L’intervista a Clelia: la musica come scelta di vita

Clelia è una ragazza di 18 anni, che per 7 anni ha studiato pianoforte classico e da 4 anni pratica canto moderno, ultimamente soprattutto jazz. Ma, al di là del suo personale curriculum, Bottega di idee ha deciso di aprire “le giovani interviste” con Clelia per cominciare con il sorriso questo percorso di quattro interviste. In quest’intervista, con un intrigante percorso tra musica, fede e introspezione, Clelia ci racconta la sua più grande passione: la musica. La musica come scelta di vita.

Cosa ami della musica? E, come formazione, a quali autori e generi ti riferisci maggiormente?
Amo tutto della musica: amo il fatto che sia musica, anzitutto. Amo la sua capacità di andare oltre ogni barriera, di ogni tipo: personali, culturali, ideologiche soprattutto, visto che di questi tempi siamo sommersi di ideologie, che oggi sembrano contare più delle persone. Anche questa è, tra le altre, l’origine di molti grandi mali che affliggono il mondo. E se, invece, c’è qualcosa va al cuore della persona e può mettere insieme tutti, è proprio la musica. Personalmente, invece, con la musica ho un rapporto speciale: non sai quante chiacchierate con Mozart, Bach, i Coldplay, Amy Winehouse… La cosa che mi affascina è che dietro a ogni brano, a ogni pezzo, ci sia un uomo, una persona, con la quale appunto mi relaziono. La musica è, inoltre, un mezzo per mettermi in contatto con il mondo, offrendo ciò che ho dentro e ricevendo sempre tanto. Passando al secondo quesito, non ho mai avuto qualcuno da “imitare”, nel mio modo di fare musica. Inevitabilmente, però, tutto ciò che io ascolto mi condiziona e mi influenza. Sono cresciuta con il rock anni ’60, da Elvis ai Beatles, fino al progressive rock dei Pink Floyd e dei Genesis. Ascolto anche il folk e il cantautorato italiano, mentre ultimamente mi sto molto aprendo alla dimensione del jazz. Avendo poi il mio ragazzo rapper, sto scoprendo pian piano quella che si è rivelata essere una dimensione molto interessante e profonda. Pur essendo molto aperta, invece, non riesco proprio a tollerare la trap, decisamente lontana dal mio modo di vedere la musica.

Ci dai una tua definizione di “musica”? E, secondo te, possiamo parlare di musica come “somma di suoni” oppure è musica solo ciò che rientra all’interno di un determinato ambiente?
Non amo definire le cose, ritengo più importante viverle. Di conseguenza, non ti so dare una definizione di musica e non trovo molto senso nel cercarla. D’altronde, come disse Louis Armstrong a un giornalista che gli chiese cosa fosse il jazz: “Amico, se me lo chiedi non lo saprai mai!”. Sulla seconda parte della domanda, la musica può essere dappertutto: tant’è che io amo particolarmente la musica di strada. Sicuramente, quindi, la musica non rientra all’interno di un determinato ambiente. Sul fatto che sia una somma di suoni, invece, ne dubito. O, meglio, non è così. Può diventarlo, ma ci deve essere una scelta: i suoni che noi sentiamo per strada non sono musica, sono rumori, che possono diventare musica solo con una scelta e un lavoro ad hoc operato dall’artista. Per esempio, conosco un producer che, a partire da qualsiasi cosa che sente, campiona dei rumori e realizza dei beat: l’ultimo che ha fatto era tutto basato sul verso del fenicottero! Nel momento in cui, quindi, si trova una volontà di fare musica, di costruire suoni, è lecito parlare di musica. Ma senza l’uomo, a mio avviso, non c’è musica.

