L’intervista – Bruno Sconocchia

Dietro a ogni musicista c’è sempre una figura ignara ai più, ma non per questo meno importante: il manager. Ma chi c’è dietro ai grandi nomi della musica italiana? Valeria ha intervistato per noi Bruno Sconocchia, manager di Fabrizio De André, Lucio Dalla e Gino Paoli. Buona lettura!

Lei è il fondatore e responsabile del Ph.D. s.r.l., una società di produzione spettacoli nata nel 1984 che ha organizzato le tournée di alcuni dei più grandi artisti sulla scena italiana. Com’è iniziata la sua carriera di management?
La passione per la musica mi ha accompagnato fin da quando ero ragazzo. I miei idoli si chiamavano Beatles, Rolling Stones, Pink Floyd, Bob Dylan, Jimi Hendrix, Doors, e così via. E fin da ragazzo ho cominciato a cimentarmi con la musica suonata, strimpellando piano, chitarra, persino violino. Ma sapevo che la musica per me sarebbe rimasta comunque un hobby, mai avrei potuto immaginare che invece mi avrebbe in qualche modo accompagnato anche negli anni della mia maturità! È avvenuto che, durante gli anni dei miei studi universitari a Bologna (mi sono laureato in filosofia alla fine del 1979), la mia passione per la musica mi aveva portato a frequentare tutto un gruppo di musicisti che, in quegli anni di esplosione del punk, andarono a formare una serie di band che rappresentavano la “new wave” italiana, come i  Gaz Nevada, i Luthi Croma o gli Skiantos a Bologna, i Kaos Rock a Milano, i Pale TV a Parma, ecc. E proprio immediatamente dopo la fine del mio cursus studiorum, un mio amico anche lui appassionato della stessa musica, tal Gabriele Ansaloni, meglio conosciuto come Red Ronnie, parlasse di me a quello che in quel momento rappresentava la più importante agenzia di spettacoli in Italia, Bibi Ballandi, scomparso l’anno scorso.  Nell’attesa di chiarirmi cosa avrei fatto da grande, ho iniziato ad accettare alcuni incarichi saltuari di lavoro presso di lui in qualità di accompagnatore degli artisti della sua “scuderia”. E tra questi, proprio perché laureato in filosofia e quindi ritenuto il più indicato per il personaggio un po’ particolare, mi venne affidato Fabrizio De André. Con il quale si instaurò da subito un rapporto particolare, di amicizia e di stima. Per stare accanto a Fabrizio nel 1982 mi trasferii a Milano e nel 1984 Fabrizio mi offrì l’opportunità che avrebbe cambiato per sempre la mia vita: organizzare la tournée che seguiva la pubblicazione del disco Creuza de ma. Così fondai la mia società che chiamai Ph.D. (Philosophy Doctor) in omaggio alla laurea che inaspettatamente aveva fatto sì che la mia passione diventasse la mia professione. Il seguito è avvenuto ad una velocità inaspettata. De André era conosciuto nell’ambiente per il suo essere una persona molto esigente e in qualche modo difficile. Il mio legame con lui è stato quindi una credenziale enorme. Un fonico fa il mio nome ad Ornella Vanoni che è in cerca di qualcuno che si occupi di lei. Nel 1985 organizzo il tour Vanoni Paoli Insieme: Ornella e Gino Paoli insieme in un tour teatrale che abbatte tutti i record di incasso in tutte le tappe toccate. Nel 1986 vengo avvicinato dai Pooh e iniziamo un rapporto che continuerà un decennio. Tra i giovani emergenti individuo un tal Adelmo Fornaciari, alias Zucchero, e lo accompagno lungo un’ascesa memorabile: dischi come Rispetto, Blue’s, Oro, incenso e birra e relativi tour che riempiono gli stadi. E poi Raf, Teresa De Sio, Luca Carboni, Mia Martini, Biagio Antonacci, Ivano Fossati, Cristiano De André e altri ancora.

Qual è stato il percorso che l’ha portata a questi grossi risultati?
Innanzitutto un po’ di fortuna: trovarsi nel posto giusto nel momento giusto. Salire sul treno che passa, ma cercando di scegliere quello che va nella direzione giusta. Un po’ di intuito. Ma soprattutto, come in tutte le cose della vita, le parole chiave sono MOTIVAZIONE, IMPEGNO, ONESTA’.

