Il filo del rasoio

L’8 marzo è la Giornata internazionale della Donna. In concomitanza di questa data, Rosso Granata ripercorre i principali fattori di questa particolare ricorrenza, sottoponendo all’attenzione del pubblico la figura della donna. In un articolo interessante ma leggero, profondo ma non pedante, il nostro vignettista si mostra in un’altra sua sfaccettatura, mostrando a tanti uomini e tante donne come un ragazzo, tra parole puntuali e vignette taglienti, possa mettere d’accordo tutti. 

Di certo avrete già sentito parlare del filo del rasoio. Si dice camminare sul filo del rasoio, stare sul filo del rasoio, muoversi sul filo del rasoio… in pratica potete farci qualunque cosa lì sopra, ma sarà estremamente difficile e pericoloso. Volete sapere cosa ci farò io oggi?
Parlerò dell’8 marzo.
Perché essere un uomo e parlare della giornata internazionale delle donne cercando di dire quello che davvero penso, seppur spiegandomi e argomentando al meglio delle mie possibilità, mi pone nella stessa situazione di un juventino nella curva sbagliata: “amico caro, ci sono buone possibilità che tu non ne esca indenne, e siamo tutti d’accordo sul fatto che te la sia cercata.”
Quindi farò un discorso raccogliendo in diversi punti alcuni particolari aspetti della festa della donna, spiegando perché li trovo fastidiosi e/o sbagliati ma cercando di andarci molto cauto, evitando il più possibile cadute di stile come “i panda sono solo orse polari che cadono spesso dalle scale”. Da qui in avanti.

Punto 1, Le crociate retoriche: come sempre una giornata del genere (letteralmente) produrrà diverse fazioni in lotta per la supremazia del consenso su Facebook, fazioni composte da gente incapace o disinteressata a discutere della parte importate di un discorso, rimanendone così ai margini, da furiosi condottieri dell’indignazione di comodo e da sacerdoti delLa Retta Via troppo impegnati ad insegnare cos’è giusto per accorgersi che, come in geometria, le Rette sono infinite e non possono avere punti in comune. Il tutto si risolve sempre nell’ira generale ma con un nulla di fatto. Un po’ come succede il 27 gennaio.

Punto 2, Lo scopo obliato: esattamente come il 27 gennaio, rischia di trasformarsi da giornata di memoria (memoria utile, educativa, non la pedante imposizione di sentirsi moralmente in debito con altri per il fatto di essere nati con determinate caratteristiche) in sagra di paese dei luoghi comuni. Si rischia che il ricordo delle conquiste sociali, economiche e politiche, delle discriminazioni e delle violenze di cui le donne sono state e sono ancora oggetto venga sostituito permanentemente dalla superficiale indignazione di una parte per il fatto che “La giornata dell’uomo però non esiste, vogliono la parità ma intanto la giornata ce l’hanno solo loro!” e dalla ferma presa di posizione dell’altra su presupposti vani, ad esempio “Bisogna assolutamente rivedere l’equilibrio tra i generi, dopotutto è scientificamente provato che le donne sono più intelligenti degli uomini!”. Quest’ultima affermazione sinceramente non so se sia vera, e neppure mi interessa, dico però che sostenere di avere diritto a qualcosa perché si è superiori agli altri non è un modo efficace di invogliare questi altri ad avere un dialogo con noi. Per quanto riguarda il sempreverde, banalissimo clichè “La donna va celebrata tutti i giorni!” neanche mi esprimo, è semplicemente una frase da un certo punto di vista corretta, mutata però in un vuoto slogan di opposizione indiscriminata.

Punto 3, Le priorità in ordine sparso: spostando il discorso sulla componente linguistica vorrei citare l’utilizzo di obbrobri grammaticali come tutt* e l’offendersi di molte donne per il fatto che la lingua italiana denoti un abbondante maschilismo di fondo. Il tutt* non lo digerisco proprio, e vabbè, ognuno ha i suoi limiti, ma per il resto avete ragione. La questione è che sono fermamente convinto che la lingua sia uno specchio della società in quanto suo metodo di espressione, quindi per cambiare le parole bisogna cominciare dalle persone, dalle mentalità. La necessità di chi impara a parlare è dare forma a un pensiero che già gli appartiene. La necessità di chi vuole cambiare una parola è quindi quella di cambiare innanzitutto un pensiero. Costringere un membro del KKK a rivolgersi ai neri come “gente di colore” non gli farà cambiare idea riguardo ad essi, è sicuramente molto meglio non restituirgli l’accendino.

Punto 4, le aggravanti inflazionate: la violenza sulla donna, per come intendiamo l’espressione al giorno d’oggi, è diversa dalla violenza in generale. Anche se la vittima è una donna. Perché la “violenza sulla donna” ormai significa che una persona di sesso femminile sia stata vittima di violenza in quanto femmina, per motivazioni sessiste e non per una qualunque altra motivazione. In ambedue i casi l’azione compiuta è inaccettabile, ma nel primo è più grave perché alla sua base ci sono determinate convinzioni che minano il concetto di uguaglianza stante alla base del nostro vivere comune.

Punto 5, il peso delle accuse generali: è davvero pesante sentirsi continuamente ripetere che la metà di umanità di cui fai parte massacra di continuo l’altra metà. Questo allargare la responsabilità a macchia d’olio anche su chi non centra nulla è frustrante. E mi fa anche ribollire dalla rabbia, dato che io non picchierei mai una donna perchè in quanto tale se lo merita. Non ucciderei mai una donna perché se non può essere mia, un mio oggetto il cui libero arbitrio serva solo a soddisfarmi, allora non dev’essere di nessun altro. Non colpirei mai una donna per dimostrarle amore, per insegnarle che le voglio così bene da punirla se sbaglia, anche se “credimi, fa male anche a me doverlo fare”. Queste accuse generali io le sento anche sulle mie spalle, e ciò è ingiusto.

Punto 5 bis, stavolta invece ho sbagliato io: sì, ho sbagliato io. Perché invece è giusto che io faccia queste accuse anche mie. Come uomo ho parte della responsabilità. Non perché io sia un uomo, ma perché vivo in una società, e in una società la responsabilità si condivide. Ognuno ha la sua parte, che dipende dal suo ruolo in ciò che succede. Ed essendo la violenza di genere un problema in primis educativo tutti possiamo fare la nostra parte. Insegnando ai ragazzi che ricatto e amore non sono uguali, né soddisfacenti allo stesso modo. E insegnandolo anche alle ragazze, di modo che nessuna si convinca più che l’essere succube significhi essere riconoscente.
Quindi, per concludere, spero che questo giorno della donna sia un po’ diverso.
Un giorno con meno battibecchi da stadio e più ricerca, studio, interesse.
Un giorno in cui nelle scuole se ne parli, si dica per quale reale motivo esiste e si approfondisca.
Un giorno in cui ci si avvicini alla fine della violenza di genere in ogni sua forma e direzione, così che una donna possa smettere di temere per il fatto di essere donna e un uomo possa smettere di vergognarsi di essere un uomo.
E non lo spero per essere un uomo più giusto o più sensibile o più onesto. Lo spero per essere un uomo libero.

P.S. Ad ogni modo, data la mia enorme ignoranza in fatto di floricoltura, in parte l’8 marzo 2018 me lo immagino così:

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“È scientificamente provato che l’uomo non può compiere due azioni contemporaneamente, ma mentre fa altro non po’ pensarci e quindi le compie lo stesso.”

Rosso Granata 

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