Fuoco

Attraverso il mito, i proverbi popolari e l’attualità, Francesca ci parla del fuoco (per noi fotografato da Alessia), elemento imprevedibile che l’uomo, peccando di hybris, pretende di dominare.

Sarà per una questione di retroscena umanistico, ma parlando di fuoco a me viene in mente il mito di Prometeo. Il titano che rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini e che per questo fu incatenato a una roccia e condannato a vedersi il fegato divorato da un’aquila. Prometeo è immortale, per cui il fegato gli ricresce e gli riviene divorato tutti i giorni, come punizione per aver infranto le leggi divine. In realtà, il mito del fuoco diventa ancora più interessante se inserito nel suo racconto più ampio. Ne parla benissimo Jean-Pierre Vernant nel saggio L’universo, gli dei, gli uomini: il fuoco è solo uno dei tre atti in una sorta di gara tra Zeus e Prometeo riguardante il futuro degli uomini. Nel primo atto, Prometeo, spartendo la carne degli animali sacrificali, riesce a ingannare il padre degli dei e ad assegnare alle divinità le ossa, agli uomini la carne vera e propria. Nel secondo, per vendicarsi, Zeus sottrae agli uomini il fuoco, e Prometeo glielo sottrae a sua volta. Poi nel terzo, Zeus, sempre per vendicarsi, manda sulla terra la donna- e qui si intravede la vena di misoginia insita in una civiltà per altri aspetti molto affascinante come quella greca.

Ciascuna di queste storie è simbolo di qualcos’altro. La donna – o meglio, la donna come veniva vista all’epoca – è sostanzialmente un male, poiché divora cibo senza produrne, tuttavia è un male necessario, perché senza non è possibile avere una discendenza. La carne del sacrificio sembra la cosa migliore per l’uomo, poiché ne permetterà la sopravvivenza, ma in realtà per quanto utile, è una sostanza deperibile, non resiste a lungo, proprio come l’uomo è “deperibile”, mortale, destinato ad andarsene da questa terra. La necessità di mangiare carne, anche se fondamentale per la vita, diventa così un monito alla mortalità dell’uomo e fa così risaltare l’immortalità degli dei, che non hanno bisogno di nutrimenti simili e sono soddisfatti delle ossa.

Insomma, la razza umana ha inizio all’insegna dell’ambiguità. E anche il fuoco vi partecipa. Il fuoco portato sulla terra da Prometeo non è quello immortale che ha dimora sull’Olimpo, bensì è mortale proprio come gli uomini stessi: come gli uomini, se non è alimentato, scompare. E, da un lato, questo fuoco è l’inizio della civiltà: rappresenta la nascita dell’innovazione tecnologica, la capacità di piegare la natura ai propri fini per favorire la sopravvivenza- è, come lo chiama Vernant, un fuoco tecnico. Dall’altro, esso può scatenarsi in maniera imprevedibile, distruggendo in pochi istanti tutta la vita che prima ha contribuito a creare. Scrive lo studioso, “Con il suo carattere straordinariamente ambiguo, il fuoco sottolinea la specificità umana, ricorda di continuo la sua origine divina e nello stesso tempo la sua impronta bestiale: come l’uomo stesso il fuoco partecipa di entrambi”.

Nella relazione tra uomo e fuoco è sempre presente un elemento di rischio. Lo dicono anche i proverbi, chi gioca col fuoco si scotta. Tuttavia nessun proverbio specifica che è impossibile non avere a che fare col fuoco; fosse solo per accendere un fornello e una candela. Tuttavia, di recente, complici le innovazioni tecnologiche, questa percezione di pericolo si è affievolita- viene quasi spontaneo pensare al fuoco solo nelle forme addomesticate con cui veniamo a contatto nella vita di tutti i giorni. Del fuoco che potrebbe ardere il mondo, come nella poesia di Cecco Angiolieri, abbiamo un’eco lontana, magari in una guerra di cui si è letto qualcosa su un giornale. Anche le bombe, per quanto siano terribili, sono un prodotto umano, e, per quanto siano distruttive, sembrano indirizzate a una distruzione “controllata” o comunque in nostro potere. In poche parole, una relazione fuoco-uomo che fino a poco tempo fa si barcamenava tra dominio e sudditanza sembra essere diventata esclusivamente di dominio. Ma è un’illusione.

Il problema è l’hybris. Parola greca dalle molteplici sfumature, è l’arroganza che spinge a oltrepassare dei limiti che hanno un valore quasi sacro. Per esempio, pecca di hybris Icaro che si avvicina troppo al sole: le sue ali di cera si sciolgono, facendolo precipitare in mare (e anche qui, non a caso, c’entra il fuoco) Ma hybris ha anche il senso di punizione nei confronti di chi ha violato quei limiti- e lasciamo stare che alle volte essi o sfioravano la rigidità o la centravano in pieno. Perché il mito greco ha qualcosa di utile da insegnare: l’hybris provoca sempre delle catastrofi.

Nel nostro caso, catastrofi naturali. Quest’estate c’è stata la solita ondata di incendi in Europa dovuta all’incremento della siccità e uno dei paesi maggiormente colpiti è stato la Svezia.

Quasi 25 mila ettari di foreste sono bruciati, mentre il paese, impreparato ad affrontare questa minaccia, chiedeva aiuto al resto d’Europa. Il fuoco si è esteso fino a sopra al circolo polare artico, dove la temperatura massima raggiunta è stata di 33 gradi. 33 gradi nei luoghi che dovrebbero essere tra i più freddi del pianeta. E chiaramente si tratta di un circolo vizioso, perché gli incendi provocano aumenti di temperatura e le temperature elevate rischiano di provocare incendi a loro volta. Nel frattempo, dall’altra parte della terra, membri della classe dirigente statunitense dichiarano apertamente che la connessione fra opere dell’uomo e riscaldamento globale sia una delle tante fake news. E più di un anno fa trecentomila insegnanti americani hanno ricevuto un memorandum che li invitava a considerare il riscaldamento globale non solo come proposto dalla comunità scientifica internazionale- in altre parole, è stato loro implicitamente suggerito di suffragarne la falsità.

Hybris, dunque. Gli incendi di questa estate potrebbero essere liquidati come un’emergenza ambientale da citare in calce a telegiornali e articoli. Oppure potrebbero essere presi come un memento dell’arroganza umana di voler modellare la natura a suo piacimento senza pensare alle conseguenze. 

Francesca

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