L’intervista

Mattia Agostinali nasce a Tirano nel 1980. Appassionato cinefilo e lettore voracissimo fin dall’infanzia, inizia l’attività di formatore nel 2004. Da allora progetta e gestisce numerosissimi corsi di storia e critica del cinema. Oggi, Federico lo ha intervistato, in un dialogo che intreccia la storia di Mattia con la storia del cinema, la sintesi delle arti con la letteratura, travagli giovanili e passione per l’insegnamento. Sperando nel vostro interesse, ringraziamo ancora Mattia e vi auguriamo una buona lettura.

Mattia, oggi conduci corsi di avvicinamento al cinema a tutti i livelli, dall’asilo agli adulti. Come ti sei avvicinato a questo mondo? E che percorso, professionale e umano, ti ha portato a questo punto di estrema condivisione della tua passione?
Credo che tutto nasca da mio nonno. Mi spiego: quand’ero piccolo, stavo sempre con i nonni, e mio nonno, che aveva avuto, ai miei occhi, una vita incredibilmente intensa, era un fantastico narratore. I racconti hanno sempre fatto parte della mia dimensione di “comfort”, in modo quasi bulimico. Le storie ascoltate, i libri, le canzoni, i quadri… tutto ciò che è in qualche modo narrazione mi ha sempre attratto. Il passaggio al cinema, sintesi suprema di tutte le forme narrative, è stato quindi naturale. Non saprei dire quando tutto ha avuto inizio anche se mi piace raccontare una sorta di genesi “mitica” identificata nel classico temino scolastico del lunedì. Frequentavo la quarta elementare e, dato che ero al rientro della vacanze natalizie, era sicuramente gennaio 1990. La maestra, per rimediare alla tragica routine della cronaca vacanziera, ci chiese di descrivere un film che ci era piaciuto. Io avevo appena scoperto (all’epoca RaiTre ancora ne trasmetteva i film in prima serata) Chaplin, e parlai de “Il circo”. Come tutte le cose prime, non l’ho mai più voluto rivedere, ma mi piace identificare questo come il mio debutto “pubblico”. So invece molto bene l’importanza che il cinema ha rivestito nella mia infanzia/adolescenza. Ho avuto una storia personale e famigliare non facile, e poter evadere in mondi sempre diversi e più volte al giorno mi ha in un certo senso salvato la vita. Ho pertanto scelto di farne materia di studio “ufficiale” all’università, ma la dissezione dell’oggetto amato non è cosa per me e, complici ulteriori difficoltà personali, ho abbandonato scegliendo di proseguire nel cammino di autodidatta. Il passaggio all’insegnamento è stato invece meno consapevole, ma molto molto intenso. Ho semplicemente realizzato che non siamo fatti per assorbire conoscenze, diciamo così, “a fondo perso”. Le passioni, specie quando sono così significative, vanno condivise. Altrimenti non hanno senso.
“Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio”. Questo diceva, sulla sua arte, Federico Fellini. In modo altrettanto secco, Stanley Kubrick, strepitoso regista statunitense, disse che “se può essere scritto, o pensato, può essere filmato”. Tramite un breve chiarimento sulle due massime, potresti costruire un rapporto fra i due registi, e il loro modo, assolutamente distintivo, di fare arte e di concepire il cinema?
Partiamo dal presupposto che non amo le citazioni, né tanto meno le frasi decontestualizzate. La forma senza la sostanza che la compone non è che effimera vanità. Le prenderò invece come “scusa” per parlare un po’ di due registi che ho tanto amato e che hanno costituito un perno importantissimo nella creazione della mia personale dimensione estetica. Da un lato Kubrick, il grande scacchista, l’intelletto superiore. Uno che non creava mondi, ma che scombinava il reale per incastrarlo nella sua personale ricerca filosofica sull'”umana bestialità”. In Kubrick tutto è algebrico, macchinoso, cervellotico eppure in costante armonia. Guardando i suoi film, colonna portante della mia adolescenza, si ha sempre la netta percezione dell’esistenza di livelli di riflessione di insondabile profondità. Kubrick, scienziato del cinema, è una goduria per il cervello.
Fellini è l’esatto opposto. In lui nulla conta se non il suo Ego Creatore. Se nel cinema è mai esistito un Demiurgo, è di certo il genio riminese. In lui non vi è spazio per le altrui certezze, ma solo per i suoi tormentosi dubbi personali, per i suoi tic, per le sue manie. Fellini riempie parossisticamente il suo cinema. Tocca starci, e io, lo dico senza pudore, non ci sono stato fino ai trent’anni compiuti (eccezion fatta forse per “Amarcord” che è, sia pure solo in apparenza, il suo film più accessibile”). Ma ora, raggiunta quell’età in cui socraticamente si realizza di non sapere, un film come “8 ½” potrei rivederlo a ciclo continuo.
Potremmo dire, in modo un po naif, che Kubrick è lo scienziato/filosofo che ci pone un’infinità di domande, e Fellini il genio che, sogghignando, ci dice che le risposte non esistono. Oppure che sono dentro di noi. O di lui… Entrambi sublimi.
A dicembre abbiamo intervistato Alessandro, giovane aspirante regista. Come vedi l’avvicinamento dei giovani al mondo del cinema? E, più universalmente, cosa deve avere un film per funzionare, per essere gradevole e per essere quindi definito un buon film?
Tutto dipende dalla modalità di approccio. Se vogliamo filmare la realtà per comprenderla meglio ed esprimere il nostro punto di vista, ben venga. Se invece pretendiamo, con mezzi elementari, di raggiungere subito la vetta, meglio trovarsi vie meno impervie. Il cinema è un hobby molto costoso. Tuttavia, se nessuno ci provasse sarebbe molto triste. Ai giovani che proprio non sanno resistere a questa passione dico questo: vedete il più possibile, vedete tutto, anche le cose brutte. Imparatevi la grammatica dell’inquadratura, studiate in primis la fotografia. E non scordate mai che non è scritto da nessuna parte che gli spettatori debbano amare le storie che noi ameremmo raccontare! Alla fine, la regola base di un buon film è tanto semplice! Deve intrattenerci, deve farci scordare, finché dura, il lavoro, lo studio, le tasse, le liti con la fidanzata… Nelle due ore di “Star Wars” io voglio essere un cavaliere Jedi, oppure lascio perdere. Ma questa semplice regoletta si basa su un’alchimia complessissima, ed è proprio quella che deve studiare chi aspira a diventare regista. Personalmente, poi, credo che un film non debba offrirmi delle risposte (quelle me le cerco tuttalpiù nella vita reale) ma farmi molte domande. Ecco, diciamo che funziona così: se tornato dal cinema mi faccio una doccia e con la stanchezza lavo via anche il ricordo di ciò che ho visto, il film non è stata gran cosa. Ma se dopo tre, cinque, dieci giorni ancora mi arrovello nel cercare una risposta ai quesiti che mi ha posto, ecco che forse ho visto qualcosa di significativo. Se dopo mesi il ricordo è vivo, allora è un capolavoro. Per quanto, con l’esperienza, ho la presunzione di riconoscerne uno quasi al volo…
 
