L’intervista ad Alessandro: il cinema come forma di contemplazione

Alessandro è un giovanissimo regista. A neanche 18 anni ha già realizzato svariati cortometraggi e nell’anno della sua maturità – anagrafica e cinematografica – sta per girare le prime scene di un film pensato, scritto e diretto da lui. In “Giulia, ascoltando” (questo il titolo) è affiancato da Maria, un’altra ragazza, per il lato manageriale; da Fuad, altro giovanissimo ragazzo, che è direttore di fotografia; e, per il lato recitativo, dal sottoscritto, per quel che questo possa contare. Ma al di là di nomi, intenti e sogni, in un dialogo profondo e approfondito, Alessandro ci parla di come vede il cinema, e di come il cinema, così come tutte le forme d’arte, possa contribuire a salvare il mondo dalla sua patologia più grave, la nevrosi, per portarlo al suo stato massimo: la contemplazione.

Da quali registi prendi spunto per coltivare la tua passione? E che cosa ami dei loro film? In che modo questi ti aiutano nel tuo quotidiano?

Fellini è quello che mi ha avvicinato al cinema inteso come forma d’arte. Lui cerca sempre la bellezza, in ogni modo e in ogni luogo. Ne “La dolce vita”, per esempio, cerca la bellezza in mezzo alla festosità e alla mondanità della Roma borghese. C’è poi da dire che il cinema è un’arte nuova, giovanissima, che ha poco più di un secolo e che a metà della sua vita, nel 1963, ha avuto, perlomeno a mio avviso, il  suo film più bello: 8 ½, ovviamente di Fellini, film che non ha la pretesa di rappresentare alcunché, eppure lo fa: una sua frase che mi ha sempre colpito, pronunciata dal mitico Mastroianni (protagonista del film) è: “io non ho niente da dire, ma voglio dirlo lo stesso”. C’è poi Jean Eustache, regista francese, uno degli eredi del movimento della nouvelle vague. Lui invece mi colpisce per il senso di vuoto che trasmette. Il suo film che preferisco è “La mamain e la putain”. Si tratta di un film molto lungo e pieno zeppo di dialoghi, che spesso non sono funzionali al proseguimento della trama: la bellezza è insita proprio in quei dialoghi, che non scadono mai nella banalità. Più in generale, amo il movimento della “nouvelle vague”, socialmente oltre che artisticamente, perché vuole rappresentare il disadattamento dei giovani nella società di quegli anni, e lo fa senza mezzi: sono film realizzati senza un budget, creati dal nulla, da persone che vogliono trasmettere un messaggio rappresentando la cruda realtà. Ovviamente, sono appassionato anche di altri registi, come per esempio Lynch, Kubrick e Scorsese. Però, come ho già detto, per il mio gusto personale, sono molto più vicino a Eustache e Fellini: loro, i loro film, sono il mio nutrimento e con Fellini in particolare ho sempre avuto una sorta di dialogo, mi trovo in continuità con il suo pensiero. Ecco, Fellini è il regista con cui, tra tutti, riesco ad empatizzare maggiormente.

Quale ruolo deve avere, secondo te, il cinema nella realtà odierna? E quali messaggi deve lanciare, che ruolo civile deve avere?
L’arte è contemplazione della bellezza e il cinema è arte. La società odierna è nevrotica, malata, vive nella frenesia, e vive senza sapere cosa voglia dire vivere veramente, del tutto priva di contemplazione. I giovani di oggi crescono in una realtà che non ha niente di reale, niente di bello nel vero senso della parola, cercando di raggiungere inutili obiettivi e venerare falsi idoli, accontentandosi di risposte inadeguate e respingendo la noia e la contemplazione, ritenute inutili. E’ proprio il concetto di utile il problema: l’arte è utile? No. L’arte è bellezza e la bellezza non è utile (nel senso che oggi si dà al termine). Il cinema, specificamente, insieme alla fotografia, è una delle arti più degradate ultimamente.  Oggi i film d’arte (se proprio vogliamo fare questa netta distinzione con quelli “commerciali”) rimangono sempre più marginali, sempre più lontani dal grande pubblico rispetto a qualche decennio fa: sono considerati fastidiosi, snob, monotoni. Ma attenzione, il rischio che lo diventino esiste: molti film che nascono come film d’autore diventano in realtà film troppo autoreferenziali: servono umiltà e semplicità in questo lavoro. Trovo che vi sia davvero incomprensione di cosa sia il bello, proprio perché si ha una generale tendenza all’utile, e questo influenza anche la produzione cinematografica che cerca di accontentare i gusti del popolo. Io non saprei dirti come riaccostare il mondo alla bellezza, ma sono certo che ci sarà sempre qualcuno che continuerà a sostenere l’arte. Stando più sulla seconda parte della tua domanda, il messaggio del cinema ritengo non debba mai essere moralistico. La sublimazione di una situazione, la ricerca della bellezza anche in situazioni sgradevoli: questa è l’unica cosa che, personalmente, mi interessa. Ho questa pretesa, enorme: creare arte, quindi bellezza. Allo stesso tempo, sono un grande contemplatore del bello: mi ritengo anche un cinefilo, oltre che regista (il che non è così scontato).

