati. Marchiati a fuoco, segnati, per sempre. Brutalizzati, trattati come bestie, se non peggio.
I marchi a fuoco fondamentali nella vita di Primo Levi sono tre.

Il primo, in ordine cronologico, è del 1941. Dopo aver cercato per anni un professore con cui poter sostenere una tesi di laurea, Primo Levi, laureatosi con lode con il professor Giacomo Ponzio, trovò scritta, sul suo diploma, una precisazione: “di razza ebraica”. Primo Levi, figlio di Cesare Levi e di Ester Luzzati – entrambi appartenenti a famiglie di origini ebraiche -, nacque a Torino, il 31 luglio 1919. Nel ’34, a 15 anni, si iscrisse al Liceo classico Massimo d’Azeglio di Torino, famoso per aver ospitato illustri professori antifascisti, tra cui spiccano Augusto Monti e Cesare Pavese. Come detto, nel 1941 si laureò in chimica, e lì, oltre alla lode, gli venne assegnata un’etichetta che si sarebbe sempre portato con sè: “di razza ebrea”.

Fu quel “di razza ebraica” a farlo arrestare, nel 1943, e a marchiarlo per la seconda volta. A Champoluc, in Valle d’Aosta, fu catturato nel dicembre ’43 e portato ad Auschwitz nel gennaio ’46. Fu lì, però, che venne marchiato la terza volta e, questa volta ancor di più, per sempre.

174517. In lettere, centosettantaquattromilacinquecentodiciassette. Cioè, prigioniero, deportato, ebreo, o bestia – all’epoca, l’equivalenza era scontata -, numero centosettantaquattromilacinquecentodiciassette. Una violenza totale, impressa a fuoco e per sempre sulla pelle di Primo Levi e di altri milioni di ebrei. Fu Levi stesso, in “I sommersi e i salvati”, a parlarne così:

 “L’ operazione era poco dolorosa e non durava più di un minuto  ma era traumatica. Il suo significato simbolico era chiaro a tutti: questo è un segno indelebile, di qui non uscirete più; questo è il marchio che si imprime agli schiavi ed al bestiame destinato al macello, e tali voi siete diventati. Non avete più nome; questo è il vostro nuovo nome. La violenza del tatuaggio era gratuita, fine a se stessa, pura offesa: non bastavano i tre numeri di tela cuciti ai pantaloni, alla giacca ed al mantello invernale? No, non bastavano: occorreva un di più, un messaggio non verbale, affinché l’innocente sentisse scritta sulla carne la sua condanna”.

L’innocente, ripetiamo, l’innocente, doveva sentire scritta sulla carne la sua condanna. Come carne da macello, perché gli ebrei erano bestie, animali.
Una razza da sterminare.
Da fucilare, come nelle fosse comuni; da far lavorare come schiavi, come accadde nei ghetti; da bruciare, come nelle camere a gas. E, addirittura, da rifare. Con la pelle degli ebrei bruciati, i generali tedeschi fecero dei saponi, che usarono sovente per lavarsi. Non più uomini, non più bestie. Mezzi. Mezzi da usare a proprio piacimento, e da gettare al termine della loro utilità. Tra questi mezzi, degli oltre ottocento italiani, furono venti a sopravvivere. Tra questi privilegiati c’è il prigioniero 174517, all’anagrafe Primo Levi, di padre Cesare e di razza ebraica. Chimico, partigiano, scrittore. Primo Levi era tutto, e, come tutti, divenne nulla. Sino alla Liberazione del 27 gennaio ’45, Levi – come tutti, del resto – fu solo un numero, un animale, un ebreo. E quell’ebreo, dopo essere stato solo un numero, fu uno scrittore. Un narratore della strage. Il narratore delle stragi, il narratore per eccellenza. Sempre con lo sguardo proiettato sul domani, verso il futuro. Ma, quello stesso futuro, lo mangiò. Lo distrusse. E lo uccise.
Perché ancor oggi non si sa se si sia trattato di suicidio o di cause accidentali, ma l’11 aprile del 1987 – solo 12 giorni fa decorreva il trentennio della sua morte -, Primo Levi fu trovato morto.
Perché, anche se si fosse trattato di suicidio, non fu lui a uccidersi.
Ciò che uccise Primo Levi fu quel passato impresso a fuoco nella sua pelle, per sempre.
Quel marchio, quei marchi, che lo contrassegnarono per sempre.
Quel marchio, quei marchi, che non dovremo mai dimenticare. Mai.

In nome della Verità.

Bottega di idee

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