Ansia

L’uomo sospeso tra l’ansia e il carpe diem

È lì. Non accenna a muoversi. Non ha una ragione precisa, o meglio ha un migliaio di minuscole ragioni, tutte insignificanti e vuote, mentre lei è reale e quasi tangibile. Hai provato a scacciarla con ripetute rassicurazioni, ma non ti ascolta. Hai provato a dirti che non c’è nulla, veramente nulla di cui preoccuparti, è solo un’interrogazione, solo una verifica, solo una scelta, ma ormai ti si è appiccicata addosso e difficilmente se ne andrà. L’avete riconosciuta? È l’Ansia.

Prima o poi chiunque ci si è trovato in mezzo e ne ha sperimentato il carattere paradossale: una volta innescata, si separa da quello che l’ha provocata e diventa un essere indipendente, a volte persino un’attitudine di vita. Perchè se anche la preoccupazione occasionale passa, riesce a trovare un’altra ragione per inseguirti. Come Achille che pensava di raggiungere la tartaruga ma ogni volta la manca, così ogni volta si pensa di sfuggire all’ansia e quella ci raggunge. Eccoti qui, dove pensavi di scappare? Qualche volta potrebbe essere giustificata da circostanze particolarmente stressanti, come un esame o un colloquio di lavoro, ma in qualche modo riesce sempre a superare in intensità la paura stessa e a diventare un entità sproporzionata e paralizzante. Ti blocca, ti tiene fermo. Come in una vignetta dei Peanuts, Lucy, giocatrice di baseball scarsa in una squadra sempre sconfitta, dice fra sè e sè: “Non vinceremo mai. Perderemo una partita dopo l’altra” e intanto che pensa a questo la palla le sfugge. Si giustifica così: “Scusa, capitano, avevo il futuro negli occhi”.

Questa è l’età dell’ansia. Spesso si dice che viviamo in un’era schiacciata nel presente, incapace di ricordare il passato e di immaginare il futuro. La regola vigente sembrerebbe essere quella del carpe diem, cogliere l’attimo senza preoccuparsi di nulla. Tuttavia, questo proiettarsi continuamente sul momento che stiamo vivendo sembra essere accompagnato da un crescente sentimento d’ansia. Come se non fossimo più capaci di fare i conti col futuro, come se incombesse su di noi inesorabilmente. In sintesi, da un lato abbiamo il carpe diem, e dall’altro un’ansia perenne e diffusa. Perché?

Parte del problema della retorica del carpe diem è che si tratta spesso di pura retorica, non corrispondente alla realtà. Non è un vero invito a godere del presente quanto a sfruttarlo in maniera efficiente. Renderlo utile.

E utile vuol dire quantificabile, misurabile. In altre parole, un’esortazione a rendere ogni momento finalizzato ad un preciso risultato, a non sprecarne neanche uno nel senso di pianificarlo, inserirlo in uno schema e, alla fine di tutto, far quadrare i conti. Un’esortazione ad ottenere sempre, invariabilmente, dei risultati positivi. Questa è un’epoca dove vige la tirannia del risultato, e sprechi ed errori si perdonano solo se portano a qualcosa di tangibile.

E sentirsi continuamente obbligati ad arrivare da qualche parte, pena la sistematica svalutazione di sè stessi, mette ansia. Molta ansia.

In tutto questo, non abbiamo capito del tutto cosa significasse il carpe diem. Per questo è interessante scoprire che Orazio, l’autore dell’espressione, era probabilmente l’opposto di un uomo noncurante e sereno, anzi, forse era anche lui un ansioso cronico. Di recente il latinista Alfonso Traina ha proposto un’interpretazione del carpe diem in questa chiave, leggendo il componimento come una riflessione sull’angoscia esistenziale. Il poeta comincia riflettendo sull’impossibilità di conoscere il futuro, poi prosegue osservando che non si può sapere neanche quanto a lungo si vivrà. Quindi, conclude che è meglio versarsi del vino e godere di quello che si ha nel presente. E si rivolge così all’amata: “Mentre parliamo, è già fuggito, a noi ostile, il tempo, vivi questo tuo giorno, e non fidarti niente di un domani” (trad. Edoardo Sanguineti).

Dunque, del carpe diem abbiamo colto solo l’importanza del vivere nel presente, senza notare che questa derivava proprio dalla fragilità dell’uomo.

La visione di Orazio non è solo tranquillizzante. Il futuro per lui è davvero incerto, noi viviamo davvero in bilico e davvero potremmo essere investiti da una catastrofe da un momento all’altro. In un certo senso, quindi, la nostra ansia è motivata. Perciò leggere Orazio è utile: non liquida le nostre preoccupazioni, ma le riconosce, e poi tenta di guarirle proponendo un’alternativa. Per capire che se l’ansia non può essere mai esorcizzata del tutto, di sicuro la si può affrontare. Senza obblighi e senza costrizioni, però. Soltanto cercando di trovare anche nella fugacità del tempo dei momenti di felicità e bellezza.

Francesca

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