Nella mia fine, il mio inizio

Maria Stuarda, Regina di Scozia

Maria Stuarda, Regina di Scozia, passò la maggior parte della propria vita lontana dal suo regno. Tornata in Scozia dopo essere cresciuta in Francia, in seguito alle accuse di aver ucciso il secondo marito, Lord Darnley, dovette cercare la protezione della cugina Elisabetta, Regina d’Inghilterra,. Dopo quasi vent’anni di prigionia, venne condannata a morte. Benedetta ci rende partecipi di questa vicenda, accompagnandoci sul patibolo di una delle donne più affascinanti del suo tempo, per noi ritratta da Aurora.
Consiglio musicale: My eyes, Lumineers

Sono Maria, Regina di Scozia.
La corona grava sulla mia testa da quando ho compiuto il sesto giorno di vita. È stato Dio a volerlo. E per quanto strano e ingiusto mi possa essere sembrato che Egli mi abbia destinato una fine tanto indegna di una regina, non posso che affrontarla con serenità.
Mentre scosto il velo bianco dal mio viso ormai non più giovane e fisso lo sguardo sul patibolo, sento uno strano senso di leggerezza. Senza saperlo ho atteso questo momento per quasi vent’anni e, per quanto l’abbia temuto in passato, ora lo accolgo senza esitazioni.
So che molte altre persone faranno altrettanto. Knox vedrà nella mia morte la realizzazione di tutte le sue preghiere, che per anni mi sono sembrate più pericolose di un intero esercito. Elisabetta – la Regina Vergine, l’Illegittima figlia di Enrico VIII – potrà finalmente dormire sonni tranquilli, ormai certa che non attenterò alla corona inglese.
Il boia mi mostra la scure. Improvvisamente la gola mi secca e sento un peso opprimermi il petto. Per quanto la morte non mi spaventi, ho visto troppe esecuzioni e ho sentito troppi macabri racconti di colpi inferti male e quindi infruttuosi. Rivolgo lo sguardo al boia e, mentre prego che la sua mano possa essere ferma, gli dico che lo perdono con tutto il mio cuore, perché sarà lui a porre fine ad ogni mia preoccupazione.
Jane si avvicina a me, gli occhi arrossati e gonfi di pianto. Mi toglie il velo, lo piega e lo porge a un’altra dama. Con una mano sfiora la parrucca che ha intrecciato con tanto amore, ma ritrae le dita con un singhiozzo non appena sfiora al collo. “Sapete, non fosse stato per il ricordo della mie nozze con Francesco avrei volentieri indossato un abito bianco”, mormoro tirando le labbra in un timido sorriso. Ricordo ancora lo sguardo sconvolto di Caterina de’ Medici quando le dissi che il mio abito da sposa sarebbe stato bianco, il colore del lutto della regine di Francia. Mi disse che certamente ero impazzita, che ciò, oltre a causare scandalo, avrebbe portato molto male. Non mi lasciai dissuadere. Ma dovetti indossare di nuovo quel colore due anni più tardi, quando rimasi vedova per la prima volta.
Jane e il boia iniziano a slacciarmi l’abito. Lo fanno in silenzio, forse intimoriti. Forse hanno paura di turbare una donna che va incontro alla morte. “Certo non ho mai tolto i miei vestiti dinanzi a una simile compagnia”, scherzo io. Non potrei nemmeno dire quante persone ci siano nella stanza, tanto sono numerose. Non biasimo nessuno per essere venuto alla mia esecuzione. Non si vede tutti i giorni un simile scempio.
Il brusio delle preghiere dei miei servitori riempie l’aria. Ho insistito io perché mi accompagnassero. Mi sono stati fedeli in questi lunghi anni. E mi sarebbe dispiaciuto immensamente non vedere almeno qualche volto amico nella folla. Mi sarebbe piaciuto vedere anche mio figlio Giacomo… L’ultima volta che l’ho visto era ancora un bambino. Non so nemmeno come sia diventato, crescendo. Posso solo sperare che somigli più a me che a suo padre.
Suo padre… Un uomo terribile, iroso e inadatto a un ruolo di potere. Sposarlo è stato uno dei miei più grandi errori. Accecata dal desiderio di reclamare il trono inglese, non mi sono fermata a pensare a che tipo di uomo Darnley fosse. E quando me ne resi conto era troppo tardi. Nel tentativo di salvare la Scozia e me stessa ho lasciato che i nobili cospirassero contro di lui. Non ho pensato che potessero accusare me, regina per volere divino, di omicidio. Sono dovuta scappare. Io, regina cattolica e legittima, ho dovuto pregare la mia illegittima e protestante cugina di darmi asilo, condannandomi inconsapevolmente alla prigionia.
Non ho mai parlato con mio figlio. Certamente lui deve odiare la madre che l’ha abbandonato e l’ha privato del padre. Ma deve sapere che l’ho fatto per lui, che è ora il vero erede al trono inglese.
Spogliata dei miei abiti migliori, ho indosso una sottoveste rossa, per ricordare a chiunque che muoio come una martire, uccisa perché il mio sangue e la mia fede fanno di me la legittima regina d’Inghilterra.
Jane, alle mie spalle, inizia a recitare preghiere in latino. Mi volto e l’abbraccio. “Non piangere”, le dico, “L’ho promesso io per voi.” Mi stacco da quell’ultimo abbraccio, le sorrido e mi volto di nuovo. Stringo forte nella mano la croce di avorio e aspetto pazientemente che lei mi bendi gli occhi con il mio fazzoletto bianco.

Lascio che mi guidino fino al ceppo, dove appoggio la testa. Respiro.

“Signore, nelle tue mani affido il mio spirito.”

Sono Maria, la martire.

Benedetta

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