Indifferenza

Dell’indifferenza (e come evitarla)

Di tutti gli errori che puoi commettere, alle volte l’indifferenza sembra il meno grave. In fin dei conti, non è molto, anzi è un niente, qualcosa che non esiste, non si può definire e neanche classificare. Se sei indifferente, è come non ci fossi, quindi come puoi essere chiamato a rispondere?

“Odio gli indifferenti”, diceva uno di nome Gramsci. Anche Dante si accaniva sugli ignavi: gente indifferente, che in vita sua non si era mai schierata. Non li metteva neanche nell’inferno perché a suo parere non si meritavano neanche di essere dannati. Se ne stavano in un anti-inferno infamante e finivano punzecchiati dalle api, costretti a rincorrere per l’eternità una bandiera e bianca. Come loro non s’erano curati di nulla quando erano al mondo, così il mondo non serba traccia di loro. Dante dice: “Non ti curar di loro, ma guarda e passa“: non sono degni neanche di essere considerati. E aggiunge anche: “Questi sciagurati, che mai non fur vivi“. Che non hanno vissuto mai. Essere ignavi, essere indifferenti, è come non esserci e anche come non vivere.

Gramsci per la sua attività politica è finito in carcere, Dante è finito in esilio. Entrambi hanno visto su di sé le radicali conseguenze del loro impegno. Probabilmente sarebbe stato molto più facile essere indifferenti, ma non lo sono stati. La loro severità ha un suo fascino, può catturare per qualche minuto. Però, diciamoci la verità, nessuno di noi odia davvero gli indifferenti. Perché non fanno nulla di male, si fanno i fatti loro, certo. Ma anche perché dietro l’ignavia c’è lo spettro di un’incertezza che incombe su tutti noi. E perché esiste un bozzolo di comodità e noia in cui ci accoccoliamo volentieri per essere protetti dall’esterno e dai suoi rischi. E perché, infine, è molto più semplice essere indifferenti, molto meno rischioso. A chi non è mai capitato di esserlo? E chi non si è mai perdonato, per questo?

Di recente sono stata in Normandia. Al cimitero dei caduti americani dello sbarco. Una distesa di croci bianche su un prato lucido e ordinatissimo e davanti il mare in un’immota compostezza. Di tanto in tanto degli alberi con le loro foglie perfette e qualche cespuglio lievemente fiorito. C’è vento e pochi raggi di sole. Sembra un luogo pacifico, non fosse per tutti quei morti indicati dalle croci: se davvero mi mettessi a pensare quanti sono e quanto pochi sono rispetto ai morti totali della Seconda Guerra Mondiale mi verrebbe voglia di andarmene. Non ci penso, non ci riesco, ascolto la guida parlare della Resistenza.
E tutto questo non c’entra niente con quello di cui stavamo parlando, almeno finché non si scopre che la sopravvissuta dai campi Liliana Segre alla domanda con quale parola descriverebbe quel periodo ha risposto: indifferenza. Indifferenza alla crisi della democrazia, all’arrivo dei totalitarismi, ai diritti violati, alle persecuzioni e alle morti.

Forse anche voi avete sentito la poesia di Martin Niemöller. Una lapidaria, semplice descrizione di come sono cominciate le deportazioni sotto la dittatura nazista viste dagli occhi di un uomo comune.

Quando i nazisti presero i comunisti,/ io non dissi nulla/ perché non ero comunista. […] Poi presero gli ebrei,/ e io non dissi nulla/ perché non ero ebreo./ Poi vennero a prendere me./ E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa

L’abbiamo già letta, ne abbia già discusso, giusto? Ma forse nel dubbio vale la pena ripeterlo: l’indifferenza ti si ritorce contro. È una malattia endemica e si diffonde velocemente. E a volte può diventare una questione di vita o di morte. Delle dittatura tedesca e italiana del secolo scorso all’inizio non ci si è preoccupati molto. Le si è lasciate crescere, si è lasciato che intervenissero nella guerra civile spagnola. Finché non è scoppiato il secondo conflitto mondiale.

Non mi interessa dare un’analisi storica e dettagliata dei fatti. Quello che sto tentando di dire è soltanto che ogni sentimento ha un costo non solo personale ma anche sociale e il costo dell’indifferenza in entrambi i casi è altissimo. Non penso che sia semplice evitarla, non penso nemmeno che la soluzione sia una dedizione assoluta al lato che si sceglie. E non sto neanche proponendo di intervenire incessantemente su qualsiasi problema sventolando ai quattro venti il proprio punto di vista. Non è una questione neanche di punto di vista, alla fine, ma di impegno. Partecipazione, collaborazione, cose simili. Insomma, curarsi di quello che accade, non guardare, passare e basta.

Francesca

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