Un dibattito interessante, a nostro avviso, è quello sul possibile legame tra il mondo cinematografico e quello spirituale. Tu dove ti collochi in questo dibattito? Può esistere un collegamento tra il mondo religioso e quello cinematografico?Sinceramente, mi ritrovo del tutto esterno a questo dibattito, sebbene sia convinto che ci sia qualcosa di spirituale nel cinema. Il regista, il creatore, è una forma un po’ atipica di divinità, e ha anche più potere di un Dio: non solo crea una realtà dal nulla, ma la governa attivamente in ogni suo dettaglio. Rimane però il fatto che il cinema non vada considerato come realtà religiosa: chi guarda non è un fedele, ma un contemplatore.

Abbiamo parlato tanto di regia: quali sono i tre attori che maggiormente ti colpiscono?
Non parlo di bravura, solo di gusti. L’attore che mi piace forse di più è Marcello Mastroianni, sebbene lo ritenga limitato sotto molti aspetti. Nei film di Fellini, porta un enorme contributo, anche se non entra quasi mai a far parte della scena in maniera attiva: è uno spettatore, come noi.. Jean Pierre Leaud invece, mi piace perché è protagonista di tutta la “nouvelle vague”, ed è quasi l’emblema di questo movimento. L’ultimo di questo triade è De Niro: trovo che sia uno dei più grandi che ci siano mai stati, insieme a Marlon Brando, a cui tra l’altro De Niro si ispirava.

Tra cinema e teatro esistono similitudini e differenze. A tuo avviso, quali sono? E, quale fra le due arti è secondo te superiore?
La differenza più evidente tra i due riguarda la loro storia: il teatro nasce secoli e secoli prima del cinema. Comunque sia, il cinema non è considerabile l’evoluzione del teatro, sebbene tra i due vi sia una continuità. Tra l’altro – spesso non ci si pensa –  il cinema è quasi una sintesi di tutte le arti: teatro, musica, letteratura. Forse anche metterli sullo stesso piano non è del tutto adatto.

L’immagine di quest’intervista ritrae la sceneggiatura di un vero e proprio film, il tuo primo vero film, dal nome “Giulia, ascoltando”. Ci fai entrare nel mondo di “Giulia, ascoltando”?
“Giulia, ascoltando” è un progetto che porto avanti da tanto e si è modificato molto nel tempo. Ho scritto la sceneggiatura a partire dal 2017 impegnandomi maggiormente nei tre mesi estivi. L’intento è raccontare una parte del percorso di crescita adolescenziale con uno sguardo freddo e distaccato, quasi documentaristico, evitando eccessi patetici. La modalità di narrazione consiste in una serie di situazioni, collegate ovviamente tra loro, ma che possono, nella maggior parte dei casi, essere prese singolarmente. Amo l’idea di cura formale che i poeti neoteri, come Catullo, chiamavano labor limae: evito sbrodolate e mi concentro sulla perfetta resa formale di ogni singola scena, cercando un’armonia estetica. Come dicevo, in questo film, evito gli eccessi patetici e ho tendenzialmente un atteggiamento distaccato, tuttavia non rinuncio alla piacevolezza del racconto. Il mio intento non è quello di fare qualcosa di eccessivamente complicato. Questo perché il cinema non deve essere complesso: chi vuole complessificare eccessivamente il cinema finisce per non comprenderlo.
La trama è quella di una ragazza che vive la sua vita da adolescente: è fidanzata con Tommaso, ragazzo più grande di lei ed è circondata da persone, più sconosciuti che amici. La sua vita è caratterizzata da eccessi: è completamente succube del suo fidanzato, è un camaleonte che si adegua a qualsiasi contesto, senza nessun ascolto nei confronti di sé e dei propri bisogni. Vede tutto bianco e nero, come è tipico dei giovani, e non concepisce le infinite sfumature di grigio. La sua insicurezza la condanna, e dovrà sfidarla, in un processo lungo, fatto di alti e bassi, che non giungerà a conclusione, proprio perché non c’è una conclusione: il senso è quello di far capire che ogni persona è soggetta a mutamento, e questo mutamento è continuo, sino alla morte fisica del corpo.
Per questo film sto cercando più persone possibili, ragazzi e adulti, aiutanti di qualsiasi tipo. Siamo partiti dal nulla, come i grandi della “nouvelle vague” e pian piano stiamo riuscendo a portare avanti il progetto. Il nostro film è fatto da giovani, su giovani e per giovani. Con ciò non voglio dire che la cosa sia adolescenziale – anche se è ovvio che si riferisca a noi, visti i temi trattati -: anche gli adulti, grazie all’atteggiamento freddo e distaccato che si cercherà di mostrare, potranno apprezzarne la visione (almeno, noi speriamo che sia così). Il messaggio al mondo che “Giulia, ascoltando” vuole dare è di riscatto della nostra generazione, della gioventù moderna, facendo capire a tutti che qualche fiammella di speranza c’è, in mezzo a tutta la nevrosi di cui prima parlavo. Dobbiamo unirci: ogni partecipante a questo film ha un ruolo, indispensabile e unico. Con questo progetto creiamo un nuovo contesto (estraneo alla logica di appiattimento delle scuole) dove crescere e vivere. Cerchiamo assieme di comprendere, e di diffondere, bellezza e speranza. Sicuramente il processo è lungo e accidentato, ma non impossibile e sta già dando qualche risultato: noi, che ci siamo in mezzo, ci sentiamo sempre più rinnovati e felici.  Cambiare questa mentalità di disillusione è possibile, e noi vogliamo perlomeno provarci. Le cose cambiano se noi proviamo a cambiarle. Questo cambiamento di mentalità deve partire dai singoli individui, e deve essere voluto, sentito e portato dai giovani, perché solo loro – anzi, solo noi – possono – anzi, possiamo – cambiare il mondo.

Bottega di idee

 

 

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