L’intervista – Erri De Luca

Il 16 novembre, alle 19 in punto, nella suggestiva cornice del Castello Sforzesco, in occasione di Bookcity 2018, Erri De Luca prende parola. Presenta il suo ultimo libro, Il giro dell’oca, e intrattiene per sessanta minuti buoni un pubblico sempre partecipe, vivo e interessato. Fra questi, c’era anche il nostro redattore, Federico, che al termine dell’incontro ha avuto l’onore di conoscere e, in seguito, intervistare, uno dei più grandi scrittori di questo Paese.

Erri De Luca nasce il 20 maggio 1950 a Napoli. Autore di molteplici libri e vari film, di lui colpisce come non voglia considerarsi un intellettuale al di sopra delle masse, ma come si ritenga un “semplice” operaio, mestiere che lui ha stesso ha definito essere “il più antico del mondo”. Ci racconta qual è stato il suo percorso di avvicinamento al mondo della letteratura? Quando, perché e in che modo la scrittura ha iniziato a far parte della sua vita?
Sono cresciuto con i libri intorno, quelli che leggeva mio padre. Sono stato e sono un lettore. Ho cominciato da ragazzo a tenermi compagnia anche con la scrittura. Mi sorprende come lo scrivere spinga i pensieri a uscire, a formularsi. Non ho però mai tenuto un diario.

Qual è l’opera – cinematografica o letteraria che sia – che ricorda con più affetto e perché?
In letteratura il Chisciotte, il romanzo della sconfitta perpetua e anche però del continuo risollevarsi per battersi di nuovo. Per quel che riguarda il cinema preferisco tutti i film di Vittorio De Sica.

Lei è autore di queste splendide parole:  «Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca. Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle. Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.».  Potremmo dire, secondo lei, che uno delle priorità dell’essere umano dovrebbe essere riscoprire cosa sia veramente “valore”?
Valore fa parte dell’esperienza emotiva di ogni persona. Ce ne sono di collettivi, come la fraternità, ma prima si fondano quelli personali. Non bisogna confonderli con le valutazioni. L’oro ha una valutazione, ma non è un valore.

A Bookcity, occasione nella quale ho avuto il piacere e l’onore di incontrarla, lei ha parlato del suo ultimo libro, Il giro dell’oca. Le andrebbe di presentarlo in poche righe ai nostri lettori?
Si chiama così perché spunta in un dialogo l’immagine che la vita di ognuno sia un percorso a tappe, di casella in casella come il gioco dell’oca. Nella mia non riconosco nessun progetto, né un lanciatore di dadi. Sono pedina mossa dagli avvenimenti del mio tempo, spostato da un luogo all’altro da impulsi ai quali dovevo ubbidire. Perfino la pubblicazione del primo libro non è venuta da una mia intenzione. Il gioco dell’oca non è circolare, ma a spirale che si  va restringendo.

Nella presentazione da lei fatta del libro di cui sopra, mi ha colpito particolarmente il motivo fondante dell’opera: il considerare gli eventi della vita come momenti, tappe, da considerare alla luce di un percorso unitario, dominato – se così si può dire – dal Caso. Può dirci qualcosa sul ruolo del Caso nella vita e informare chi ci segue sulla distinzione da lei fatta fra Caso e Casaccio?
Il Caso, scritto con la maiuscola, è una specie secondaria di divinità, induce a un culto della fatalità. Ha una sua nobiltà e una parentela con la necessità. Le circostanze spingono a reagire e queste reazioni sono governate dal Caso, voce che assorbe la buona e la mala sorte. Per me uso la variante Casaccio: Casaccio è un peggiorativo che comporta un approccio umoristico alle circostanze. Il Casaccio prende in giro.

Ci definisce Erri De Luca con tre parole?
Qui rispondo alle sue domande rivolte a uno scrittore, quindi sono uno che scrive storie. Fuori di qui sono un cittadino che si occupa di quello che succede nel proprio paese, sono uno di Napoli, Mediterraneo per geografia, sono uno che scala montagne per entusiasmo fisico.

Quali sono le tre parole che assegnerebbe, invece, a due fenomeni fra loro opposti, cioè Matteo Salvini e le grandi migrazioni mondiali?
Una pulce non può essere accostata  al vento, agli alisei.

A proposito delle migrazioni: cosa le è rimasto della sua esperienza fatta con MSF?
Una scala di corda dalla quale ho visto salire più di ottocento persone acciuffate per i capelli dall’abisso in cui stavano affondando.

Siamo ormai alla conclusione dell’intervista. Se le va, vorrei che spendesse qualche parole per chi, come me e come le persone che sono su questo blog, sogna un mondo un po’ diverso da quello attuale, in cui i giovani possano trovare nella cultura e nell’arte  loro spazio per esprimersi.
Lo spazio in cui i giovani si dovranno esprimere si chiama futuro. Spetta loro per biografia. Possono decidere di determinarlo o di aspettarlo, dipende dal temperamento di ognuno. Il loro spazio è il tempo da abitare. Per ora posso dire soltanto di non temerlo. Una gioventù non può e non deve temere il futuro.

Federico

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