L’Anti: salviamo la musica

Terzo e ultimo episodio mensile per l’unica rubrica che avversa così tanto ciò che piace a tutti da non avere nessuno a cui dedicare quest’articolo.

La musica è sempre stata parte importantissima di questo sito. Sin dal 30 ottobre, giorno in cui è nata, la nostra rubrica musicale, non a caso intitolata “Musica: geni e generi”, ha voluto ricordare a tutti che cos’è la musica – i generi – e chi meglio l’ha rappresentata – i geni -. Ciò che ci ha spinti a creare quest’apposita rubrica è stato l’amore, puro e cristallino, per quella che risulta essere più di un semplice prodotto di suoni, ma che assurge a componente sociale, che unisce popoli e persone differenti, e che è la musica.

Ed è questo amore che ci spinge a dire che la musica, per essere tale, non deve basarsi sulla quantità di visualizzazioni o di download. Non può erigersi su questo e quel disco di platino o d’oro, ma sul testo e sulla musica. Nient’altro. Effetti, distorsioni vocali, virtuosismi vari, sono secondari.

Questo non vuole essere un testo indottrinante, sia chiaro. Però, se da un’epoca all’altra siamo passati da avere Battiato, De André, Dalla e De Gregori ai vari Rovazzi, Nek o Benji & Fede un motivo ci sarà. E il motivo non è solo “l’evoluzione”, usata come capro espiatorio da moltissimi. Il motivo è che l’economia, da anni, è entrata nella musica. Partnership, videoclip, talent show. La musica, da anni, si è corrotta al suo interno, si è logorata, ha ceduto alla forza immensa del capitalismo e dell’economia globalizzata. Ha perso la sua purezza, la musica. E l’ha persa irreversibilmente, o perlomeno così sembra.

Per scoprire se questo processo avviatosi sia davvero irreversibile, bisognerebbe iniziarne un’altro, che fisicamente potremmo definire di uguale forza ma di opposto verso.
Bisognerebbe riportare la musica alla musica.
Bisognerebbe spronare i ragazzi a prendere in mano la chitarra, piuttosto che un sintetizzatore. A imparare a stare sulle note, piuttosto che a rappare. E, naturalmente, questo non vuol dire che quanto prodotto da un sintetizzatore non sia musica o che un rapper non faccia musica tanto quanto un cantautore. Ma rimane il fatto che un rapper, se è tale, non è, e non sarà mai, un cantante.

E quella frase, quella seconda sentenza contenuta nel primo, storico, articolo del nostro sito, quel “In un oceano di rapper, mancano i poeti.”, lette le parole qui sopra, produce uno strano effetto.

Quelle parole contribuirono alla nascita del proprio sito, chissà che un processo di questo tipo non salvi la musica dalla sua morte.

Bottega di idee

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