L’intervista – Riccardo Invernizzi

I social: una realtà che permea la nostra quotidianità. Una realtà che Riccardo Invernizzi, per noi intervistato da Francesca, ha analizzato nel suo romanzo d’esordio – La febbre virale (Edizioni NTP) – attraverso gli occhi di un ragazzo e di suo nonno. Buona lettura!

Qual è il percorso, scolastico e non, che l’ha portato ad iscriverti a lettere? E pensava fin dall’inizio di scrivere?
La scrittura è da sempre stata la mia passione, sin da quando, da piccolo, tornavo dagli allenamenti ed elaboravo articoli fino a tarda sera. La mia inclinazione è sempre stata quella, mi sono iscritto al Liceo Classico e la facoltà di Lettere è logica conseguenza di un voler intraprendere questo tipo di carriera umanistica.

Qual è stata l’ispirazione per questo libro, La febbre virale? E se ce lo dovesse presentare in poche righe cosa ci direbbe?
Ho voluto parlare del confronto tra generazioni, dell’importanza del rapporto diretto, delle emozioni, degli affetti anche nell’epoca dei social e del web 2.0. E da qui una conversazione tra nonno e nipote, la generazione che fu e quella del futuro. Un nonno che vuole essere meno pesce fuor d’acqua e un nipote che nell’insegnare a come essere meno “imbranato”, apprende a sua volta molto dallo spaccato dell’epoca che fu. Il contrasto generazionale volge, nel crescendo del libro, verso una meta comune.

Nel suo libro, come ci ha detto, ha fatto dialogare due generazioni, quella che ama i social incondizionatamente e quella che li odia senza mezzi termini. In una società sempre più schiacciata sul presente, a suo parere qual è il valore della memoria?
In realtà non è proprio così. Il nonno vorrebbe capirci qualcosa di più circa questa nuova era, il nipote è critico ma anche conscio dei vantaggi della sua generazione e il social, nel complesso della narrazione, non esce ne vincitore né vinto. D’altro canto, però, nessuna chat di Whatsapp avrebbe reso l’alchimia di quel rapporto, di quei sorrisi, di quella chiacchierata. Il social potrà essere arma a disposizione dell’uomo se l’uomo saprà domarla, sarà arma pericolosa se invece l’uomo si subordinerà alla stessa.

Di recente si è parlato spesso di privacy dei social, soprattutto dopo lo scandalo Cambridge Analytica: quali pensa siano dei dati che è meglio non condividere online e quali sono invece i doveri delle piattaforme che gestiscono questi dati?
Penso che le fake news di oggi altro non siano che le leggende metropolitane di una volta. Il problema non è di chi le espande, ma di come vengono recepite. Sarebbe bene distinguere le notizie reali dalle strumentalizzazioni, per farlo è necessario non prendere per buono tutto ciò che si legge ma informarsi, discernere il reale dal fasullo e cogliere il giusto.

Preferisce Facebook o Instagram? Quale delle due a suo parere offre le maggiori opportunità di comunicazione e i minori svantaggi legati ad essa?
Sono due social network differenti. Facebook è più importante a livello di propaganda e comunicazione, accanto ad Instagram si è legato un tipo di mercato più incline alla pubblicità e agli sponsor. Instagram fa sicuramente più tendenza, Facebook rimane strumento valido per chi vuole fare comunicazione.

Viriamo ora su una tematica più specifica, quella dei social e della solitudine: un paradosso sempre più comune. di un’interazione reale che si sacrifica all’interazione digitale. Eppure questo porta anche a nuove forme di comunicazione e nuove potenzialità. Come trovare un equilibrio, secondo lei?
“I social ci rendono antisocial” si dice spesso. L’equilibrio sta nella moderazione.  Il social deve rimanere strumento a disposizione dell’uomo, l’uomo però non deve farsi ostacolare dal network ma  continuare a sovrastarlo. Alcuni studi americani sulle stories di Instagram rivelano che il vedere la vita altrui ha accentuato la depressione e il malessere legato alla propria esistenza: è necessario prendere con i dovuti modi il “gioco digitale” e continuare la propria esistenza senza farsi condizionare da questa macchina tecnologica.

Cosa ne pensa della possibilità di utilizzare i social come spazio di riflessione e confronto?
Concorde: anche a livello di propaganda, comunicazione, dibattito interattivo. Il tutto, però, con la giusta misura e la giusta consapevolezza di quando sia da preferirsi il confronto diretto.

A chiusura dell’intervista, qual è la sua opinione su iniziative, come aspira a essere Bottega di idee, che partendo dai giovani permettano di dare spazio anche alla loro visione del mondo e ai loro interessi?
Sono iniziative che vanno lodate e premiate. Sono anche io molto giovane e so bene quanto sia importante per molti ragazzi esprimersi, comunicare, raccontarsi e raccontare. Viviamo in una società in cui il disvalore sembra essere divenuto virtù, in cui tante volte viene premiato chi dice qualcosa di diseducativo piuttosto che chi riesce a costruire. Io ho grande stima verso chi crea, dialoga, si confronta e costruisce.
Piattaforme come Bottega di idee vanno incoraggiate e premiate ogni giorno. Mi è capitato di osservare alcuni vostri articoli, è meraviglioso osservare come un genere così alto venga trasformato in un veicolo che possa essere alla portata di tutti.

Francesca

 

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