21 giugno 1791

Maria Antonietta, la regina in fuga

Nel 1789 scoppia la Rivoluzione Francese, evento cruciale della storia europea che per molti coincide con l’inizio della contemporaneità. In questo racconto, illustrato come gli altri da Aurora, Benedetta ci propone la storia della fuga a Varennes, ultimo disperato tentativo della famiglia reale di salvarsi.

Consiglio musicale: Palace of Versailles, Al Stewart

La carrozza continua a sobbalzare.
“Siamo in ritardo”, commenta Luigi battendo nervosamente la mano sulla gamba.
“Ripeterlo per l’ennesima volta non migliorerà la situazione”, ribatto stringendo a me i miei figli e dando a ognuno un bacio sulla testa.
“Mi chiedo se non sia stato tutto un errore”, mormora lui.
“Cosa?”, chiedo distrattamente, senza nemmeno guardarlo in volto.
“La fuga.”
“La carrozza è leggera e veloce… Un paio d’ore non saranno la fine del mondo.” Cerco di mantenere un tono di voce il più pacato possibile.
“Fersen avrebbe dovuto…”
“Fersen”, lo interrompo bruscamente, “ha fatto tutto il possibile.”
Luigi abbassa lo sguardo. Si passa la lingua sui denti e si lascia sfuggire una risata amara. Quando rialza la testa, i nostri occhi si incrociano. Mi osserva, quasi mi stesse studiando. È così strano pensare che il mio stesso marito mi reputi un’estranea. Poi qualcosa cambia. Il suo sguardo torna ad essere quello mite e bonario di sempre, e riesco a scorgervi una paura puerile. “Il piano funzionerà? Addormenteremo la rivoluzione?”
“Non lo so.” Stringo a me i bambini, il cui respiro lento è accompagnato alle volte da qualche borbottio, risposte biascicate alle domande che si sentono rivolgere nei sogni. Guardo i loro volti, i loro lineamenti distesi. Li stringo ancora di più. Presto passeremo il confine, e allora saremo tutti salvi. I miei figli saranno salvi.
Continuo ad ammirare i bambini, senza avere il coraggio di incontrare lo sguardo di mio marito che, lo so bene, ci sta osservando. “Mi dispiace, sapete?”, mormoro appena.
“Di cosa?”
Un sorriso tirato. “Di essere stata una moglie terribile.”
Ricordo ancora il momento in cui mi hanno detto che sarei diventata la futura regina di Francia. La mia sorpresa non era superiore a quella di chiunque altro alla corte austriaca. Ero l’ultima figlia. Ci si aspettava che sarei diventata una contessa, una nobile di poco conto ma di sangue reale… Non certo la regina di Francia. Non ero nemmeno stata preparata a un ruolo simile. La mia educazione era carente da più punti di vista, e sopperire a tali mancanze in così poco tempo era impossibile. Nemmeno un folle avrebbe osato sperare di rendermi sufficientemente preparata.
Sono sempre stata considerata un fallimento dal momento in cui ho messo piede in Francia. Innanzitutto perché per anni sono rimasta illibata. Una vergogna, per colei che dovrebbe generare al più presto un delfino. Poi perché mi sono sempre piaciute quelle che per tutti sono frivolezze: le feste, i bei vestiti, il teatro… E poco importa che fosse mio marito a concedermi tutto, poco importa che lo facesse perché segretamente si rendeva conto che era colpa sua se ancora la Francia non aveva un erede. La colpa è sempre stata mia.
Sono arrivata ad odiarlo, mio marito.
Per anni ho creduto che fosse lui la causa della mia infelicità. Pover’uomo, pensavo, è talmente sciocco da non saper soddisfare la propria moglie. Ho anche provato pietà nei suoi confronti. Era timido, impacciato, bonario. Sembrava che la corona gliel’avessero posato sul capo per scherzo. E il popolo sciagurato si è rivoltato a noi, i suoi sovrani. Accantonato ogni riserbo, ho cercato di aiutare mio marito, scrivendo a mio fratello in Austria ogni mossa dei rivoluzionari, nella speranza di sconfiggerli con l’aiuto degli altri sovrani europei. E ora che stiamo avanzando verso il confine in un disperato tentativo di porre fine a questa folle rivoluzione, capisco che la paura che vedo nei suoi occhi è la stessa che mi stringe il cuore.
La berlina si ferma. Siamo arrivati all’ennesima stazione di posta.
I valletti, vestiti con delle uniformi gialle, si occupano di tutto. Luigi scosta la finestra e chiede dove siamo. Il mastro di posta punta i suoi occhi su di noi, come per ricordare dove ha già visto i nostri volti. Improvvisamente mi sento estremamente a disagio e, col cuore che mi martella in petto, giro la testa dall’altra parte. Dopo qualche istante, il mastro di posta risponde: “Siete a Sainte-Menehould.”
Luigi fa un cenno e mormora un ringraziamento.
Lascia che la tenda copra di nuovo il finestrino.

Benedetta

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