Una società drogata

Come annunciato, oggi Mariana si cimenta con una tematica non sua, in un articolo, sin dal titolo, ambiguo. Che non offre soluzioni né stila analisi. Ma che, tramite una storia (naturalmente fittizia), prova a offrire una riflessione, che spazia dalla marijuana alla cocaina, dallo spacciatore dell’intervallo al boss ‘ndranghetista. Perché in questo mondo complesso tutto è ambiguo, a partire dalla nostra società. Una società, appunto, drogata.

L’intervallo per la maggior parte delle scuole si aggira verso le undici. Un po’ prima del suono della campanella, però, se si esamina bene fra i banchi e si fanno passare a uno a uno i volti degli studenti, si scorge chi si domanda se avrà abbastanza tempo per mangiare qualcosa e andare in bagno, ma soprattutto ci si accorge subito di chi è in ansia perché si domanda se in quei dieci minuti di intervallo riuscirà a comprare la droga. Non è affatto difficile: dalla sua classe, Luca (i nomi sono fittizi) non deve far altro che scendere al primo piano, uscire dalla porta posteriore, camminare qualche decina di metri per arrivare all’istituto vicino, dove, vicino ad un cespuglio basso con le spine, ci sarà sempre qualcuno pronto a vendergli qualche spinello, per cominciare. Lo pseudo-spacciatore è, abbastanza ironicamente, due anni più giovane di Luca, ma si trova già in giri più grandi di lui. Nessuno, guardando Matteo, penserebbe che sia coinvolto con la mafia: la sua “normalissima” famiglia è modesta, ma guadagna abbastanza da potersi permettere un appartamento in centro città. Lui, invece, ha dei buoni voti a scuola e si prende sempre cura della sorella piccola. È entrato nel giro a seguito di una sfortunata serie di incontri con alcuni suoi coetanei assai particolari, non di certo per arricchirsi: buona parte dei dieci euro che Luca gli allunga velocemente, guardandosi intorno e sentendo la solita ansia crescere in lui, li consegnerà  a un uomo senza nome, dai capelli scuri, che una volta a settimana, alla stessa ora e nello stesso luogo, lo incontra nello stesso vicolo che Matteo imbocca per andare a casa.  Ma torniamo a Luca: a lui piace definirsi un attivista e fumare erba; pensa che in fondo non ci sia niente di male nell’essere un po’ distaccati e magari alticci. In generale gli piacciono le droghe leggere ed è convinto che dovrebbero essere legali: il rischio che diano dipendenza in senso medico è bassissimo, ridicolo quasi (e da qui la denominazione di droghe “leggere”) e ritiene che potrebbero aiutare le casse dello stato a risanarsi, se fossero tassate come lo è ad esempio il tabacco.  Luca però ignora tante cose. Innanzitutto, la definizione di “tossicodipendenza” è molto diversa da quella che si prefigura: essa infatti deriva dal greco toxikon, veleno, e sta ad indicare il comportamento derivante dall’assunzione continua e/o compulsiva dalle droghe – siano esse legali, come per esempio l’alcol, o illegali, come l’eroina. A monte c’è quindi un concetto sbagliato di “droga”: questa parola sta ad indicare una qualsiasi sostanza che, una volta assunta, provoca un temporaneo cambiamento a livello fisiologico e spesso anche psicologico.  Inoltre, Luca non sa che le droghe rappresentano un serio rischio per la salute della persona: esse possono avere effetti diretti o indiretti, ciò che significa che i danni sono causati sia dalla droga in sé sia, potenzialmente, da come essa è assunta (servendosi di aghi non sterili, ad esempio). L’utilizzo di droghe può comportare malattie gravissime, come cancro, depressione, epatite e AIDS, malattie che ultimamente portano alla morte. A questo proposito, la tossicodipendenza è spesso associata alla cosiddetta salute pubblica: l’utilizzo di droghe può infatti minare l’ordine pubblico e infine va a gravare fortemente sulla spesa pubblica, dal momento che lo Stato attua degli interventi specifici contro questo fenomeno, dalla fondazione di istituti dove i tossicodipendenti trovano un concreto aiuto professionale al finanziamento delle forze dell’ordine che provvedono ad indagare per quanto concerne lo spaccio e la detenzione delle droghe illegali.  Ma non è questo che Luca ha un impellente bisogno di sapere; non sono i dati, non sono le conseguenze mediche e nemmeno quelle per lo stato. Ciò che Luca e ogni persona come lui deve sapere è che le droghe non fanno altro che cercare di andare a colmare un vuoto che loro sentono dentro. Luca deve sapere che è molto più facile che siano i giovani a sentire, ironicamente, la pesante presenza di questi vuoti e, siccome non hanno esperienza, è quasi scontato che scelgano la soluzione più semplice per riempire questi vuoti.  Ed è semplicissimo reperire le droghe, al giorno d’oggi. Luca non deve poi nemmeno camminare molto e in meno di dieci minuti è in grado di acquistare e fumare uno spinello. Eppure, basterebbe che uno dei suoi compagni chiacchierasse con lui perché Luca stesse in classe. Certo, non sarebbe abbastanza per eliminare del tutto il disagio adolescenziale, ma sarebbe pur sempre un inizio.
La tossicodipendenza, infatti, è una bestia dura a morire e richiede un intervento da parte di tutta quanta la società. A questo proposito, negli anni Settanta del secolo scorso, Bruce Alexander, professore in Psicologia, ha attuato un esperimento: ha creato Rat Park, ovvero una zona dove i topi, protagonisti dell’esperimento, avevano tutto ciò che potessero desiderare, come ad esempio molto cibo, molti giocattoli, molti compagni e compagne. Il professor Alexander ha poi inserito due tipi di acqua: l’una normale, l’altra diluita con cocaina. Nessuno dei topi ha mai bevuto l’acqua diluita con cocaina, perché aveva tutto quello che gli serviva per essere felice e sentirsi parte integrante della società. Infatti, nel momento in cui un soggetto viene isolato dagli altri suoi simili è per natura portato a cercare qualcosa per riempire il suo vuoto e quando a questo scopo viene usata la droga, la situazione non fa altro che peggiorare: i tossicodipendenti portano su di sé lo stigma sociale e sono sempre più isolati. In pratica, la società, al posto che aiutarli, li spinge sempre di più nella morsa delle droghe. Ecco perché anche un solo compagno che si ferma a parlare con Luca può fare la differenza: in quell’intervallo Luca non andrà al cespuglio e non fumerà nessuno spinello. Certo, durante l’intervallo del giorno successivo Luca potrebbe comunque andare a comprarsi la sua marijuana, ma man mano che altri compagni parleranno con lui, Luca non sentirà più nemmeno il bisogno di comprarselo, quello spinello. Luca non si rende conto che in questa società drogata rimanere puliti è sempre più importante, ma anche difficile, perché le droghe si sono appropriate di un posto tanto preciso quanto saldo nelle nostre vite: più lasciamo loro spazio, più se ne prendono.
E uscire da questo cerchio infinito diventa sempre più arduo.
È proprio per questo che è importante essere consapevoli della potenziale abilità distruttiva delle droghe, per potersene disfare il prima possibile, non come singoli tossicodipendenti, ma come società.

Mariana Rosa

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