L’intervista

Insegnante  e psicologo clinico di formazione psicoanalitica d’orientamento freudiano-lacaniano, Luca Curtoni è laureato in Filosofia alla Statale di Milano e in Psicologia all’Università degli Studi di Pavia, materie che insegna da oltre vent’anni. In un dialogo sicuramente tecnico, ma speriamo interessante, Bottega di idee ha voluto sfruttare la versatilità del suo ospite di questa rubrica, per poter spaziare fra anoressia, tema già toccato da Gaia nella sua lettera; autismo, di cui oggi è la Giornata Mondiale della Consapevolezza; e psicologia in generale. Sperando che questa intervista dimostri che anche la cultura può avere un’ampia diffusione nel mondo del web, vi lasciamo scorrere le righe qui di seguito. Grazie e buona lettura.

Lei oggi insegna al Liceo Piazzi Lena Perpenti di Sondrio ed è, in parallelo, psicologo clinico di formazione psicoanalitica. Vuole raccontarci quale percorso l’ha portata a questo punto?
A posteriori farei coincidere l’inizio del mio percorso non con la scelta della facoltà universitaria, ma con il fallimento di quella relativa alla scuola secondaria superiore. A quel tempo, spinto da suggestioni legate fondamentalmente alla figura paterna, optai per un corso di studi allora considerato come molto “pesante”, cioè immediatamente spendibile sul mercato del lavoro. Scelsi l’Istituto Tecnico per ragionieri, ma di pesante potei sperimentare solo le sue materie di insegnamento. Era cioè una scuola valida per i suoi  insegnanti, ma lontanissima da quell’insieme di potenzialità e interessi allora ancora molto acerbo e soprattutto inibito dal mio ambiente di provenienza. Fu l’incontro con quella che sarà poi la mia compagna di vita a portarmi a una svolta esistenziale, il cui effetto più evidente fu la “conversione”alla filosofia, dando così un senso, o meglio, attribuendo un non senso alla precedente esperienza di studi tecnici, Fu quindi proprio il sentirmi vuoto, mancante, condizione che nel linguaggio psicoanalitico rimanda al fondamentale concetto di castrazione, a far nascere in me il forte desiderio di gettarmi su una facoltà veramente formativa. L’idea iniziale era quella di iscrivermi a Psicologia, ma allora la facoltà era presente solo a Padova e a Roma, e, non volendomi spostare troppo da Sondrio, mi iscrissi a Milano, a Filosofia, con l’intento poi di proseguire nel  campo psicologico e specializzarmi come psicoterapeuta. Iniziando questi studi, però, mi resi conto di quanto fosse l’elaborazione filosofica a suscitare il mio interesse, tant’è che l’idea iniziale di fare una tesi d’indirizzo psicologico l’accantonai per laurearmi con Giorello, con una tesi in Filosofia della scienza. Su un binario non ancora convergente, ma parallelo, il mio interesse per la psicoanalisi era rimasto intatto: così, al termine del mio percorso filosofico, mi sono iscritto a Psicologia e dopo alcuni anni alla scuola di specializzazione presso l’Istituto Freudiano, la scuola più filosofica presente nel panorama degli Istituti di specialità. Attraverso l’impareggiabile fascino del testo di Lacan, le due direttrici della riflessione filosofica e della clinica psicoanalitica, che ormai da anni animavano il mio desiderio, poterono fondersi.
Questo per quanto concerne l’iter che mi ha portato alla professione di psicologo clinico. Per quanto riguarda l’altra dimensione, quella dell’insegnamento, appena laureato in filosofia, dopo soli due mesi, ho avuto la fortuna di essere chiamato per una supplenza annuale in una scuola privata. Da lì non ho mai smesso di insegnare. Quel che nel tempo è cambiato è stato però il modo dell’insegnamento: se inizialmente ero molto attento soprattutto ai contenuti e alla loro restituzione rigorosa, devo dire che solo in questi ultimi anni, grazie alla formazione psicoanalitica, mi sono dedicato prevalentemente a favorire la  costruzione di una forma mentis filosofica  e a coltivare la relazione umana, a curare  più adeguatamente e specificamente il rapporto con l’Altro-classe, che da semplice aggregato di profili singolari si trasforma in un gruppo che ha una sua fisionomia e una sua magia. Un gruppo che, nel corso di un quinquennio (poiché spesso ho la fortuna di poter insegnare lungo tutto il percorso di studi dei vari gruppi-classe) cambia anche notevolmente, sollecitandoti nei modi più svariati, sia da un punto di vista cognitivo, ma soprattutto da un punto di visto emotivo-affettivo, che è, a mio avviso, il vero punto d’incontro tra la dimensione dell’insegnante e quella dello psicologo clinico, il terreno in cui le due professioni vengono a convergere, arricchendosi reciprocamente.

