Il suo cuore

Mary Shelley

Autrice del celebre ed innovativo romanzo Frankenstein, Mary Shelley (per noi ritratta da Aurora) fu prima l’amante e in seguito la moglie del poeta romantico Percy Bysshe Shelley. Benedetta ci racconta del dolore di Mary che, già spezzata dalla morte dei figli, si vede strappare il marito dal mare.
Consiglio musicale: Frankenstein, Edgar Winter

Le onde si infrangono sulla spiaggia con dolcezza, e la schiuma che lasciano al loro passaggio sembra quasi tentare di abbracciare la sabbia con le sue evanescenti e candide braccia.
Guardo il mare placido, ne sento la voce gorgheggiante. Sono state quelle onde stanche a trascinare sulla spiaggia il corpo di Percy. Quelle stesse onde che ora sembrano non avere nemmeno la forza di trascinarsi dietro dei granelli di sabbia.
Stringendomi nello scialle mi trascino là dove stanno preparando la pira per cremare Percy e i suoi due compagni. Dalla borsa di tela che stringo tra le dita estraggo gli oli e i profumi che mi ha dato Byron e li porgo all’uomo che ha appena disteso il corpo già corrotto di mio marito sulla pira. “Vi prego”, mormoro, la voce incrinata dal dolore. L’uomo prende le boccette. Tiene il capo chinato, come per evitare di incrociare il mio sguardo, lo sguardo di una vedova disperata. Ma mi sembra di scorgere, nei suoi lineamenti, una muta comprensione.
Mi avvicino alla riva e punto lo sguardo verso l’orizzonte. Non ho la forza di parlare, né di piangere. Stremata dal viaggio spasmodico, fatto nella speranza di trovare Percy, di abbracciarlo e dirgli che ci aveva fatti preoccupare così tanto, ho a malapena la forza di reggermi in piedi. Mi sento come un sacco svuotato del proprio contenuto e lasciato lì, accasciato in un angolo.
Guardo il mare. Vedo l’acqua sfolgorare sotto i raggi di sole, quasi qualcuno l’avesse rivestita di un manto di diamanti.
Chiudo gli occhi. Mi dondolo sui piedi, spostando lentamente il peso dalle punte ai talloni, e questo dondolio mi ricorda quello di una nave… E all’improvviso sono sulla Ariel, quella sciagurata barca. Le onde si abbattono furiose contro il fianco della nave. Provo ad avanzare lungo il ponte, aggrappandomi agli alberi e alle corde, nel tentativo disperato di non cadere. Sento delle voci gridare ordini confusi ma, frastornata dal rumore dell’acqua e del vento, non riesco a capire da dove provengano.
Una lacrima mi scorre lungo la guancia.
Quando riapro gli occhi, il mare è di nuovo piatto. Sembra innocuo. Sembra ridicolo pensare che sotto la superficie stia già ribollendo in attesa di una nuova tempesta.
Vorrei odiare questo mare. Lo vorrei con tutto il mio cuore. Ma sono così distrutta che non riesco a fare altro che biasimarlo per avermi portato via la persona a me più cara. Distrutta da questa ennesima perdita, non riesco nemmeno a serbar rancore. Sento anzi di star scivolando di nuovo in quel nulla che sono stati i mesi dopo la morte dei miei figli. E se anche all’epoca l’avevo rifuggito, lasciando che andasse a cercare conforto tra le braccia di altre donne, avevo con me Percy, il mio matto Shelley.
È così strano pensare che davvero sia morto. Per dieci giorni ho sperato di vederlo in mezzo a una strada, magari confuso e disorientato ma vivo. L’ho ripetuto mille volte a nostro figlio, Percy Florence, che certo suo padre stava bene, che aveva solo avuto un contrattempo ma che l’avremmo rivisto presto. Col passare dei giorni, ho iniziato a disperare. Ho pregato, sperando che qualcosa, qualcuno, chiunque mi sentisse ed esaudisse le mie preghiere, riportandomi mio marito. Ma il mare me l’aveva già strappato, e solo dopo dieci giorni me l’ha restituito, gonfio e incrostato di sale.
Hanno lasciato per qualche giorno il suo corpo sepolto nella sabbia. E ora che lo stanno finalmente cremando, riesco a malapena a guardare il fuoco consumare il suo corpo. Giro il volto e poso lo sguardo sul mare. Compagno di viaggi, penso, dovevi proprio tradirlo?
Il crepitio delle fiamme e il fumo si confondo con lo sciabordio delle onde e la brezza. Sembra tutto così irreale… Non mi accorgo nemmeno dello scorrere del tempo, quasi mi fosse indifferente.
Trelawny mi riporta alla realtà picchiettandomi sulla spalla quando ormai le fiamme sono state soffocate dal fumo. Non faccio in tempo a girare il capo che lui si inginocchia a terra, una scatola di legno appoggiata accanto a lui.
“Cosa state facendo?”, domando.

Con movimenti incerti e per nulla agevolati dal calore, raccoglie qualcosa tra le ceneri. Lascia cadere qualcosa nella scatola di legno, la chiude e, dopo averla spolverata con una fazzoletto, me la porge.

“Cos’è?” Chiedo afferrando il cofanetto con titubanza.

Mi rivolge un triste sorriso. “Il suo cuore.”

Benedetta

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