Attends-nous, maudit

Jeanne Hébuterne

Figlia di una famiglia borghese e cattolica, Jeanne Hébuterne (per noi ritratta da Aurora) s’innamora di Amedeo Modigliani, artista italiano ebreo, e per amor suo rinuncia a tutto. Rinuncia alla propria famiglia, alla propria condizione di donna rispettabile e alle proprie aspirazioni da artista. Ma soprattutto, come ci racconta Benedetta, rinuncia alla vita, buttandosi dal balcone di casa sua, incinta di nove mesi, due giorni dopo la morte di Modigliani, detto “Maudit” (il maledetto).
Consiglio musicale: Dancing Barefoot, Patti Smith

Scalcio.
Lo faccio per far capire a mia madre che, nonostante tutto, non è sola. Lei, tra un singhiozzo e l’altro, si accarezza il ventre. “Povero piccolo”, mormora, “Non hai ancora visto il mondo, e già sei orfano…”
Scalcio ancora.
Vorrei poterle parlare, ma se anche vedessi ora la luce non potrei far altro che urlare e piangere, e le mie lacrime si confonderebbero soltanto con le sue.
Fluttuo qui, nella sua pancia, protetto da tutto ciò che nel mondo mi potrebbe mai fare soffrire. Condivido con mia madre ogni angoscia, ogni dolore, ma sono del tutto incapace di consolarla.
Non ho mai visto né lei, né mio padre. Ho solo sentito le loro parole.

Mia madre mi ha parlato spesso di mio padre durante le lunghe serate invernali che ha passato rannicchiata sola nel letto, in attesa di lui. Amedeo. Maudit. Il maledetto. Mi ha detto di non credere mai a quello che sentirò dire su di lui. È vero: è un uomo bizzarro, cupo, un gran bevitore. Ma vuole bene a me e a mia sorella. Anzi, è proprio quel suo amore per noi che lo sta consumando. Passa le serate a bere e poi vaga per la città chiedendo a gran voce di vedere la sua piccola, dolce Jeanne, la sua bambina. La mattina, invece, quando mia madre ancora dormiva, mio padre le baciava la pancia e mi salutava. Mi diceva sempre che mia madre era un angelo, la creatura più bella di tutto il mondo. Poi si alzava dal letto e andava a dipingere, riversando tutto se stesso sulla tela.

Mi piacerebbe vederli, i suoi quadri.

Mamma dice sempre che sono stupendi e che la gente non apprezza solo perché non li comprende appieno. Dice che vedono quei colli lunghi, quegli occhi privi di pupille che sembrano essere al contempo vuoti ed infiniti e li temono. Qualcuno però prima o poi riuscirà a vedere oltre quegli sguardi, e la gente allora si renderà conto che Amedeo Modigliani era più di un pittore. Era un genio.

Era…

Mentre mia madre mi parla, questa sera, sento la sua voce incrinarsi. Si ferma continuamente a correggere i verbi nelle frasi. Il tuo papà ti ama – no, ti amava. È il più grande artista del mondo – no, lo era. E ogni volta che le sue labbra si lasciano sfuggire queste parole, sento il suo cuore piangere nella consapevolezza che lui, stasera, non tornerà all’atelier. Quando si sveglierà, non lo vedrà seduto davanti al cavalletto, lo sguardo assorto mentre lascia che il pennello scorra sulla tela.
Domattina si sveglierà e l’unica cosa che avrà sarò io, nella sua pancia, che scalcio timidamente.
Non avrà nessuno di cui occuparsi, nessuno da stringere tra le braccia. Non avrà qui nemmeno mia sorella, che hanno affidato alle cure di una balia già da qualche mese.
Si sentirà fallita, perché non è stata in grado né di occuparsi di sua figlia, né di suo marito. 
Mi dice spesso che non importa se non sono sposati. Per lei, lei e papà sono marito e moglie più di molte altre persone. Non ha bisogno di un velo da sposa, di un anello, di un foglio di carta che le dica che lei è la moglie di Modigliani.
Lo è sempre stata.
E ora ne è la vedova.

“Ti porteranno via da me”, mormora. “Non mi lasceranno nemmeno tenerti tra le braccia per un minuto. Cercheranno di pulire il mio nome cancellando il tuo…”
Tiro un colpetto.
“Hai così tanta voglia di venire al mondo… Ma il mondo è un luogo abietto, ora che lui non c’è. E l’unico modo in cui potremmo di nuovo essere tutti insieme, felici è…” La sua voce si perde, come strozzata dalle lacrime.

È da quasi un mese che la sento parlare di questa scelta. All’inizio avevo paura. Mi rigiravo nel suo ventre. Volevo dirle che non doveva lasciarsi cadere nello sconforto, che non doveva disperarsi. Poi, ho capito che la disperazione per lei sarebbe stata vivere, e che nella morte sarebbe invece stata serena.

“Ci sta aspettando, lo sai vero? Ce l’ha chiesto lui, di raggiungerlo.”
Inizia a canticchiare piano, come per riempire il vuoto e il silenzio dell’atelier.
“Mi sta aspettando…”

E il suo respiro si fa sempre più lento, facendola scivolare nel sonno.

Benedetta

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