Oggi, come lei certamente saprà, è la Giornata Mondiale della Consapevolezza dell’Autismo. Tralasciando il ritorno di moda del tema legato alla questione dei vaccini, può aiutarci a fare un po’ di chiarezza attorno a questo specifico disturbo? Come viene visto nella teoria – lacaniana – a cui lei afferisce e cosa si può fare, secondo lei, nel concreto, per uscire da questo disturbo e impedirne la sua propagazione?
Oggi l’autismo è considerato un problema di ampia diffusione. Io ne parlerò in relazione all’orientamento lacaniano, dicendo subito che si tratta di un approccio strutturalmente diverso rispetto a quello praticato nelle strutture pubbliche e statali. L’approccio lacaniano nella fattispecie segue le coordinate di qualsiasi intervento che voglia definirsi psicoanalitico: col bambino non si fa una psicoanalisi, né la si fa ai genitori, per il semplice motivo che  è strutturalmente impossibile farla. La condizione del soggetto autistico, infatti, è molto particolare. Antonio Di Ciaccia, presidente dell’Istituto Freudiano, – in un bellissimo libro, intitolato Qualcosa da dire al bambino autistico – definisce la posizione del bambino autistico come quella di “un fiore gelato”. Seguendo questa immagine, si può pensare al bambino autistico come a un individuo che, nel momento in cui gli viene riconosciuta la dignità di soggetto, può trovare la possibilità di dispiegarsi, di aprirsi – dove per aprirsi, nel  linguaggio di Lacan, si intende entrare nel sistema simbolico. Ogni struttura che si occupa di bambini autistici (ricordo la più famosa, fondata da Di Ciaccia stesso, in Belgio, nella periferia di Bruxelles) deve pensare all’intervento con questi soggetti in un modo che è straordinariamente diverso da quello praticato nelle strutture a cui siamo abituati. Quest’intervento, viene infatti definito à plusieurs (“a diversi”), nel senso che gli educatori, che sono spesso psicologi, sono lì in quanto figure che portano un sapere che è quello di non sapere. Essi, svuotati di ogni forma di sapere, si propongono, ciascuno col proprio desiderio, in una relazione con il bambino autistico che ha come scopo quello di far sì che dalla stereotipia, giudicata dalla psicologia cognitivo-comportamentale come qualcosa da ridurre, ridimensionare, o addirittura cancellare, si possa passare a un’attività articolata in un sistema simbolico, che sarà chiaramente diverso da quello degli altri bambini ma comunque minimamente articolato, articolato cioè in maniera che i piccoli oggetti che costituiscono il suo mondo (un bicchiere, una penna, un bastone…) si elevino alla dignità di significante. Un soggetto (e, secondo la psicoanalisi, l’autistico è un soggetto a pieno titolo) non può costruirsi se non in relazione all’Altro: deve quindi porre le sue questioni solo all’interno della relazione con un Altro necessariamente diverso da quello con il quale ha dovuto fare i conti  nei primi anni della sua vita, un Altro genitoriale spesso sregolato, che faceva del figlio più un oggetto di godimento che un individuo da soggettivare. Gli educatori si propongono invece come un Altro mancante, barrato, vuoto, all’interno del quale il bambino autistico ha la possibilità di esprimere i suoi bisogni, articolando per la prima volta una domanda che gli permetta di porsi come soggetto desiderante. Solo in questo modo il godimento assoluto all’interno del quale il bambino autistico è chiuso potrà essere addomesticato, limitato, mitigato. Il compito è quindi far sì che si riesca a portare il bambino all’interno di un discorso, seppur ristretto e diverso da quello degli altri soggetti, strappandolo da una dimensione di reale senza senso, dove il bambino è mutacico o verboso, dove però il verbo è una mera accumulazione di fatti, vuota d’affetti perché separata dall’Altro.

