A piedi nudi nella foresta

Alcune, rare, volte, non esistono parole. Qualsiasi verbo pronunciato a introdurre commenti come questo sarebbe sbagliato, imperfetto, inutile. Di fronte a un ritratto così preciso da risultare cristallino, e a una rielaborazione così originale da sembrare quasi fittizia, nulla potrebbe essere utile. Non mi resta dunque che lasciarvi a un nuovo commento di Teresa, che, fra parole emozionanti e lucide analisi, ci porta dentro un capolavoro di un grandissimo scrittore, e cioè “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, di Luis Sepùlveda.

IL VECCHIO CHE LEGGEVA ROMANZI D’AMORE, Luis Sepùlveda, 1989

“Ti ho portato due libri”.
Al vecchio s’illuminarono gli occhi.
“D’amore?”
Il dentista annuì.
Antonio José Bolívar Proñao leggeva romanzi d’amore, e ad ogni suo viaggio il dentista lo riforniva di nuove letture.
“Sono tristi?” chiedeva il vecchio.
“Da piangere a fiumi”, assicurava il dentista.
“Con gente che si ama davvero?”
“Come nessuno ha mai amato.”
“Soffrono molto?”
“Io non riuscivo a sopportarlo”, rispondeva il dentista.

Prendi dagli scaffali della tua mente il mappamondo. Avvicinati, senza paura, fino a quando non riesci a vedere oceani e deserti. Ecco, lì, dove c’è scritto “Amazzonia”! Avvicinati, ancor di più, sbuca dalle nuvole con il tuo cannocchiale di pensieri, finché non senti le foglie e il canto degli uccelli tropicali, lo strisciare lento dei serpenti, il rumore degli scavatori e quello degli alberi spaventati.

Grazie a questo libro, con fragili pagine riusciamo a spostare i maestosi alberi della foresta, per entrarci come osservatori silenziosi, sospesi su invisibili liane. Entriamo nel grande formicaio verde, ne vediamo in moto tutti gli ingranaggi. Sentiamo l’umidità sulla pelle e le scimmie nascoste tra gli alberi, il lamento del tigrillo e i passi esperti degli shuar. Seguendo il corso del fiume con attenzione, si può vedere una piccola capanna, e, se si è fortunati, dentro ci sarà un vecchio, magari intento a leggere romanzi d’amore. La sua è un’esistenza rispettosamente silenziosa, vissuta in disparte e solitudine: la foresta come vecchia amica, il dipinto con la moglie morta troppo presto come ricordo, i romanzi come sogno.

Antonio José Bolivar vive per anni nella foresta, lentamente inizia a conoscerne ritmi e leggi nascoste, vive la quotidianità della conoscenza millenaria del popolo shuar, riconosce impronte e correnti, fa di tutto questo il suo unico mondo, gringos e cacciatori compresi. Poi, però, un giorno, scopre di saper leggere – nemmeno lui sa bene il come o il perché -: non poteva per lui esserci miracolo più grande. Ogni riga diviene un tesoro, ogni storia un orizzonte in cui rifugiarsi per sognare un po’. Aspetta l’arrivo del dentista con impazienza, poiché è lui che porta nuovi libri, presi in prestito da comodini di amanti lontane.

Antonio José Bolivar li legge lentamente, questi suoi piccoli forzieri di carta, parola dopo parola, assaporandone la lentezza, masticandone le sillabe, facendo danzare ogni lettera finché non trova il suo posto, cercando di immaginare mondi lontani che tramutino in gondole le canoe sul fiume: “lasciando aperti i pozzi della memoria per riempirli con le gioie e i tormenti di amori più forti del tempo”.

Antonio José Bolivar, fra il verde della foresta, si è creato un piccolo angolo di poesia, e in questo trovo ci sia qualcosa di vicino al sacro e di profondamente umano. Pensare che forse il romanzo d’amore passato per le mani del Bolivar di turno potrebbe essere tra le tue mani, che condividete un’emozione, un silenzioso segreto che abbatte spazi e tempi, unisce. O, meglio, è uno di quei pensieri che unisce, che scalda il cuore, quelli da tenersi pronti in tasca per quando ci si sente un po’ soli.

