Patientia nostra

In morte di Catilina

Le grida, il battere delle spade sugli scudi, i tonfi dei corpi che cadono a terra.
Catilina, seguito da un manipolo di uomini, si fa strada tra i nemici. La fronte è madida di sudore, il volto è incrostato di sangue e polvere. Con lo scudo allontana quelli che oggi sono i suoi nemici, e con la spada li trafigge. Penserà dopo a loro, al fatto che erano anche loro romani. Avrà pietà della loro vana morte, ma dopo, quando tutto sarà finito.
Ora deve combattere. Non più per la vittoria -non spera più di poterla ottenere- ma perché si possa dire che ci ha provato, che ci ha creduto. Perché è così, per lui e per tutti i suoi uomini. Ci credono, perché sono stanchi di quei tiranni che governano Roma, che si spartiscono il potere tra di loro e che impediscono agli altri di poterne avere almeno un po’.
Un’altra ferita.
Digrigna i denti e continua ad avanzare.
Gira il capo. I suoi compagni sono rimasti più indietro.
Sputa per terra un grumo di sangue e para un colpo alla sua destra.
Morirà oggi.
Lo sa.
Ma morirà per una causa giusta. E morirà dopo aver dato prova della propria determinazione e del proprio coraggio.
Morirà da vero romano, ma combattendo contro Roma.
Mentre para un colpo sul fianco destro, un soldato lo attacca dal sinistro. Cade a terra, ma non prima di aver ricambiato il colpo.
Schiacciato dal peso del nemico e frastornato dal dolore, non riesce ad alzarsi né a spostarsi.
Gli spiace quasi più per il suo nemico, morto per salvare il potere di pochi, che per sé, morto per i suoi ideali.
Nelle orecchie gli rimbomba ancora il discorso di Cicerone in Senato. Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?

Tutto tace.
Solo gli ultimi rantoli dei feriti e il pianto dei soldati osa interrompere quel sacro silenzio.
Il sole è già basso. Presto sarà calato, e i corpi saranno illuminati solo dalla pallida luna.
È uno spettacolo raccapricciante. La pianura è completamente ricoperta di cadaveri. Le loro braccia sono storte nell’atto di alzare la spada un’ultima volta, i loro volti sono ancora contratti in una smorfia d’odio. Pochi sono quelli che ancora respirano.
I soldati passano in rassegna i corpi, trafiggendoli uno ad uno.
“Lo conoscevo”, si sente sospirare di tanto in tanto. La mano tremante viene calata lo stesso.
Antonio è seduto lontano da tutto quello strazio, nella sua tenda. Il piede è appoggiato su uno sgabello. Non gli fa male, eppure non lo sposta. È solo grazie a quello che non si è ritrovato a combattere contro Catilina.
“Avete trovato dei fuggitivi?”, chiede a Petreio.
“Nessuno. Sono tutti morti combattendo”, riporta questo.
“Nessuno ha provato a fuggire?”
Petreio scuote il capo. “Nessuno ha ferite sulla schiena.”
Antonio si passa una mano tra i capelli tagliati corti e scuote il capo. “È stato un massacro”,
mormora. “E Catilina?”
“Hanno fatto fatica a trovarlo. Era lontano da tutti i suoi. Si è spinto fin dentro le nostre fila.”
“Morto?”
“Respira ancora.”
“Portami la sua testa. Voglio la provo che sia morto.”
Petreio annuisce. “E il corpo?”
Silenzio.
La fronte di Antonio è aggrottata, i suoi occhi si spostano senza requie da un punto all’altro della tenda. Digrigna i denti, impedendosi di dare l’ordine di seppellire quel traditore. A Roma si parla già troppo. Se desse un simile comando, alimenterebbe solo le accuse di far parte della congiura.
Poi alza il capo e, con fare distaccato, dà l’ordine.
“Gettatelo pure nel fiume.”

Benedetta

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