Altro mondo molto particolare, di cui recentemente ci ha parlato Gaia in una lettera davvero commovente, è quello dei disturbi alimentari. A cosa è dovuto, secondo lei, l’enorme aumento dei casi di questo genere? E cosa può rappresentare, nel mondo schizofrenico di oggi, un disturbo così precipuo?
Questa domanda mi sembra molto in linea con quanto detto finora. Anche i disturbi alimentari sono infatti da mettere in relazione alla tematica del godimento e all’erosione del legame sociale, che è una caratteristica fondamentale della società di oggi, dove l’imperativo non è più, come accadeva in una società in cui le istanze superegoiche esigevano la rinuncia e il sacrificio, quello di astenersi dal godimento, ma quello di godere, di godere sempre di più. In una società globalizzata che appiattisce l’uomo alla pura dimensione di consumatore, la logica non è più quella di costruire e consolidare il legame sociale, di fondare comunità, ma di creare centri commerciali, dove il soggetto scompare, e di spingere ogni individuo a consumare compulsivamente i propri oggetti di godimento, opportunamente creati e messi a disposizione da una tecnologia avanzatissima. Dicevo che anche i disturbi alimentari sono figli di questa politica segregazionista della società iperconsumistica. Fra i disturbi alimentari prendiamo come esempio l’anoressia. Questa è una sofferenza molto complessa,  che richiede diverse letture, poiché la condizione cambia radicalmente nel momento in cui il soggetto anoressico è un soggetto con una struttura di tipo isterico o è un soggetto con una struttura psicotica. Nel primo caso, il sintomo svolge la funzione di trasmettere un messaggio silenzioso all’Altro o di prendere il posto di una parola che non si riesce a dire, quindi svolge una funzione di comunicazione ma anche di metafora, perché permette di sostituire un significante con altri significanti, facendo sì che la persona possa dare più senso alla sua esistenza. La capacità di metaforizzare è un tratto che caratterizza il soggetto nevrotico, il quale può in questo modo creare un legame stabile tra significato e significante, evitando un rinvio metonimico all’infinito. In un caso come questo, la terapia affrontata con strumenti psicoanalitici, appoggiandosi sull’interpretazione della parola del soggetto nevrotico, permette di sciogliere il sintomo e la persona guarisce. La clinica contemporanea è però sempre più una clinica dove il soggetto si rifiuta di entrare nella concatenazione significante che costituisce l’Altro simbolico, rifiutando quindi, come nel caso delle tossicodipendenze, la castrazione simbolica, decidendo conseguentemente di rimanere all’interno di una dimensione di godimento assoluto. Il soggetto rifiuta l’Altro per avere un rapporto esclusivo con il proprio oggetto di godimento. Come insegna Domenico Cosenza, il rifiuto della legge simbolica dell’Altro deve spesso essere inteso anche  all’inverso come una difesa della persona anoressica da un Altro soffocante e invadente, che non le ha permesso di porsi come soggetto desiderante. In questi casi il lavoro analitico, pur continuando a muoversi in una dimensione di decifrazione del senso, deve necessariamente articolarsi in una direzione nuova, che punta al reale del soggetto, al suo godimento, refrattario alla parola dell’analista, che non fa presa sul sintomo perché il sintomo-godimento è fuori-senso. Si tratta allora di far emergere il funzionamento del godimento del soggetto, rispetto al quale il sintomo è un modo di attingervi. 