Che rapporto esiste, secondo te, fra le diverse arti (letteratura, musica, teatro…) e il cinema, che ne è contemporaneamente sintesi e unione? 
Domanda astrusa, permettimelo. Tutte le arti convergono egualmente su due fattori: estetica e narrazione. Giraci attorno finché vuoi, ma non c’è null’altro. I messaggi “sociali” che puoi veicolare sono vincolati sempre a questi due parametri, e sono loro sottoposti. Il cinema, semplicemente, è un hub più veloce, più sintetico, più potente. Un racconto 2.0, per così dire. Ma attenzione: è da fessi cercare letteratura, musica, teatro nel cinema. Linguaggi diversi con peculiarità e finalità differenti. Datosi che tanto ami le citazioni, te la chiuderò con Guccini: “però non ho mai detto che a canzoni / si fan rivoluzioni / si possa far poesia…” A ciascuno il suo, senza troppa confusione.
Ci hai detto cosa deve avere un film per funzionare e quale rapporti il cinema abbia con le diverse arti. A questo punto, non resta che chiederti: che cosa bisogna cercare nel cinema? Assume più importanza il dato tecnico o quello di trama? E in che cosa, oltre alla possibilità di evadere dal quotidiano di cui hai già parlato, il cinema può portare profitto all’essere umano, sia in una dimensione più routinaria sia in una più intima?
Personalmente, sono troppo pigro per cercare qualcosa nell’effimero. Cerco i pomodori dall’ortolano, o un cacciavite dal ferramenta. In arte non cerco. In arte trovo, e neppure sempre. Ma per trovare occorre lasciarsi andare, abbandonarsi. Occorre credere alla storia che ci viene raccontata, senza se e senza ma, senza scopi. E senza cercare profitti particolari. Se ce n’è, tanto meglio. Ma la logica del profitto, puro o corrotto che sia, ha reso il mondo quel luogo invivibile che è diventato. Mi spiace, ma è una logica cui sento di non appartenere. Di certo la bellezza è il “guadagno” migliore, più puro, più immateriale. Ma quella la ottengo da tutto: un film, un libro, un sguardo, una buona cena, un “grazie” sincero.
Come conclusione, mi farebbe piacere sapere cosa ne pensi del nostro sito, e (non dubito che tu ne abbia) che consigli vuoi darci per crescere ancora.
Di base, apprezzo sempre l’iniziativa giovanile, ingenuità ed errori inclusi. Trovo il sito un modo “sano” per esprimere la propria opinione, per condividere le proprie passioni con gli altri. Alle volte, forse, pecca di autoreferenzialità, ma senza malizia. Il prossimo step dovrebbe essere una più ferma linea editoriale che non si manifesti in introduzioni che francamente trovo poco utili agli articoli altrui, quanto meglio in una più attenta fase di selezione e strutturazione dei contenuti. Senza mai scordarsi quanto ho già detto prima: gli articoli devono essere interessanti per chi li legge, e non per chi li scrive. Detto questo, confermo il giudizio più che positivo, e vi auguro di poter realizzare appieno le vostre ambizioni.

Bottega di idee

 

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