Un dibattito sempre attuale è se la musica debba o non debba occuparsi delle tematiche sociali. Personalmente, non credo che sia un dovere, ma solo un “in più” comunque apprezzabile. Tu che opinione hai al riguardo?
Io concordo con te. Un cantante non deve scrivere di tematiche sociale, può farlo. Anche perché, volendo parlare di dinamiche politiche e sociali, si rischia di sfociare nel puro sfogo istintivo, che spesso non porta a nulla. Tuttavia, credo anche che le canzoni d’amore o nate da esperienze personali parlino in fondo anche di società. La società è fatta di uomini e donne e si può comprendere molto di essa proprio tramite i sentimenti dei singoli. Le due dimensioni a mio parere non sono mai scisse, ma sempre una dentro l’altra.

Può esistere un rapporto tra Fede e musica? E se sì, come si delinea?
Bella questa domanda! Assolutamente sì. Il rapporto tra Fede e musica è strettissimo: io credo che la musica sia l’espressione umana che più abbia legami con il mondo della Fede. Ovviamente, ognuno ha le sue forme e i suoi modi di vivere queste due dimensioni. Comunque, al di là delle esperienze personali, oso dire che la Fede consiste nella fiducia. E la fiducia è la certezza che la vita sia bene, e che questo bene sia molto più grande del dolore. Se non ci fosse qualcosa di buono all’origine, se anche solo non desiderassimo qualcosa di buono al fondo delle nostre giornate, se la vita dunque non avesse senso, nessuno farebbe arte; anzi, nessuno farebbe niente. E questa presenza del bene mi sembra molto presente nella musica, sia come gioia di chi lo ha scoperto, sia come grido di chi, disperato, lo cerca. Il rock, per esempio, che sembra così distante dalla fede, è legatissimo a essa: è un grido di vita, una ricerca incessante di ciò che è sensato, è bisogno di Verità, e questa è la base della Fede. Cosa più profonda e spirituale della musica, personalmente, non la conosco. Per esemplificare ancor meglio questo legame, vorrei portare l’esempio di Marija Judina. Pianista russa nota per avere fatto commuovere Stalin in un suo concerto, per lei non c’era differenziazione tra Fede e musica. Lei era quasi ossessionata dalla verità, che è la radice di senso della vita, e la esprimeva nella musica. In mezzo alla violenza e alla negazione dell’uomo che caratterizzarono il totalitarismo russo, Marija Judina non smise mai di fare e insegnare musica, né di professare apertamente la propria Fede. La profondità che esprimeva nella musica colpiva l’animo delle persone che la ascoltavano, indipendentemente dalle loro idee: pensate che è riuscita a far commuovere Stalin…

Chiudiamo con una domanda che porremo a tutti gli intervistati. Questa rubrica si pone come obiettivo principale quello di far capire che i giovani non solo possono cambiare il mondo, ma lo stanno già facendo. Tu come cerchi di farlo, nella tua quotidianità? E in che modo, ognuno di noi, può cambiare il mondo?
Io non cerco di cambiare il mondo. Anche perché: si può veramente cambiare il mondo? Io non lo so, ecco. Però, personalmente, non rinuncio al provarci, cercando di portare quotidianamente, nel mondo, quello che sono realmente. Sì, per mio carattere sono sempre in movimento e faccio tante cose, ma trovo che non sia questo il punto centrale. Non è importante quante cose facciamo, ma come le facciamo. Ciò che per me fa la differenza è lo sguardo, il modo di guardare le cose, e, quindi, le persone. Guardando con fiducia e positività le persone e la vita, chiedendo e cercando sempre la forza e il coraggio di lottare, forse si può cambiare il mondo. Dicendo ciò, sono consapevole di andare contro la tendenza di oggi: oggi si esalta l’indipendenza, la diffidenza dal mondo e la fiducia solo in se stessi. Ma così si finisce per odiare il mondo, mentre per cambiare il mondo bisogna amarlo. Occorre osservare la realtà, domandare, sperare, attendere e ricevere la forza per vivere pienamente. Vivendo in questo modo si può soffrire di più, ma anche gustare di più ogni cosa. Non bastiamo a noi stessi e solo riconoscendo questo, e amando dunque la realtà, possiamo essere grandi e lasciare qualcosa di noi che davvero cambi, anche solo un pochino, il mondo.

Bottega di idee

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