Leggerezza

Slanciarsi verso il cielo: rincorsa alla (vera) leggerezza

Sentite come suona bene? Leggerezza. Una parola aperta, lieve, veloce nonostante sia lunga. Leggerezza. Forse ne siete affascinati, forse la odiate. Forse la credete possibile, o forse per voi è un’utopia. Di sicuro, non ne siete indifferenti. Nessuno riesce ad essere veramente indifferente. La leggerezza è un mito, il mito di camminare in quel mondo che è un peso quotidiano senza avvertirne veramente la fatica, di riuscire spontanei senza sforzarsi, e soprattutto senza fingere, di non sentire il sonno, la stanchezza, di essere privi di ansia e preoccupazioni, di mantenere una visione limpida, anche se mille cose potrebbero annebbiarti gli occhi, di procedere a passo spedito, come se non si sentisse nemmeno l’attrito dell’aria. Forse la ammiriamo così tanto che ci dimentichiamo di definirla e d’altronde i miti per definizione sono polisemici e ammettono più di una definizione. Per qualcuno la leggerezza significa non curarsi di nulla, o curarsi solo di cose di poco conto, non prendere mai una posizione, non scegliere nè schierarsi mai decisamente da una parte. Fluttuare, semplicemente, nel mare delle possibilità, senza preoccuparsi delle conseguenze, anzi, senza preoccuparsi proprio. L’anti-ansia per eccellenza. Per questo molti la amano – significa prendersi una pausa dalla responsabilità dell’esistere – e molti invece la odiano, la ritengono un sinonimo di frivolezza. Calvino, grande scrittore del secolo scorso, aveva le idee molto chiare al riguardo:

“esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza; anzi, la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca”.

Dunque, la leggerezza, quella vera, è una cosa seria. Ed è, tanto per cambiare, una cosa difficile. Nonostante le apparenze, il mondo che viviamo non è leggero, anzi, è pesante, e ci incoraggia ad appesantirci il più possibile. Caricarci di aspettative, problemi da risolvere, risultati da raggiungere, delle filosofie di accumulo mentale oltre che fisico frustranti e ansiogene. Se siamo sospesi continuamente nell’ansia, la leggerezza ci sembra un traguardo irrealizzabile. E se il mondo che ci si porta sulle spalle è un carico insostenibile l’unica maniera possibile di essere leggeri sembra dimenticarsi del carico e fingere di non averlo – quindi, paradossalmente, la leggerezza della noncuranza alla fine è una finzione, perché non risolve il problema, lo nasconde soltanto per un po’, fino a quando non rispunta fuori con tutte le paure e i pesi connessi.

E poi ci sarebbe l’altra possibilità, quella di imparare a “non avere macigni sul cuore” (sempre per definizione di Calvino). Non un rimedio momentaneo, subito efficace e subito dopo inutile, ma un processo, magari che parta dal carpe diem di Orazio, e che non perda del tutto di vista l’idea che siamo esseri umani, con un carico specifico fatto non solo di cose superflue ma anche di cose indispensabili e un corpo ancorato a terra dalla forza di gravità, e quindi leggeri del tutto non riusciremo ad esserlo mai. Anche chi fa i cento metri in dieci secondi ha fatto anni di allenamento e per la leggerezza, come per correre veloce, ci vuole esercizio.

Per spiegarlo meglio, Calvino fa riferimento a una novella di Boccaccio, in cui il poeta-filosofo Guido Cavalcanti si imbatte in una compagnia di giovani fiorentini. Loro lo prendono in giro per la sua eccessiva serietà e lui risponde loro per le rime. Poi d’un tratto spicca un salto improvviso, “sì come colui che leggerissimo era”, scavalca il muretto vicino e tra la sorpresa generale se ne va. Insomma, Cavalcanti, poeta serio, corrucciato, quasi grave, è capace di saltare verso l’alto e di elevarsi verso il cielo senza difficoltà, come gli venisse semplice. Come se la serietà fosse il gradino necessario per arrivare la leggerezza, come se partendo dalla forza di gravità ci si potesse librare meglio in aria. Per la leggerezza non c’è migliore immagine di questa:

“l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite.”

Francesca

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