Di eroi invisibili e accoglienza

Un eroe è una persona come le altre, ma abbastanza coraggiosa da fare la cosa giusta, senza timore delle conseguenze. E a volte, come ci spiega Daniele Nicastro, gli eroi sono proprio quelli contro cui l’opinione pubblica si scaglia più ferocemente.

Quando ero bambino, quasi ogni giorno vedevo un marocchino che faceva il porta a porta con una torre di tappeti sulla spalla. Ai piedi calzava ciabatte di cuoio aperte. Pantaloni di lino spuntavano sotto la lunga veste color panna. Si chiamava Omar. Molti lo trattavano con diffidenza, guardavano dallo spioncino e dicevano no, non ci interessa, vada da un’altra parte. I miei genitori no.
I miei genitori aprivano la porta e salutavano. Dicevano non compriamo niente, no, ma un filone di pane te lo diamo volentieri, se lo vuoi. E lui voleva. Accettava, forse perché eravamo ospitali (il senso dell’ospitalità in Marocco è una dote preziosa) o forse perché mangiava poco. Mi sarebbe piaciuto saperlo.
Una volta si fermò a cena e mangiò con noi la minestra. Faceva il Ramadan, perciò era dal mattino che digiunava, ma dopo il tramonto cessava l’obbligo. Mia madre non voleva il tappeto, però non gli negava l’accoglienza. Fu allora che scoprii la storia di Omar. Quella sera davanti alla minestra.
Era venuto in Italia in cerca di fortuna, cercava anche un lavoro migliore, una casa, e per farlo aveva lasciato indietro la moglie. Ci raccontò molte cose sulla sua famiglia e sul Marocco, parlò anche della sua cultura. Quella lunga chiacchierata mi rimase impressa perché per tanti altri lui era solo “quello dei tappeti”.
E invece no. Era una persona e aveva un nome.
Aveva una famiglia, dei sogni, e lavorava per ottenerli.
Forse è per questo che, in un periodo di intolleranza diffusa, di “prima gli italiani”, di “chiudiamo i porti”, di “aiutiamoli a casa loro”, sono stato felicissimo di raccontare la storia di un immigrato eroe, protagonista di un esemplare atto di coraggio compiuto nel maggio 2015. Mi sono calato nei suoi panni, mi sono chiesto chi era, da dove veniva, com’era arrivato. E per farlo ho usato la sua voce.

Sì, sono Sobuj Khalifa. E non c’è bisogno di insistere: vi racconterò tutta la mia storia, anche la parte che nessuno sa. Cioè prima che io arrivassi n Italia. Prima che finissi a dormire in riva al Tevere e molto prima che diventassi un eroe. Che poi, eroe… Ho solo seguito l’istinto che mi diceva di buttarmi. Non potevo immaginare che un tuffo mi avrebbe cambiato la vita.

La storia di Sobuj Khalifa inizia in Bangladesh, in una baracca, in condizioni di estrema povertà. Sobuj sogna di venire in Italia per migliorare la propria vita, ma quando riesce a trasferirsi a Roma la sua vita non migliora affatto. Non trova né una casa né un lavoro e finisce a vivere in un buco fognario sulle rive del Tevere. Passa le giornate in attesa che accada qualcosa.
E qualcosa accade: una donna sta annegando nel fiume. Sobuj si getta in acqua senza esitare: non pensa a se stesso o alla propria vita. Pensa solo a salvare quella donna. E ci riesce. Ma, ironia della sorte, il suo gesto eroico, che lo ha portato davanti alle autorità, rischia di farlo espellere dall’Italia: il suo permesso di soggiorno è scaduto. È l’inizio di un’altalena di emozioni che, da ambulante senzatetto, lo porterà a diventare Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Stavo per rispondere che non ero niente di speciale, avevo fatto solo quello che mi diceva il cuore, ma lui si esaltò sbattendo forte le mani. E giù altri consigli per le interviste: fare un appello, dire che avevo bisogno di un lavoro e sperare che ce ne fossero altri, di eroi, che per una volta venissero a salvare me.

Quanti immigrati e quanti clandestini, in particolare, hanno salvato bambini, donne e uomini italiani che rischiavano di annegare. Un filone di storie sorprendenti e poco raccontate, che è giusto ricordare: Augustin, eroe ivoriano che salvò dall’acqua due bambini a Genova e poi morì annegato; Mamoudou, giovane maliano che soccorse un bambino appeso sul balcone scalando quattro piani; Cheik, muratore senegalese che perse la vita per salvare dall’acqua un uomo in provincia di Livorno.
Solo per citarne alcuni. E giustamente Einaudi Ragazzi, editore sempre attento ai temi profondi e importanti mi ha chiesto di inserire uno di loro nella collana “Semplicemente Eroi”. E allora mi sono chiesto: come si riconosce un vero eroe? Cos’ha più di altri? Hegel nelle Lezioni sull’estetica dice:

“Il soggetto resta comunque fedele a se stesso; rinuncia a ciò che gli è sottratto, però non gli sono soltanto sottratti gli scopi che persegue, bensì costui li lascia cadere, e così non perde se stesso”.

L’eroe può dunque essere sconfitto (dalle angherie della vita?) senza tuttavia cessare di essere eroe, perché resta libero, fedele ai propri ideali. Essere eroi significa fare ciò che va fatto al momento giusto senza avere paura delle conseguenze.
La definizione di eroe va ricercata anche in azioni pericolose fatte per il bene di qualcosa che ha valore (la vita di una persona) e che trascende le esigenze pratiche della vita (un permesso di soggiorno scaduto). Il coraggio fa parte dell’azione eroica mediante la quale l’eroe dimostra che per un essere umano esistono valori più grandi persino della propria vita. Perché oggi sembra non esserci più posto per l’eroismo? Perché viene spesso sostituito da una vigliaccheria generalizzata?
Forse perché non diamo spazio all’impegno morale, al coinvolgimento in un mondo che è più grande di noi stessi. Be’, rimbocchiamoci le maniche. Restiamo fedeli a noi stessi, ai valori umani, e ricordiamoci che dietro l’etichetta “immigrati” ci sono persone, famiglie, a volte persino eroi. E molti lavoreranno duro per realizzare le proprie speranze, come Omar, che dopo anni di tappeti è riuscito a trovare un lavoro migliore, ha portato la moglie in Italia, ha avuto due figli, si è sistemato.

E ci ringrazia ancora oggi per il pane e la minestra.

Per i sorrisi. Per l’accoglienza.

Daniele Nicastro

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