Breve spiegazione di un memento

Inizia oggi una settimana speciale per Bottega di idee: la settimana del ricordo. Dal 21 al 27 gennaio, un articolo al giorno. Un componente alla volta. Michele, Sofia, Valeria, Teresa, Mariana, Carlo, Federico. Con integrazioni agli articoli di Giulia, Gaia, e Simone. Insomma, una grande sfilata. In un tripudio di colori e di idee differenti, un componente alla volta -con le loro inclinazioni, e mantenendo le loro specifiche rubriche -, ciascuna persona facente parte della grande famiglia che è Bottega di idee, ci parlerà del ricordo. Di cosa sia per loro, di cosa voglia dire, di come l’abbiano colto da un libro, da una vignetta, da un paesaggio, da qualsiasi cosa. Tutto ciò verrà fatto con ilarità e serietà, con empatia e apatia, con immedesimazione ed estraniamento. Ci saranno dolore, ci saranno risate. Perché ricordare è questo. Riportare alla luce, per non dimenticarsi di quanto un passato possa essere nel nostro presente e condizionare il nostro, travolgente, futuro.

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BREVE SPIEGAZIONE DI UN MEMENTO

Ovvero, ecco perché la memoria non serve a niente.

Prima che vi scaldiate troppo per questa affermazione vi ricordo che si tratta di un “hook” (uncino), ovvero di quella parte di testo appositamente ideata per fare sì che il lettore si interessi all’intero articolo. Quindi prima leggete l’articolo fino in fondo, poi potrete decidere se lapidarmi a sputi o meno.

La memoria non serve a niente se è fine a se stessa.
Non serve a niente se viene resa controproducente, ovvero se si trasformano, tramite un’esposizione errata e ripetuta fino alla nausea, le testimonianze di un fatto storico in tedianti lamentele, facendo passare i testimoni per lagnosi vittimisti.
Non serve a niente se è una memoria da macellai, capace di ricordare perfettamente gli effetti dei marchi a fuoco, delle bastonate, delle torture ma non le loro cause. Un po’ come se una mucca vedendo una costata dovesse sapere come evitare di diventarla a sua volta. Ma forse, in effetti, quella di ricordare i particolari più truci e di provocare profonda eccitazione nei più sadici è una condizione obbligata in una cultura la cui religione dominante porta come simbolo un antico strumento di morte atroce.
La memoria può essere utile solo se si cerca di capire fino in fondo perché certi fatti sono avvenuti.

Perché, citando la mia vignetta qua sopra, il problema non è il topo in sé, il vero problema è il virus. E non si estingue affatto con la morte del topo.

Il problema non è che certe persone sono buone e altre invece sono cattive, la Storia non è un film della Disney. Il vero problema sono le idee che certe persone sviluppano (e non certo da un giorno all’altro, uno mica si alza una mattina, beve un caffè, si mangia un plumcake e mentre guarda fuori dalla finestra decide che mezza umanità gli fa schifo e quindi se la leva dalle palle). Non è cattiveria, è convinzione. E l’unico mezzo efficace per combatterla è minarla alle fondamenta, rendere instabili le basi su cui poggia, imparare.

Imparare che il bianco e il nero sono solo approssimazioni.
Imparare che è legittimo avere dubbi.
Imparare a mettere in discussione tutto e tutti. Magari noi stessi per primi.

Rosso Granata

 

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