La Micina Bianca

Katja Bagration

Nel 1815 i più grandi uomini politici d’Europa si ritrovarono a Vienna per il celebre Congresso, durante il quale gli uomini non si negarono, però, alcuni divertimenti. Benedetta ci racconta di Katja Bagration (detta la “Micina Bianca” per alcune sue specialità erotiche), nobildonna russa che fu amante dello zar Alessandro I e di Metternich, qui ritratta da Aurora.

Consiglio musicale: She is of the Heavens, Dario Marianelli

Mi infilo velocemente la vestaglia, innervosita dallo squillare insistente del campanello. “Un attimo, un attimo”, dico correndo alla toeletta e incipriandomi appena il viso. Possibile che gli uomini siano così impazienti? Sorrido al mio riflesso, faccio un profondo respiro e vado ad aprire la porta.
“Katja, mi farete impazzire”, dice lo zar Alessandro entrando.
“Non vi aspettavo”, ribatto chiudendo la porta a chiave. Mi volto e gli rivolgo un sorriso malizioso.
Lui non mi guarda nemmeno, troppo occupato a sbottonarsi la giacca militare. “Questo congresso è infinito”, si lamenta, “E sembra che tutti vogliano solo farmi impazzire.”
“Suvvia, non penserete certo che io voglia farvi dispiacere.” Mi avvicino a lui e inizio ad armeggiare io stessa i bottoni. “Non mi volete un po’ di bene?”
“Ve ne voglio, ve ne voglio…” Le sue labbra sottili si tirano in un sorriso. “Vi sembrerà assurdo, ma quando sono con voi non penso nemmeno a Maria…”
Slaccio l’ultimo bottone e subito gli premo l’indice sulle labbra. Non ne posso più di tutto questo suo parlare di Maria Naryškina. Lei ha usato la scusa dell’infelice matrimonio imperiale per porre fine alla loro pluridecennale liaison e sposarsi con un altro. E per quanto lo zar si sia sentito tradito, mi pare eccessivo continuare a parlare di questa storia ad ogni dama a portata d’orecchio. “Dimenticatevi quel nome”, gli sussurro.
Lentamente gli sfilo la giacca, lasciando che cada a terra.
Magari i pantaloni gli scivolassero via dalle gambe con tanta facilità! Ma lui ha fatto della propria divisa militare un punto d’onore da rinfacciare a tutti, soprattutto a Metternich, e per questo si ostina ad indossare pantaloni da ussaro che gli vanno stretti, in attesa che dalla Russia gliene mandino un paio della sua misura. Se solo si arrendesse al fatto che ciò rallenta di molto il suo e il mio soddisfacimento, magari si vestirebbe con abiti della sua taglia.
Quando finalmente i vestiti non sono altro che un mucchietto a terra, lo faccio sedere sul letto. La sua bocca avida mi riempie di baci, coprendo ogni centimetro della mia pelle d’alabastro, le sue mani si affrettano a farmi scivolare dalle spalle la vestaglia di mussolina.
Come la maggior parte delle sere da quando il congresso di Vienna è cominciato, ci amiamo. Un atto vuoto, un mero divertimento che occupa tre ore della mia notte. Quando, entrambi appagati, ci distendiamo sopra il letto sfatto, lui mi lancia un’occhiata al contempo stanca e sardonica.
“È proprio vero che nessuna vi può fare concorrenza”, ridacchia. “O forse qualcuna sì, come la nuova amante di Metternich, Wilhelmine di Sagan.”
“Se la preferite a me potete sempre bussare alla sua, di porta”, rispondo scivolando via dalle lenzuola.
“Suvvia, lo sapete bene che vi adoro.”
“Lo so.” Mi chino a raccogliere da terra la vestaglia e mi rivesto.
Lui ride. “E voi, mi adorate? O preferite Metternich?”
Alzo gli occhi al cielo. “Si può sapere perché mai dobbiamo sempre parlare di lui?”
“Perché è il padre di tua figlia.” Si mette a sedere sul letto, la schiena premuta contro il poggia testa. “Certamente ciò significherà qualcosa per voi.”
Mi volto verso di lui e gli sorrido. “Vi assicuro che il mio cuore è interamente vostro.” Mi alzo e mi avvicino lentamente al letto. Mi metto a sedere accanto a lui e inizio a sfiorarlo con la punta delle dita.
“Difficile crederlo, quando voi stessa avete stregato tanti uomini… Addirittura Goethe è rimasto colpito dal vostro fascino.”
Ssh, non ci pensate”, mormoro. “Ditemi, piuttosto, come è andata questa giornata?”
Dalla bocca di Alessandro, prima così vogliosa, fuoriesce un fiume di parole. Si lamenta dei propri funzionaridice che sono degli incompetenti, e poi mi parla di ogni altro politico, analizzando i loro caratteri. Lo ascolto avidamente, lasciandomi scappare solo qualche osservazione di tanto in tanto, giusto per incoraggiarlo ad addentrarsi nei particolari di certe vicende.
Sono tanto semplici, gli uomini! Sono convinti di avere in mano il mondo e la politica, e non si rendono conto che, in realtà, siamo noi donne a custodire tutti i più grandi segreti politici, perché ci basta illuderli di avere il nostro cuore o il nostro corpo per ottenere tutte le informazioni che desideriamo. Ci raccontano tutto, quasi fossimo i loro confessori. Una volta liberati dal fardello dei loro segreti, scivolano via dalle nostre stanze, dandoci giusto un casto bacio sulla mano.
Lo zar non è diverso dagli altri, e certo non mi illudo che non faccia visita ad altre donne, magari alla mia stessa rivale, Wilhelmine. Mi saluta, pago di quelle sue canoniche tre ore, e fa ritorno alle sue stanze.

Rimango sola nella stanza. Seduta alla toeletta, mi spazzolo i capelli.
Suona di nuovo il campanello.
Mi alzo e vado ad aprire la porta.

“Micina Bianca!”
Rido.
“Metternich. Entrate pure, vi aspettavo.”

Benedetta

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