Lettera all’anoressia

La mia rivincita, un anno dopo

Cara anoressia, è passato un anno.
Quante cose possono cambiare in un anno? Siamo di nuovo qui, dopo tanto tempo, dopo tanta di quella vita che sembra passata un’eternità.
15 marzo, vorrei poter dire che fa meno male, che le ferite sono diventate cicatrici che mi hanno resa più forte. In parte è così, in parte le ferite aperte che un anno fa sanguinavano sono guarite, anche se il segno sulla pelle è un marchio a vita, anche se certe ferite non smettono mai di sanguinare, nonostante tutto, nonostante gli sforzi, le lotte, i pianti, le vittorie. un anno. Un anno di vita. Un anno di gioie, di momenti da ricordare, di uscite con gli amici, di birre al bar sotto casa nelle sere d’estate, un anno di esperienze indelebili. Un anno di felicità.
Dall’anoressia si guarisce. anche se mai completamente, anche se rimarrà sempre una parte di te che tiene il ricordo di ciò che hai vissuto chiuso a chiave in un cassetto della memoria che si ha paura di aprire. Dall’anoressia si guarisce, e c’è molto di più. Non servono messaggi motivazionali, non voglio sprecare tempo a dipingere una realtà che non esiste, siamo circondati continuamente da un mondo che ci vomita addosso messaggi motivazionali come se fossimo burattini a cui basta tirare la corda giusta per far si che sorridano. Non sprecherò parole inutilmente per cercare di raccontare una vita perfetta, senza problemi, senza dolori, fatta di sola felicità, perché non siamo in una favola. la vita non è perfetta, una volta sfuggiti alla morte all’ultimo secondo è tutt’altro che tutto rosa e fiori. ma qualsiasi cosa è meglio della morte. Qualsiasi cosa è meglio che rassegnarsi ad un destino già scritto che ci sembra di avere tatuato addosso, come se dopo essere state anoressiche si possa essere solo quello. Qualsiasi cosa è meglio che scegliere di morire in un letto d’ospedale, con un sondino che ti trancia la gola, con mamma che fuori dalla porta piange e poi si rifà il trucco per nasconderlo, con papà che finge tanto di essere forte e poi torna a casa e tira pugni al muro chiedendosi perché, cos’abbia fatto di male per meritarsi tutto questo. Perché essere anoressica significa essere egoista, e io questo l’ho capito solo dopo tanto tempo. non significa ignorare il dolore di chi amavamo e ci guarda morire inerme senza poter fare nulla, significa vederlo, riconoscerlo, e giocarci. essere guardata, essere notata, un urlo esausto di dolore, una voce roca dal pianto che grida “guardatemi, sono qui, sto male, aiutatemi, non lasciatemi sola”. Bambine sole e sperdute, con una ferita dentro che pretende vendetta. In bilico tra il desiderio di apparire e quello di scomparire, una lotta continua, una guerra costante che ti toglie il fiato e le forze, capace di disumanizzarti, di divorarti, una bomba implosa le cui schegge tagliano come lame e feriscono chiunque ci sia intorno. E la paura, mi ricordo che non avevo paura in quei momenti, anche perché la vera forza la trovi quando nemmeno credevi di averla più, tutta la paura era diventata rabbia, sfrontatezza. Un mostro disumano e asettico incapace di provare sentimenti, incapace di provare empatia. Ho i brividi se ripenso a quei mesi, un robot dalla batteria scarica, mosso per inerzia, con gli occhi bendati e il cuore dolorante. Eppure sembra irreale ripensarci adesso, mentre scrivo con la stessa musica di un anno fa e le stesse sigarette che ammontano nel posacenere, come potevo non vedere? Come si può non vedere i sorrisi finti degli amici, i loro sforzi per non farmi sentire più malata di quanto non mi sentissi già? Tutte le mani tese verso di me che ho rifiutato urlando perché io ero invincibile, io ce l’avrei fatta da sola, senza bisogno di nessuno. Come ho potuto restare impassibile quando ho visto la persona che mi ha salvato la vita piangere in macchina per me? Come ho potuto voltarmi e andarmene? Eppure, io stavo ottenendo esattamente quello che volevo. Volevo attenzioni, volevo che le persone mi guardassero, si accorgessero di me, soffrissero per me. Ora mi rendo conto che alla base dell’anoressia che, come tutti i sintomi, non è altro che la punta dell’iceberg, c’è una sconfinata solitudine, disperata, incolmabile, che arriva a divorarti. Una mente che lavora troppo senza darsi pace mai, che diventa una bomba a mano pronta ad esplodere da un momento all’altro. Ma il sintomo, lentamente, si impara a gestirlo. Si impara ad ignorare quella voce che ti urla in faccia che non vali nulla se tocchi del cibo, che la tua vita non vale nulla, che quella tua stessa vita dipenda da un numero che deve scendere, scendere, scendere, continuamente, senza fine. Lentamente, si impara ad ascoltare il corpo, e assecondarlo. Lentamente, si impara ad incanalare quel dolore, quella solitudine, senza ricadere nella dipendenza. Dall’anoressia si guarisce. Dall’anoressia sto guarendo, anche se il cibo è ancora un punto debole, e probabilmente lo sarà per sempre. Anche se ci sono giorni in cui mi guardo allo specchio e vedo la mia immagine che si deforma, che ingrassa, che diventa una sfera enorme di insicurezze, di dolore. Giorni in cui vorrei chiudermi in casa e non vedere nessuno, giorni in cui mi strapperei il grasso dal corpo a morsi, giorni in cui la mia mano trema mentre avvicino una mela alla bocca e gli occhi si riempiono di lacrime mentre deglutisco. Ma sono solo giorni, che passano, come tutti gli altri, perché ho imparato sputando sangue che la mia vita vale più di un numero, che io valgo più di un numero. Cara anoressia, non ti odio più. Ti ho odiato per tanto tempo, ma forse era solo un modo per mascherare una ferita ancora aperta. Non ti odio più, anzi, ti ringrazio. Perché grazie a te sto imparando a conoscermi, ad accettarmi, ad ascoltarmi. Non ti odio più perché mi hai quasi strappato dalle mani la vita, ma ti ringrazio, perché mi stai insegnando ad amarla. ad amarla profondamente, a ringraziare per ogni respiro che posso fare, perché mi hai insegnato a gioire di ogni attimo. Oggi, dopo tanto tempo, mi sento viva di nuovo. E la amo, questa vita. Che non è affatto semplice, e non è mai tutto perfetta. Ma tu mi hai insegnato ad essere grata di poter sentire le emozioni stravolgermi la mente e il cuore, ad essere grata anche del dolore, degli attimi di sconforto in cui sembra crollare tutto. Cara anoressia, ti ringrazio. E ti ringrazio con gli occhi lucidi, mentre i ricordi mi affollano la mente, perché grazie a te posso continuare a lottare. Perché grazie a te, questa vita me la sono conquistata, afferrandola con le unghie perché tu non mi trascinassi via. eppure, ora so per cosa lotto. Lotto per per le risate con gli amici, per il sorriso di un bambino, per la brioche a colazione, per il profumo delle lenzuola appena cambiate, per il teatro, per l’odore di casa. Lotto perché dall’anoressia si guarisce, e si rinasce. Lotto perché la vita, per quanto imperfetta e dolorosa sia a volte, è il dono più bello che ci potesse mai essere stato fatto, e vale la pena di essere vissuta. Sempre.

Gaia

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