Risorse: viaggio nei limiti dell’uomo

La continua oscillazione tra toni catastrofici e l’indifferenza è ciò che più di tutto caratterizza l’argomento “risorse”. Un argomento spesso banalizzato, ridotto alle sole risorse non rinnovabili, ma che si estende anche, come ci racconta Francesca, a quelle rinnovabili, come le grandi foreste o giardino come quello di Boboli, per noi fotografato da Alessia.

Di risorse non si parla molto. Di tanto in tanto la questione spunta fuori per quanto riguarda l’esaurimento del petrolio; a volte si nota, come in un dettagliato reportage di Internazionale (05/04/2018), che il problema di come produrre e sfruttare risorse si presenta anche per quanto riguarda il cibo, visto che “Nel 2050 il mondo avrà dieci miliardi di abitanti, ma le sue risorse saranno le stesse di oggi. Per dare da mangiare a tutti serviranno soluzioni radicali”. Eppure l’argomento in sé rimane marginale nel dibattito pubblico, e attira solo le voci di pochi interessati con toni da catastrofe. Peccato che quei pochi non abbiamo tutti i torti. L’overshoot day, cioè il giorno in cui l’uomo ha esaurito tutte le risorse rinnovabili che la terra può rigenerare in un anno, quest’anno è caduto il 1 agosto. Gli altri cinque mesi, abbiamo consumato risorse che il pianeta non potrà rinnovare.
Ma perché non se ne parla? Perché non riusciamo non solo a proporre soluzione attive ma neanche ad ammettere il problema? Forse perché significherebbe ammettere una nostra debolezza. L’uomo ha più volte impostato la sua relazione con la natura come dominio o come sfruttamento, quasi ne fosse l’esclusivo proprietario e potesse manovrarla a suo piacimento. L’argomento risorse invece ci ricorda fastidiosamente che dipendiamo dall’ambiente naturale. E il fatto che queste risorse si esauriscano ci costringe a fare i conti con il concetto di limite. Insomma, ci torna in mente che la natura è limitata, e l’uomo stesso è limitato, e davanti a tutto questo le fantasie di un potere assoluto sul mondo subiscono un drastico ridimensionamento.
C’è dell’altro. Pensare alle risorse vuol dire inevitabilmente pensare ad interventi a lungo termine. Cioè uscire dalla bolla di presente che circonda molte delle nostre decisione ed immaginare come sarà la situazione del pianeta tra vent’anni. Il pensiero a lungo termine ha una caratteristica: sul breve periodo sembra altamente improduttivo, eccessivamente lento, in ultima analisi inutile. In un’epoca basata sul risultato immediato e soprattutto misurabile, mettersi a programmare i prossimi decenni sembra davvero sterile. Ma l’altro lato del problema è che, siccome ci vuole molto tempo per organizzare simili interventi, se ritardiamo adesso un domani potrebbe essere troppo tardi. “Troppo tardi”, di nuovo parole che non vogliamo sentire.
Ci ricordano un fallimento. E così, al posto che affrontare la possibilità di questo fallimento, si preferisce sminuirlo, ignorarlo, dimenticarsene.
La terra però non dimentica. E anche l’economia ha una buona memoria.
Se larghi territori diventano impossibili da coltivare e le risorse non rinnovabili finiscono, arrivare impreparati a tutto questo non sarà semplice.
Senza contare che tutto questo, oltre a mettere seriamente a rischio la nostra sopravvivenza su questo pianeta, ne sta rovinando irrimediabilmente la bellezza. Nel 2007 il santuario delle antilopi in Oman, messo in pericolo dagli scavi petroliferi e dalla riduzione del territorio protetto, è diventato il primo sito ad essere rimosso dall’elenco dell’UNESCO. La corsa allo sfruttamento indifferenziato unita alla perenne supremazia dell’utile sta rovinando zone che sono patrimonio mondiale dell’umanità. É la miopia di non vedere come il bello, anche in natura, se non preservato attentamente, va in rovina fino a perire. Che anche la bellezza dell’ambiente è una risorsa naturale non rinnovabile ma indispensabile. Lo sapevano i babilonesi, che costruivano sui loro ziqqurat degli stupendi giardini pensili. E anche i rinascimentali, che nei loro palazzi inserivano meraviglie come il giardino di Villa d’Este a Tivoli o il Giardino dei Boboli a Firenze (in foto, ndr)
Chissà, magari si potrebbe ripartire proprio da questo. Riscoprire modelli di collaborazione uomo-natura cominciando dalla protezione e valorizzazione di aree verdi e dalla costruzione dei giardini. Che richiedono allo stesso tempo cura nella realizzazione ma anche attenzione ai ritmi naturali, e sono dunque un modello ideale di equilibrio tra intervenire nella natura e lasciare che faccia il suo corso (ne avevamo già parlato in Terra). Partire da un giardino o da un piccolo bosco potrebbe essere un modo per riscoprire in dimensioni ridotte dei modelli da applicare a progetti più grandi. Da qui potrebbe cominciare a nascere la consapevolezza dell’importanza di agire in cooperazione con la natura. E si potrebbe arrivare a parlare anche di temi come la rivitalizzazione di foreste e l’utilizzo più diffuso di risorse naturali rinnovabili.
Tutto questo richiede tempo, e una buona dose di umiltà, ma è comunque un inizio.
Un proverbio africano dice: “Qual è il miglior momento per piantare un albero? É vent’anni fa. Qual è il secondo miglior momento? Adesso”.
Francesca

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