L’intervista a Mariana

Proseguono oggi le presentazioni dei nuovi componenti di Bottega di idee, e proseguono con Mariana. Dopo la sua biografia di ieri, oggi il redattore le ha posto alcune domande, per conoscere meglio quel dolce miscuglio tra mitologia, sentimenti e sofferenze che ieri si è mostrato al suo, sempre più numeroso, pubblico. 

Dalla biografia appena uscita, e dalla costruzione che hai voluto imprimerle, è evidente un tuo legame con il mondo greco, e con le divinità principali di quel tempo. Chi e cosa sono, per te, gli dei greci? E in che modo, se lo fa, la mitologia incide nel tuo quotidiano?
Allora, comincio col dire che io intendo la mitologia greca classica come un’allegoria per il mondo che ci circonda; nel senso che non credo che ci sia un dio in cielo che scaglia i fulmini sulla terra quando gli gira e vuole punire l’uomo, ma sono convinta che ci siano diversi aspetti della natura che sono, per l’appunto, assimilabili con gli dei del pantheon greco, in quest’ottica Zeus rappresenta determinati fenomeni atmosferici, il mio protettore Apollo tutto quanto di più razionale e allo stesso tempo empirico è stato scoperto o creato dall’uomo, come le arti e la medicina. La mitologia incide tantissimo nella mia vita di tutti i giorni, proprio perché avvolge tutti gli aspetti dell’esistenza, suddividendoli in aree determinate; come si dovrebbe fare per vivere una vita equilibrata e per quanto possibile felice, ovvero, per esempio, abbandonarsi completamente al risposo quando si dorme, gustarsi ogni sapore quando di mangia, ridere a pieni polmoni quando ci si diverte, lasciar andare tutta la creatività quando si crea dell’arte, e così via.

Nel testo con il quale, ieri, ti sei presentata al tuo pubblico hai parlato di un certo “gusto testardo per il bello, il vero e l’utile.” Vuoi ampliare e farci capire meglio questa tua frase, che poi è anche una concezione di vita?
Innanzitutto, la testardaggine è la mia caratteristica principale, tuttavia ho un carattere molto (forse troppo) particolare, che mi porta naturalmente ad avere delle idee molto marcate e a difenderle fino all’ultimo. La scoperta della scrittura da parte mia non ha fatto altro che accentuare questo aspetto, e man mano che mi sono resa conto che avrei potuto -se non dovuto- usare le parole per una sorta di scopo didascalico, in me è cresciuta anche una concezione molto strana di tutto ciò che è bene, cioè il vero, il bello e l’utile. In seguito, con la crescita e l’arrivo dell’adolescenza, ho, se così si può dire, scelto le mie battaglie; quella che sicuramente mi sta più a cuore -com’è ben chiaro dalla mia rubrica- è il diritto all’amore, un diritto che nel corso della Storia è stato ed è troppo un privilegio riservato solamente a determinate persone. Ecco, la mia battaglia pro LGBTQI+ si serve sia della mia presunta capacità di scrivere sia dei tre elementi che compongono il bene: il vero, dal momento che la comunità LGBTQI+ è una realtà presente nella vita di tutti i giorni e in tutto il mondo; il bello, perché non si può negare che l’amore sia bello; e infine l’utile, in quanto spero sempre che quello che scrivo possa in qualche modo porre il lettore nell’ottica di comprendere e di avvertire quel senso di appartenenza al genere umano che dovrebbe ispirare, forse utopicamente, anche un amore fraterno fra tutti noi.

A questo proposito, vuoi spiegarci come (e da dove) è nato questo tuo grande interesse per la materia, tanto poi da crearne, su mio invito, un’intera rubrica di approfondimento?
Beh, come ho detto prima, con la crescita ho scelto i miei campi di interesse anche e forse soprattutto in virtù della scrittura che mi sentivo di attuare su determinati argomenti. Diciamo che sono stata avvicinata per la prima volta alle tematiche LGBTQI+ quando alle medie ho cominciato a guardare il telegiornale e ho notato che mentre in altri paesi si approvavano leggi per le unioni civili se non addirittura il matrimonio egualitario, nella nostra bella Italia la comunità queer non aveva assolutamente visibilità e nei rarissimi momenti in cui ne godeva era solitamente per riportare notizie di aggressioni o atti omofobi. Col tempo ho avuto modo di approfondire meglio le tematiche relative alla comunità LGBTQI+ e, a dirla tutta, dal momento che l’ho giudicata – forse a torto – una parte reietta della società, esattamente come me, ho cominciato a scrivere – e quindi a combattere – per essa.