Abbiamo parlato esaustivamente di due forme di disturbo oggi purtroppo molto diffuse. Evadendo da questa angolatura così specialistica, ci direbbe in che cosa, a suo avviso, sia da professore sia da terapeuta, la psicologia può essere d’aiuto nel nostro quotidiano?

Anche qui distinguerei tra il discorso psicoanalitico e quello psicologico. Poco fa, rispetto all’autismo, ho individuato, in maniera rapida e sintetica, alcune coordinate che permettono di soggettivare il bambino autistico, altrimenti definibile come handicappato. Il soggetto, che per la psicoanalisi è sempre il soggetto dell’inconscio, deve essere messo nelle condizioni di entrare nella catena di significanti. La psicologia, differentemente dalla psicoanalisi, non parla di inconscio. L’intento psicologico in questo caso è di normalizzare, di ricondurre il soggetto autistico a standard di normalità. La psicoanalisi, invece, si rivolge agli individui visti nella loro singolarità e si pone lo scopo di aprirli alla loro dimensione desiderante. Questo perché l’etica della psicoanalisi è mossa dalla ricerca e dal tentativo di creare le condizioni affinché il desiderio del soggetto costruisca una sua soluzione relativamente al rapporto dell’individuo con il mondo e la realtà. Quindi io rispondo a questa domanda in riferimento al dispositivo analitico, che muove da assunti strutturalmente diversi da quella che oggi viene battezzata come psicologia scientifica. La differenza fra queste due prospettive si appunta quindi sul dare o meno rilevanza alla dimensione inconscia. Il soggetto, che per la psicoanalisi è inconscio, per la psicologia “evidence based” è un soggetto cognitivo, soggetto che trova nella padronanza di sé e nelle strutture cognitive le sue caratteristiche precipue. Fatta questa distinzione, in che senso il sapere psicoanalitico può essere d’aiuto nel nostro quotidiano? La risposta è semplice: individuando la vera collocazione dell’inconscio, che non è qualcosa di ineffabile, situato nei recessi più profondi della psiche. Al contrario, l’inconscio è in superficie, è qualcosa di cui tutti noi possiamo fare esperienza, personalmente o indirettamente, in quella che Freud chiamava Psicopatologia della vita quotidiana (lapsus, sbadataggini, dimenticanze, omissioni ecc.), o quando abbiamo la sensazione che le cose non vanno come vogliamo, quando cioè fra i nostri propositi e le nostre azioni si interpone qualcosa che ci fa deragliare, ma che sentiamo come una dimensione molto intima, familiare, interna. Ambivalenza che spesso esplode in alcune situazioni, come nel caso dello studente che si paralizza all’ultimo esame universitario o viene assalito per la prima volta dal panico del foglio bianco appena inizia a scrivere la tesi, o come nel caso dell’uomo esperto in relazioni amorose che va incontro ai primi problemi di impotenza proprio nel momento in cui per la prima volta riesce a incontrare la donna della sua vita. In tutti questi casi, che mettono in crisi l’idea della padronanza di noi stessi, è difficile uscire dall’impasse senza credere che l’inconscio esista e vada ascoltato per ciò che dice. Ma proprio perché l’inconscio è ciò che si dice, basta mettersi all’ascolto e sintonizzarsi sulla sua lunghezza d’onda, accettare l’ambivalenza come caratteristica strutturale dell’essere umano e smettere di credere che coincidiamo con ciò che consapevolmente vogliamo. Attribuendo uno statuto di verità alle diverse formazioni dell’inconscio, come il lapsus, il sogno, gli atti mancati, la psicologia si annetterà territori altrimenti destinati a congiunture esterne al soggetto (come per esempio le coincidenze sfortunate, la “colpa” degli altri, gli ostacoli indipendenti da noi, ecc.) e potrà così diventare un sapere molto più comprensivo della nostra vita, di cui la quotidianità non è altro che un suo aspetto.

Bottega di idee

 

 

 

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