Quali sono i suoi impegni oggi?Come si vede nel futuro?
Dopo gli anni “Milanesi”, per scelta personale legata soprattutto alla nascita dei miei figli, a metà degli anni ’90 ho preso la decisione di ritrasferirmi a Bologna, la città dei miei studi universitari, cercando in qualche modo di “cambiare vita”. Erano stati anni esaltanti: successi, prestigio, guadagni. Ristoranti ed hotel diversi tutti i giorni. Ora sentivo il bisogno di una vita più serena. Ritrovare il tempo per una passeggiata, per spingere la carrozzina dei miei figli, per leggere dei libri. Mi riscrissi anche all’Università e presi una seconda laurea in Storia. Riaprii un ufficio con soli tre collaboratori, e limitai i miei impegni al management di due soli artisti: Gino Paoli e di Lucio Dalla. Anni bellissimi, con due artisti immensi, ma soprattutto degli uomini grandissimi con cui condividere non solo il lavoro, ma la quotidianità. Ho avuto la fortuna di incontrare nel corso della mia professione grandi uomini con i quali ho costruito rapporti di sincera amicizia, e con molti di loro conservo rapporti stretti anche tutt’ora che mi sono ritirato dalle scene. Spesso discutendo con Dalla delle prospettive future avevo affermato: quando tu deciderai di smettere, smetterò anch’io.  E così quel 1 marzo 2012 quando Lucio ha deciso di lasciarci, ho mantenuto la parola e mi sono ritirato a vita privata. Continuo ad ascoltare musica, anzi forse ne ascolto e ne pratico più di prima, ma dall’altra parte della barricata, da fruitore.

Nel nostro blog c’è una rubrica dedicata interamente ai consigli musicali, in cui non possono mancare riferimenti a Dalla, Paoli e De André. Quale crede sia il motivo del loro essere al di là della propria epoca e cosa rende, secondo lei, le loro canzoni “eterne”?
Sono stati i rappresentanti, anzi i creatori in Italia di un modo diverso di interpretare il ruolo di artisti. Con Paoli e la “scuola genovese”, e penso ai suoi amici Bindi, Tenco, Lauzi, e poi con De André di pochi anni più giovane, la canzone smette di essere puro svago o musica da ballo. Il testo assume un’importanza fondamentale. Sull’esempio degli chansonniers francesi e poi sull’esempio che viene da oltre oceano di Woody Guthrie, Pete Seeger e soprattutto di Bob Dylan, si inizia a cantare la vita reale. E la canzone diventa qualcosa su cui si può riflettere. Lo stesso Dalla, dapprima soprattutto musicista, a metà anni ’70 comincia a scrivere i suoi testi dopo aver collaborato per anni con uno dei massimi poeti di impegno sociale della scena italiana, Roberto Roversi. Credo che sia questo che caratterizzi l’opera degli artisti da te citati. Di certo per loro non si può parlare di “musica leggera”! Canzoni rivolte ad un largo pubblico, ma canzoni intelligenti, specchio del loro tempo, loro stesse espressione di quell’intelligenza collettiva che ha caratterizzato quegli anni.

Che cos’è la musica per lei? Qual è la sua opinione sulla musica al giorno d’oggi?
Per me la musica è una delle forme di comunicazione più elevate dell’uomo. La musica ha accompagnato tutta l’evoluzione della specie umana, dai suoni percussivi dei primitivi alla musica elettronica sperimentale contemporanea. Sempre e ovunque la musica ha accompagnato tutte le cerimonie delle diverse comunità: festività civili, cerimonie religiose, matrimoni, funerali, sempre. Per me la musica ha un significato, è l’espressione di una cultura, di un modo di pensare e di vivere. E’ espressione di un gruppo sociale e allo stesso tempo ne è collante.
Cosa penso della musica oggi? Certamente non si possono fare generalizzazioni, ma ho l’impressione che stia vincendo un modello di musica come puro sottofondo. Abbiamo forse paura del silenzio ed accendiamo la radio. La mia generazione “ascoltava” i dischi. Ricordo come ci si sedeva di fronte all’impianto stereo con la copertina dell’LP in mano. Ci perdevamo dentro l’artwork, abbiamo imparato l’inglese ripetendo i testi. Discutevamo tra noi del significato di quella canzone. Oggi non si ascolta, si sente un sottofondo sonoro. Questo almeno per la musica registrata. Direi che fa ancora eccezione la musica dal vivo. In questo caso ci troviamo ancora di fronte ad una scelta attiva: si sceglie di andare a quello specifico concerto, si devono fare una serie di operazioni che comportano una volontà specifica: uscire, comprare il biglietto, andare nella sala, ecc. Insomma, si “partecipa”. Questo per noi fruitori.
Passando ai creatori, ai musicisti, come si sarà capito da quanto sopra detto, la musica che io preferisco è quella che “ha qualcosa da dire”. E oggi ho l’impressione che per troppi la musica sia invece non un mezzo di espressione, ma un mezzo per raggiungere qualcos’altro: il successo, la fama, il guadagno. Così come si sogna di diventare calciatori non per amore dello sport, ma come mezzo di diventare famosi e ricchi, così ci si accosta ai vari talent del momento.

Data la sua esperienza, quali consigli darebbe ai giovani che fanno musica oggi?
Dare dei consigli è sempre difficile e non sempre opportuno. Direi: suonate dal vivo, suonate insieme, confrontatevi, sperimentate strade diverse, non inseguite la moda del momento, ma guardatevi attorno, vivete ed esprimete quello che vedete e quello che sentite.
Inseguite l’arte, non il mercato.

Valeria

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