Ci avviciniamo alla chiusura dell’intervista. Dopo tutte queste riflessioni, mi torna alla mente un’affermazione conclusiva della tua biografia: “Mariana Rosa […] con la crescita, imparò a piegare le parole al proprio volere […] e a non odiare completamente questo mondo.” Cosa significa, per te, piegare le parole al proprio volere? E perché questo mondo ti crea così tanti scombussolamenti, fino al punto di stupirti di non odiarlo completamente?
“Piegare le parole al proprio volere” è un’espressione che ho usato per la prima volta nella mia biografia; ormai sono un po’ d’anni che scrivo, o che tento di farlo, e nell’arco di questo tempo il mio rapporto con le parole ha subito parecchie variazioni, ci sono stati anche un paio di periodi in cui le respingevo completamente. Ecco, in questo periodo ho davvero molto poco tempo materiale da dedicare alla scrittura, perciò il mio obiettivo principale è quello di arrivare subito al punto e trovare le parole esatte che fanno scattare i meccanismi che voglio nella mentre del lettore, per questo motivo parlo di “piegare le parole al mio volere”.
Poco fa ho affermato che intendo le parole come uno dei tanti mezzi (insieme a tutte le altre arti) per arrivare, ripeto, forse utopicamente, all’amore universale tra esseri umani. Questo non accade. E quel che è peggio è che non saprei indicare un periodo della Storia in cui è accaduto, e questo mi procura molto malessere. In breve, quello che più di tutto mi provoca sofferenza è la consapevolezza che i problemi dell’uomo sono rimasti immutati nel corso di secoli, millenni addirittura: come mai, da essere razionali quali ci vantiamo di essere, non li abbiamo risolti? Perché non siamo capaci di concepire un amore universale? Per quale motivo sentiamo il bisogno di imporre le nostre idee sugli altri, molto spesso ferendoli? Tuttavia, riconosco che alle volte, nel piccolo di qualche realtà ridotta, come può essere la famiglia o il gruppo di amici o la classe, c’è la completa accettazione dell’altro e un amore che va davvero oltre ogni cosa: oltre il colore della pelle, la sessualità, le aspirazioni, le inclinazioni, i gusti, l’identità di genere… Questa è una piccola consolazione rispetto al desiderio d’amore universale che mi fa star male come se stessi bruciando sul rogo, ma mi fa credere che al mondo ci siano delle persone che non sono altro che Amore, ed è una benedizione trovarle.

Chiudiamo con una curiosità. Più volte, nel corso del testo con il quale ti sei presentata, hai utilizzato il tuo nome completo, “Mariana Rosa”. E’ puro vezzo o dietro c’è un significato celato?
Il mio nome mi piace molto, credo di essere delle poche persone a pensarlo. Lo apprezzo perché ha una storia: mia mamma è stata in gioventù accudita dai suoi nonni, che si chiamavano Mariano e Rosa. Dai racconti che mi giungono su di loro posso solo immaginare che fossero delle persone veramente buone, genuine e altruiste. Così, al momento della mia nascita, mia mamma ha voluto onorare la loro memoria e dedicare il mio nome a loro: MarianaRosa. A proposito del mio nome, dal momento che ora ne conosci la storia e il significato, se non è una richiesta troppo pretenziosa, potresti cambiare il nome della mia rubrica in “Le riflessioni di Mariana Rosa”? Sai, il titolo che c’è ora è bello, ma suona incompleto, come se mostrasse solo una parte di me stessa, mente io voglio palesare anche la mia parte più aggraziata, Rosa. “Le riflessioni di Mariana Rosa”: che dici, ti piace?

Sì, a me piace. Speriamo che piaccia anche a voi.

Bottega di idee

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