L’intervista – Gianfrancesco Turano

Benedetta ha intervistato per noi Gianfrancesco Turano, giornalista de L’Espresso e autore di diversi romanzi, tra cui Ragù di capra (Città del Sole Edizioni) e Contrada Armacà (Chiarelettere). Buona lettura!

Cosa l’ha portata ad avvicinarsi al mondo della scrittura e del giornalismo? Ci sono delle opere che l’hanno particolarmente influenzata?
Al mondo del giornalismo mi ha avvicinato la necessità di denaro, perché avevo già capito che con la narrativa non avrei mai guadagnato né venduto niente. E in più ero anche molto scarso. Mi hanno influenzato tutti i classici. Sono sempre stato un lettore sfrenato, ma come in seguito ho imparato, dai classici non si impara niente. La perfezione non ha nulla da insegnare. Perché da un lato non può essere imitata e dall’altro è inutile imitarla, perché il modello è già perfetto e inimitabile.

Lei fa parte della redazione de L’Espresso, ma è anche un romanziere. Quali sono le differenze più grandi tra scrittura giornalistica e non? E quanto il suo lavoro di giornalista influisce sui suoi romanzi?
Sono due mestieri diversi, non ci sono punti di contatto. Forse il giornalismo aiuta a eliminare il superfluo, ma anche l’attività di traduttore lo fa.

Oltre alla attività di giornalista e a quella di scrittore si è anche dedicato alla drammaturgia. Cosa ha ricavato da questa esperienza? Scrive ancora opere teatrali?
Ho ricavato la necessità di mettere in scena persone vive e di lasciare a loro lo svolgimento dell’azione. Rispetto a loro io sono il copista, loro dettano e io copio. Al momento non scrivo opere teatrali perché non ha senso scrivere teatro che non va in scena e il teatro in Italia è in agonia.

Il suo romanzo Ragù di capra, da poco ripubblicato da Città del Sole Edizioni, è ambientato in Calabria e narra la storia di un uomo che decide di truffare un’assicurazione, entrando in contatto con alcuni membri della ‘ndrangheta. Da cosa nasce questa sua attenzione per la Calabria e per l’ndrangheta?
Dal fatto che ci sono nato in Calabria e che l’ndrangheta era ed è una parte dell’essere calabrese. Anche se è la parte che ho sempre rifiutato, perché non provo attrazione verso i criminali, che sono persone estremamente noiose contrariamente a quello che si crede (li ho conosciuti, so di quello che parlo).

Nell’intervista uscita qualche giorno fa qui su Bottega di idee, abbiamo chiesto a Erri de Luca di definire in tre parole il problema immigrazione e Salvini, e lui ha risposto “non si può paragonare una pulce al vento”. Lei cosa ne pensa dell’attuale situazione politica in Italia?
Ignoranti che eleggono altri ignoranti. L’ignoranza è stato il più grande investimento della politica degli ultimi trent’anni. Il risultato è matematico.

Qual è, per lei, il ruolo dello scrittore nella società?
In una società di ignoranti, nessuno. Per i non ignoranti che vivono nella società di ignoranti, il ruolo dello scrittore è farli divertire e fargli dimenticare per un po’ quanto è brutto vivere in una società di ignoranti, essendo una minoranza.

Bottega di idee è un blog che si occupa di letteratura, attualità e arte. Cosa ne pensa, in generale, delle iniziative culturali dei ragazzi? Quali consigli darebbe a un aspirante drammaturgo o a un aspirante giornalista?
Il blog è un sistema di comunicazione nuovo e divertente, ma è invecchiato rapidamente, perché era già troppo impegnativo per una società di ignoranti. È stato sostituito da forme più semplificate come Instagram e Snapchat. Io personalmente mi sono molto divertito negli otto anni in cui ho tenuto un blog, e credo che si siano divertiti anche quelli che lo leggevano che sono diventati come una piccola famiglia. I consigli, non scrivete troppo di zar russi. Scrivete di quello che vedete intorno a voi. E la cosa più importante, trovate uno stile per farlo.

Benedetta

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