In nome della Verità: la libertà dentro

Dopo il primo “inno alla libertà”, Bottega di idee si immedesima in un carcerato vero – ovviamente inventandone qualsiasi dato – e cerca, con l’ardore che ha sempre contraddistinto questa rubrica, di raccontare come si possa trovare la libertà dentro, anche se le condizioni esterne non dovrebbero teoricamente consentirlo.

Io sono Domenico. Ho 33 anni, sono estremamente credente, e avevo una moglie, Manuela, e una figlia, Margherita. E uso l’imperfetto perché Manuela e Margherita me le ha portate via il carcere. Ormai è due anni che sono dentro, anche se sto ancora aspettando la sentenza. La cosa incredibile è che mi hanno fermato per una sciocchezza, un piccolo errore di calcolo. Gestivo la piazza di spaccio di Brescia, assieme ad altri due ragazzi, Marius e Mirko. Spacciavamo poca roba, niente coca, niente eroina. Marijuana, quella sì, poi un po’ d’hashish, e poi LSD.

Quella sera era venerdì. Un tenebroso venerdì di aprile, nel 1998, stava portando Brescia verso una delle nottate più piovose della sua storia, che provocò qualche danno a edifici pericolanti. Marius mi aveva avvisato verso le 18: Mirko gli aveva assicurato che alla sera saremmo dovuti essere particolarmente accorti, poiché ci sarebbe stata tanta polizia in giro. Filò tutto liscio, fino a quello sparo. Sentii esplodere un proiettile poco più avanti di me, ma essendo una notte scura e assai piovosa, mi parvero chilometri e chilometri di distanza. Non appena udito lo sparo, mi precipitai nel luogo dove questo era avvenuto. E lì la mia vita cambiò. Vidi Marius a terra, pieno di sangue, con la sua pistola a fianco al suo cadavere. E, in lontananza, qualcuno che fuggiva. D’istinto, presi la pistola e sparai tutti i colpi del caricatore verso il fuggitivo: fu un gesto più di rabbia e irrazionalità che di logica o di premeditazione, ovviamente. Dopo qualche secondo, sentii un grido. Avevo, accidentalmente – perché da lontano non lo vedevo troppo bene – colpito il fuggitivo. Corsi da lui, e non appena lo girai, lo riconobbi. Era Mirko. Istintivamente, lo abbracciai, iniziando a piangere come un bambino, non capendo perché aveva appena ucciso quello che fino a qualche ora prima era stato un suo amico, un suo caro amico. Lui però si alzò, sebbene fosse  ferito, e cercò di liberarsi di me. Non appena capii le sue intenzioni, lo sgambettai e, presa la pistola prima di lui, lo uccisi. Solo due giorni dopo, la Polizia aveva trovato il bossolo, l’arma da fuoco, e le mie impronte digitali su di essa. Finii in galera in men che non si dica.

Oggi, sebbene sappia di essere colpevole, secondo la giustizia sono in attesa di giudizio.
Loro, quelli, non capiscono. Io non sono affatto in attesa di giudizio.
Io, il giudizio, me lo sono già dato. Sono colpevole. COLPEVOLE. Colpevole di aver ucciso un mio amico, e non ci sono scuse. Non alibi, e nemmeno giustificazioni. Niente di niente. Solo la mia, evidente, colpevolezza.

Tre mesi dopo, Domenico viene condannato a 13 anni di detenzione.

L’unica cosa che ho chiesto all’agente della mia cella è una calcolatrice. Non concessa. Gli chiedo se è possibile sapere il risultato di una semplice moltiplicazione. Eccezionalmente, mi è concesso.
“Mi dica”, mi biascica con un filo di disprezzo l’agente.
“Mi può dire quanto fa 365 ⋅ 13?”, cercando di alleggerire, gli rispondo io.
“4745”, sentenzia.
Ecco, appunto. 4745. O, meglio, quattromilasettecentoquarantacinque. Sono i giorni che dovrò passare dentro una cella pensata per due persone e abitata da cinque. Sono i giorni della mia punizione. Della mia umiliazione. E, dato che è di questo che si parla, di una vera e propria umiliazione, iniziai a umiliarmi. Chiesi in ogni modo l’attenzione di compagni, agenti, e del famigerato Direttore. Mi procurai un coltellino e mi feci un taglio non tanto profondo sull’avambraccio. Ritirato il coltellino, dell’avambraccio non se ne curò nessuno. E, per un po’ di mesi, continuai così.  Mi procurai lamette, forbici, di tutto e di più. E nessuno mi guardava. NESSUNO. Poi, un giorno, un altro venerdì piovoso, capii che non aveva senso passare 13 anni, anzi quattromilasettecentoquarantacinque giorni, a uccidersi, a tagliarsi, a procurarsi dolore. E così sfidai tutti. Me stesso, il Direttore, l’agente gentile e quello sprezzante, il compagno migliore e quello peggiore. Sfidai il mio passato, e il futuro a cui ero stato condannato. Mi promisi di diventare il miglior carcerato della storia. Ma non certo per ottenere premi, per uscire prima: non sarebbe durata un giorno, con questa motivazione, questa promessa a me stesso. Volevo dimostrare innanzitutto a me stesso di poter essere anche altro, rispetto al mio passato. Mi misi a scrivere poesie, a tenere un diario personale, a disegnare. Divenni bravino. Disegnavo molto bene i grattacieli, perfettamente in prospettiva.
La mia poetessa preferita era Alda Merini, era da lei che avevo preso la passione per la poesia.
E per il diario, beh, non feci capo a nessuno. Solo a me stesso.
Al mio settimo anno di detenzione, scrissi questa lettera, che qui di seguito riporto e con la quale concludo.

29 marzo 2007

Oggi è venuta a trovarmi mamma. Mi ha raccontato che ha incontrato per strada Margherita. Si sono parlate, e Margherita le ha detto che le piacerebbe incontrarmi. Sono emozionatissimo. Non è mai venuta qui.
Come dovrò essere?
Ho tanta paura. Tanta.
Però una cosa non la temo. Non più, ormai.
Non dovrò fingere di stare bene. Perché io, ora, sto bene.
Vorrei urlarlo al mondo: “guardatemi! I O  S T O  B E N E !

Sto bene perché ho superato metà dei miei anni qui dentro.
Sto bene perché mia figlia verrà a trovarmi.
Sto bene perché ho imparato a disegnare benissimo i grattacieli.
Sto bene perché non sono in piazza a spacciare.
Sto bene perché sto cambiando.
Sto bene perché ho trovato la libertà dentro, e dietro, queste sbarre.
Sto bene perché ho trovato la libertà dentro di me.

Sto bene perché ho trovato la libertà dentro.

Bottega di idee

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