L’intervista a Michele

Termine delle presentazioni dei nuovi componenti, l’intervista a Michele è prosecuzione naturale della sua biografia. Dal teatro alla letteratura, passando ovviamente per le immancabili vignette, in una moltitudine di interessi, Federico ci porta alla scoperta di Rosso Granata. Qui, di seguito. Grazie e buona lettura. 

Nella tua presentazione hai citato moltissime tue passioni. Dal teatro alla letteratura passando per il cinema, hai mostrato un ampio ventaglio di interessi. Cosa ti dona, ogni giorno, ciascuno di questi tre interessi? E per che cosa si differenziano o, al contrario, si possono accomunare?
Nuovi spunti. Di sicuro mi donano questo, nuove idee per realizzare, nel mio piccolo, qualche “copione”, sceneggiatura, testo… Scrivo parecchio, più che altro bozze che poi rimangono da qualche parte nella mia camera in attesa di essere ampliate e revisionate, e talvolta pubblicate sotto forma di vignetta. Si accomunano tutte perché sono mezzi per raccontare una storia, la differenza sta nella forma ma la storia è il nocciolo. E ogni cosa ha una storia, è una storia, trovare un modo di raccontare la realtà come se fosse una trama spesso aiuta a trovare soluzioni grazie alla visione d’insieme che il narratore ha e il personaggio non può avere. Altre volte aiuta invece a rifuggire una stringente routine che sì, d’accordo, dà una certa sicurezza, ma è anche una prigione.

Figura fondamentale, sia da quanto emerso nei tuoi precedenti articoli sia da quanto ci hai raccontato tu, è quella del lupo. Vuoi approfondire maggiormente questo tuo amore per l’animale ancor oggi protagonista delle tue vignette?
Non è sicuramente una cosa che mi è nata così, di punto in bianco, mi sono affezionato sempre di più a questa creatura forse perché è un essere piuttosto schivo, non ha quell’eleganza quasi opulenta dei grandi felini e, pur avendo bisogno del branco, c’è sempre questa leggenda proverbiale del lupo solitario… E poi manifesta la sua rabbia in modo feroce, esplosivo, sincero: ringhia, inarca le spalle, scopre i denti. Non gonfia il petto nè ruggisce. Non è uno spettacolo “epico”, una dirompente raffigurazione di potenza, è solo rabbia, autentica. Ed essendo un’emozione per me molto ricorrente (purtroppo, temo) era inevitabile che trovassi questo animale così affascinante. E altrettanto inevitabile, forse, che gli affidassi la rappresentazione di una parte di me con cui devo costantemente fare i conti, ovvero il Lupo delle mie vignette. In fondo i miei fumetti riportano ragionamenti e situazioni in cui c’è quasi sempre questo difficile rapporto tra il me-Rosso e il me-Lupo.

A questo proposito, vuoi raccontarci come hai iniziato e che cosa ti spinge a mettere sotto questa particolare forma i tuoi interessi?
Ho iniziato in maniera piuttosto banale, a dire il vero. Dopo il mio secondo “incontro” con le tavole di Zerocalcare, quello in cui mi sono appassionato realmente a questo tipo di story-telling, ho cominciato a disegnare dei personaggi che mi rappresentassero solo per costruire dei brevi scketch basati sulle situazioni più comiche, ridicole o imbarazzanti che mi capitavano durante le giornate. Poi, continuando, mi sono reso conto che potesse essere molto di più: intrattenimento, commedia ma anche un modo per raccontare se stessi attraverso delle rappresentazioni che rendano l’azione un po’ più facile. Un’altra ragione è un personale convincimento che il fumetto sia un anello di congiunzione tra la scrittura e il cinema. Che sia scrittura è palese, ma è anche regia e sceneggiatura: ogni vignetta è un inquadratura che il disegnatore decide, così come i personaggi fanno le veci degli attori e le “nuvolette” racchiudono le battute, poi ci sono luci, ambientazioni, effetti speciali… Tutti costruiti con il disegno. Questa forma mi permette di praticare un po’ di regia con pochissimi mezzi e la sola (circa) difficoltà di riportare sulla carta oggetti e soggetti che siano comprensibili. Dopo tutto il mio attuale obiettivo è studiare da regista, quindi si tratta anche di un ottimo allenamento.

Da Bukowski a Rimbaud, da Diabolik a Dylan Dog. Vista tanta varietà, cosa vuol dire, per te, “letteratura”?
Come sempre quando non so da che parte cominciare, inizierò riportando una definizione di letteratura, precisamente la primissima trovata su Google, che a mio parere è perfetta: “L’insieme delle opere variamente fondate sui valori della parola e affidate alla scrittura […]”. Cioè tutte le opere che si basano sull’utilizzo della parola scritta come mezzo di trasmissione. In realtà credo che in parte nella letteratura rientrino anche i testi delle canzoni (spesso e volentieri vere e proprie poesie musicate) e i copioni teatrali e cinematografici. Opere che parlano attraverso la scrittura. La letteratura è quindi, secondo me, l’arte di utilizzare le parole conosciute per creare e descrivere infinite idee, infiniti mondi. “Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere.”. Novecento in questo monologo parla del pianoforte, ma non è forse la stessa cosa con un vocabolario?

Zerocalcare, Capitan Artiglio e Torti Marci. Questi, a tuo dire, i pilastri delle tue vignette? Cosa ti ha ispirato di loro e, per concludere, cosa ti auguri per il futuro, sia artistico sia personale?
Sì, dei veri e propri pilastri, che con il loro umorismo, il loro modo di rappresentare emozioni, situazioni e racconti, e naturalmente il loro stile di disegno, costituiscono le colonne portanti delle mie vignette. Si vedrà se queste colonne saranno la base di una struttura più ampia, sviluppatasi da lì in modo da creare qualcosa di davvero bello e soddisfacente, o se la parte soprastante crollerà miseramente lasciando da ammirare soltanto tronchi e capitelli. Per ora il lavoro sarà, man mano che la costruzione sale, rendere sempre più personale lo stile, far sì che le incisioni in cima non siano brutte copie di quelle sui pilastri.
Cosa mi auguro per il futuro? – sorride imbarazzato, n.d.r. – È un’ottima domanda, e se sapessi come rispondere sono certo che sarebbe ottima pure la risposta. Diciamo che, citando di nuovo Novecento “non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla”, e io, come canta Guccini, “ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare e ….” Per quanto riguarda il resto, be’, sarà storia.

E che storia sia, allora.

Bottega di idee

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