L’amicizia è una grande medicina

L’amicizia: una cura al chiaro di luna

Che l’amicizia sia un dono prezioso è risaputo.
Lo dicono i proverbi: “Chi trova un amico trova un tesoro”.
Lo dicono oratori e filosofi: “Togliere l’amicizia della vita è come togliere il sole dal mondo” (Cicerone); “L’amicizia è un’anima sola che abita in due corpi” (Aristotele).

Non si sta parlando di una spunta su WU o di un like su Instagram, e nemmeno di un saluto sulla chat di gruppo; l’amicizia vera, senza nulla togliere ai benefici della tecnologia, ha bisogno di parole negli occhi e contatto umano. Già, l’amicizia è presenza fisica. Il pensiero basta solo quando è seguito dalle azioni.Certi scrittori vanno addirittura oltre, rivelando un’amara verità: “Tutti vogliono avere un amico, ma nessuno si preoccupa d’esserlo” (Alphonse Karr)
E hanno ragione: molti si preoccupano di ricevere aiuto dagli altri, conforto nei momenti di difficoltà, eppure, quando si tratta di restituire il favore o dare una mano al prossimo, non sono sempre pronti. Questo accade perché l’amicizia è una cosa terribilmente seria: richiede sforzi, sacrifici e impegno costante.

Ho pensato a tutto ciò quando sono venuto a sapere dei bambini lunari.
La prima volta che ne ho sentito parlare ho creduto d’essermi imbattuto in una bufala. Era una notizia davvero insolita, quasi surreale. I bambini lunari dell’articolo che stavo leggendo sembravano usciti direttamente dal film The Others (Amenàbar, 2001), e invece esistono, anche loro rari come la vera amicizia.
Per chi non ne avesse mai sentito parlare, i bambini lunari soffrono della rarissima sindrome XP (Xeroderma Pigmentosum), malattia genetica recessiva che li rende 10000 volte più sensibili ai raggi UV, cioè nemici giurati del sole, la cui semplice esposizione può causare lesioni cutanee e carcinomi. Attualmente, l’unica cura è la prevenzione, vuol dire che chi di loro non vuole morire prima dei 30-35 anni (tale è l’aspettativa di vita media) non deve MAI uscire di casa durante il giorno, e se proprio deve farlo, per una visita o una terapia, è costretto a mettere sul corpo una crema protettiva a schermo totale, cappuccio, guanti, maschera… insomma, nemmeno un centimetro di pelle deve essere esposto. Non ho usato mezzi termini, lo so.

Ora, però, sono sicuro che avete capito perché pensavo all’amicizia. Questi bambini vivono in una condizione di perenne isolamento, possono uscire di notte, sì, ovvero quando tutti i loro coetanei rientrano in casa o dormono.

Vivono in solitudine o circondati per lo più dall’affetto dei familiari. Non possono affacciarsi alla finestra, non possono far parte di alcuna compagnia-comitiva, raramente incontrano i coetanei; sono dei diversi e sanno di esserlo, sanno che non potranno mai passeggiare per strada, andare a fare la spesa, giocare ai giardinetti, salire sulle auto altrui, a meno che non siano protette da vetri oscurati; trovare delle fidanzate/fidanzati, insomma vivere una vita normale.
Prevenzione Tumori, N°5 maggio 2007

Allora mi sono posto una quantità inimmaginabile di domande: cosa si prova a sentirsi diversi da tutti gli altri (l’incidenza in Europa è di 1:1000000)? Come ci si sente ad avere un conto alla rovescia sopra la testa? Dove si trovano le forze per studiare o trovare un lavoro? Non è più facile deprimersi? Sì, è più facile, e alcuni lo fanno con tragiche conseguenze, ma altri vengono aiutati e volete sapere come?
Alcune associazioni (all’estero ne esistono, da noi no) organizzano campeggi notturni per permettere ai bambini lunari di incontrare amici che vivono la loro stessa situazione e provare, grazie al lavoro dei volontari, esperienze quali gite, immersioni, escursioni, persino discese con gli sci. Si possono realizzare grandi cose, quando c’è la volontà di farle, soprattutto se non si gira la testa dall’altra parte dato che la sfortuna è toccata a qualcun altro. Il problema della solitudine, qualche anno fa, era stato trattato anche da un medico col naso rosso e il costume da clown:

In oltre vent’anni di esercizio della medicina non ho mai incontrato sofferenza che assomigli neppure vagamente all’orrore della solitudine. Per alcuni si manifesta come immobilità, per altri come rabbia senza freni, per tutti però è una malattia terribile e l’amicizia è la medicina migliore.
– Patch Adams

Così il mio libro parla di amicizia come di una cura, e la cura vale per entrambi: chi è malato e chi aiuta. Non ho ancora avuto la fortuna di incontrare un bambino lunare, ma non ho dubbi che lui (o lei) sia in grado di restituirmi un’umanità maggiore di quanto possa offrire io. Sul serio. Anche perché gli adulti, che sempre più spesso ripetono ai ragazzi “Puoi contare solo su te stesso” e “Non ci si può fidare degli altri”, hanno dimenticato almeno un paio di cose che Patch Adams ci ricorda:

– che la vita in se stessa è più grande del male, della diagnosi, del trattamento o dei meccanismi della malattia. Un momento di ilarità, una passeggiata in campagna, il semplice toccare o le lacrime possono riorganizzare la biologia come i farmaci non possono fare.
– che l’umiltà è essenziale. Ci ricorda che siamo mortali, che la morte è sempre dietro l’angolo e che se ci attribuiamo un significato appassionato, ma non noioso, possiamo divertirci più di quanto non facciamo ora ed essere comunque più efficaci.

Dopo aver tanto riflettuto su queste cose, cioè sulla vera amicizia e di che cosa ha veramente bisogno un malato (a parte terapie, diagnosi e medicine), ho scritto la storia di Chiara e Lorenzo che si vogliono bene, ma devono superare ben altri problemi oltre a quello del sole, e questi problemi si chiamano pregiudizio, intolleranza, indifferenza, trascuratezza.

Stavolta niente citazioni.
Ogni frase, ogni pensiero va gustato nel suo contesto, con la speranza che nelle scuole fioriscano ragazzi coraggiosi come Lorenzo, perché ne abbiamo davvero bisogno.

Lasciatevi ispirare da chi lotta per la vita nell’ombra, anzi al chiaro di luna.

Daniele Nicastro

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