In questo silenzioso, pacifico, scorrere di tempi e di esseri s’inserisce la caccia al tigrillo, animale lacerato dal dolore per l’insensato sterminio della sua famiglia, che entra in guerra contro il suo stesso carnefice, l’uomo, lasciando come traccia sul suo cammino i corpi dilaniati di uomini sventurati.

La goffa caccia al tigrillo indetta dal sindaco di El Idilio, il villaggio di Antonio Bolivar, diviene l’emblema dell’affannosa ricerca dell’uomo di sterminare, annientare ciò che minaccia e spaventa, senza mai assumersene la responsabilità. Prendiamo in giro la natura, gli animali, gli altri uomini a noi vicini e lontani, come giocattoli di plastica o trofei, per poi gettarli in un angolo, dimenticati. E quando decideremo di tornare dall’ombra per chiedere un po’ di giustizia, un riscatto, l’attenzione mancata, non faremo altro che prendere in mano spade, fucili, parole, senza nemmeno chiederci il perché, sentendoci sempre aggrediti e mai aggressori, nel pieno diritto di urlare da tutte le parti, calpestare, reclamare, uccidere.

“I cacciatori uccidono per una paura che li fa impazzire, che li fa marcire dentro”.

Come possiamo pensare di poter continuare a camminare su questa terra, continuando a ignorare il tigrillo che si nasconde in ogni nostro atto di insensata violenza, orgoglio, sete di fama, pensando di liberarci in questo modo da quella paura del cacciatore, quella che divora dentro?

Siamo anche noi a volte i tigrilli, ci aggiriamo lacerando le carni di chiunque sia sul nostro cammino, piangendo disperati i nostri cuccioli dispersi. In tutta questa confusione, dove il confine tra cacciato e cacciatore si confonde, a volte dovremmo solo imparare ad ascoltare. A differenza del sindaco, che con i suoi stivali scivola ed inciampa nella melma, bisognerebbe cercare di sentire i rumori della terra sotto di noi e di riflettere su ciò che accade, separarci da quella fretta che assale, come fa Antonio Bolivar a caccia della madre ferita, a piedi nudi nella foresta.

“Non vedeva la femmina, ma la immaginava nascosta, in preda a lamenti simili a quelli umani.”

Se continuiamo ad essere troppo impegnati a parlare, a sbandierare la nostra forza, non sentiremo mai l’arrivo del tigrillo, il battito d’ali atteso.

Vi prego, non distruggiamo la bellezza che ci sta intorno, sia essa la foresta, un fiore, un uomo, con le nostre vili motoseghe e asce e denaro. Cerchiamo di comprendere, prestare attenzione a tutte le cose, anche le più piccole, di capirne forze e leggi, come fanno gli shuar, di entrare in contatto con mondi Altri (altre persone, altri luoghi, altri modi di respirare) per prenderne le misure, prenderne parte in pienezza e da lì agire, difendendo da cacciatori e gringos, troppo ciechi per poter sentire tutto questo. Non con la cieca violenza ma con rispetto, con partecipazione, ascolto, camminando a piedi nudi nella foresta, se necessario. La Terra ne ha bisogno.

E, in tutto questo rumore, tra i gringos assetati d’oro e di sangue, c’è sempre il fiume che scorre. C’è sempre (o almeno lo spero), un vecchio che vive in una capanna fatta di niente, che conosce i segreti della foresta e legge lentamente romanzi d’amore. Finché ci saranno nel mondo questi angoli di magia, l’umanità non sarà persa. La capacità di amare, commuoversi, perdersi nelle storie altrui, sono le cose per cui vale la pena sperare. Quando il monotono grigiore m’assale, mi piace immaginare Antonio Bolivar lì da qualche parte, mentre attende l’arrivo del dentista e legge romanzi d’amore, e tutto mi sembra brillare un po’ di più.

“Si avviò verso El Idilio, verso la sua capanna, e verso i suoi romanzi, che parlavano d’amore con parole così belle che a volte gli facevano dimenticare la barbarie umana.”

Teresa

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