L’intervista – Francesca Diotallevi

Benedetta ha intervistato per noi Francesca Diotallevi, autrice che nel suo ultimo romanzo, Dai tuoi occhi solamente (Neri Pozza), è riuscita a fondere l’arte della scrittura e quella della fotografia, raccontando con sensibilità la storia di Vivian Maier, una delle più grandi fotografe del ‘900. Buona lettura!

Lei è una scrittrice affermata, ormai al suo quarto libro pubblicato (secondo per la casa editrice Neri Pozza). Ma cosa l’ha portata ad avvicinarsi alla scrittura? Ha sempre pensato di renderla il suo lavoro?
No, non ho iniziato a scrivere con l’idea che un giorno, questo, potesse diventare il mio lavoro. Da grande lettrice quale sono sempre stata, è arrivato spontaneo il desiderio di cimentarmi, a mia volta, con la scrittura. Così è nato il mio primo romanzo, Le stanze buie: per divertimento e diletto personale, senza l’idea che un giorno qualcuno potesse leggere le mie parole.

Qual è, per lei, la definizione di romanzo? E quali sono i romanzi che più le sono piaciuti e quelli che l’hanno influenzata maggiormente?
David Foster Wallace diceva che “Un buon lavoro narrativo consiste nel confortare ciò che è disturbato e disturbare ciò che è confortevole”. Ecco, io credo che un romanzo debba fare soprattutto questo: non lasciare indifferenti. Andare a frugare nelle ferite, ma anche lenirle, saperle ricucire; dirci qualcosa di noi stessi, come in un gioco di specchi. Salvarci, a volte.
Se dovessi qui elencare tutti i libri che, in qualche modo, mi hanno fatto a pezzi e poi ricomposto, quelli che mi hanno fatto compagnia nei momenti difficili della mia vita, o che mi hanno messo davanti a determinate verità, non basterebbero dieci pagine, temo. Ne citerò perciò un paio, che per me hanno un grande significato: Quel che resta del giorno, di Kazuo Ishiguro, perché è il libro che ha cambiato la mia vita. E Il conte di Montecristo, di Dumas, perché è il libro che vorrei aver scritto.

Come il fotografo, lo scrittore deve essere in grado di osservare con occhio attento una scena per poi riprodurla su carta. Può descriverci il suo processo creativo?
Semplicemente, trascrivo ciò che vedo. Solo che lo vedo non con gli occhi, ma con l’immaginazione. Quando scrivo mi limito a riportare sulla pagina ogni sequenza del film che si sta svolgendo nella mia testa. Scrivere, poi, è soprattutto riscrivere. Perciò di una prima bozza è necessario poi fare diverse revisioni, tagliare e ricucire.

Il suo ultimo romanzo, Dai tuoi occhi solamente, è la storia romanzata della fotografa Vivian Maier, una donna che non ha lasciato pressoché nessuna traccia di sé al di fuori dei suoi scatti, rinvenuti per caso nel 2007 da John Maloof. Cosa la spinge a scegliere i soggetti per i suoi romanzi? E cosa l’ha spinta a scegliere Vivian?
C’è un filo che collega uno scrittore ai suoi soggetti. Quando avviene l’incontro, il filo si tende, lo si sente tirare. Con Vivian, ma anche con i miei precedenti personaggi, è andata così. Qualcosa, nella vita di questa enigmatica fotografa, qualcosa che emergeva dai suoi scatti pieni di empatia, dai suoi sguardi al contrario freddi e distaccati, mi ha fatto capire che era lei che volevo raccontare, era lei che volevo andare a cercare.
I suoi primi romanzi sono tutti scritti in prima persona. Dai tuoi occhi solamente è scritto in terza persona, ad eccezione del prologo e dell’epilogo. Può spiegarci il perché di queste scelte stilistiche?
La prima persona è la mia coperta di Linus. Scrivendo in prima persona mi è sempre parso di riuscire a tenere meglio la presa sui personaggi, di farli miei. Nel caso di Vivian le cose sono andate diversamente: non era possibile nessuna immedesimazione, al contrario, era necessario, per me, mantenere una certa distanza. Una forma di rispetto per qualcuno che, in vita, ha difeso con ferocia i propri spazi, la propria intimità.

Spesso, nei suoi romanzi, si ha una descrizione della società e di come i personaggi si muovano in essa. Quale pensa che sia il ruolo dello scrittore nella società?
Oggi, il ruolo dello scrittore all’interno della società è decisamente diverso a quello che rivestiva in passato, quando la letteratura aveva un ruolo sociale di formazione e di conoscenza. Si legge sempre di meno e si passa sempre più tempo sui social. Paradossalmente, oggi è più semplice che la possibilità di scrivere un libro venga affidata a chi ha più seguito sui canali digitali, con la speranza di incrementare le vendite.
Ma lo scrittore, il vero scrittore, è colui che, con disciplina e onestà, mantiene occhi e cuore aperti sulla società e non esita a indagarne le zone buie, a essere scomodo. Soprattutto a essere scomodo, a discapito delle leggi di mercato, dei gusti del pubblico e delle logiche editoriali.

Bottega di idee è un blog che si occupa di letteratura, attualità e arte. Cosa ne pensa, in generale, delle iniziative culturali dei ragazzi? Che consigli darebbe ai giovani che vogliono avvicinarsi al mondo della scrittura e dell’editoria?
Penso che, soprattutto oggi, sia indispensabile per i giovani mantenere alto lo stendardo della cultura. In un Paese in cui il malcontento si accompagna a un’ignoranza sempre più dilagante, è importante continuare a lavorare instancabilmente a iniziative per la promozione della lettura. Perché nei libri c’è la nostra storia e mai come oggi è importante ricordarci da dove veniamo e quali errori dobbiamo evitare di commettere nuovamente. Perché leggere consente di crearsi una propria opinione, e difficilmente chi ha opinioni ben radicate rischia di farsi imbonire dal ciarlatano di turno.
A chi vuole avvicinarsi al mondo della scrittura e dell’editoria rivolgo un solo consiglio, il più importante e fondamentale di tutti: leggete. Leggete più che potete. Frequentate i convegni, i saloni del libro, i festival letterari. E non smettete mai di essere curiosi.

Benedetta

 

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