Infelicità

Pillole sulla tristezza per essere felici
Se c’è una parola che è regina delle nostre conversazioni e dei nostri pensieri, è la felicità. Se c’è un’idea che viene ripetuta, se c’è un sogno che viene inseguito, è proprio quello della felicità. E per contro se c’è qualcosa che si vuole sconfiggere, qualcosa che si vuole evitare, è proprio l’infelicità. Ma questo è normale, no?
Ora, a nessuno piace essere infelice. O soffrire, o essere insoddisfatto. O passare ore intere a fissare il vuoto nell’attesa di capire cosa farsene della propria vita e a non trovare alcuna risposta. O sentirsi senza speranza, finiti in un vicolo cieco. A qualcuno piace, forse, crogiolarsi nel dolore, ma di sicuro ci sono migliaia di cose che gli piacerebbero di più, se riuscisse a staccarsi da quel suo rovello – cosa che non è per nulla, per nulla semplice. E se ci dessero una ricetta per evitare tutto questo, non credo che nessuno ci rinuncerebbe. E visto che questa ricetta non c’è, noi uomini l’abbiamo cercata a lungo. Più o meno da sempre.
Tra gli infiniti punti irrisolti al riguardo c’è l’idea dell’infelicità costruttiva. Nietzsche sosteneva che “quello che non uccide, fortifica”, e il suo oltreuomo era, semplificando a livelli estremi, colui che, nonostante le asperità della vita avrebbe eternamente scelto di perseguirla per come è. Diceva anche che ai suoi amici non augurava prosperità e felicità, ma malattie, sofferenze, morti, perché solo attraversando queste cose avrebbero capito la loro forza e sarebbero diventato dei veri e propri essere umani. Poco dopo, una sessantina d’anni e due guerre mondiali in mezzo – con tutte le sofferenze e le infelicità da essa provocate – lo scrittore Saul Bellow si immagina una lettera che uno dei suoi personaggi dedica a Nietzsche:
So che lei crede che il dolore profondo nobiliti, il dolore che arde lentamente, come il legno verde, e in un certo senso sono con lei, in un certo senso. Ma per questa educazione più elevata è necessaria la sopravvivenza.
L’argomentazione di Bellow è tanto semplice quanto spietata. Lui si limita ad affermare: “più comunemente la sofferenza spezza la gente, la schiaccia e si limita ad essere non illuminante”. Insomma, il dolore fortificherà anche, ma alle volte uccide e basta, e non dà un volto all’esistenza, la rende soltanto più vuota. E in un certo senso sono con lui, in un certo senso. Ora, premesso che le interpretazioni sono sempre terreno scivoloso, mi pare che qui ci siano due punti degni di considerazione. Le parole di Bellow sono un invito a smettere di infliggere a sé o ad altri infelicità piccole o grandi nella speranza che se ne esca fortificati. Si tratta di comprendere e magari anche perdonare chi dall’infelicità non è riuscito a imparare qualcosa. Di liberarsi dal dovere di essere infelici, liberarsi dall’idea che questa infelicità fosse necessaria. Forse persino, esagero, liberarsi del senso di colpa che un po’ sempre ci sentiamo in bocca quando siamo felici.
L’infelicità è inevitabile, però. Nietzsche, malato per tutta la vita, afflitto da solitudine e inseguito dallo spettro della follia, doveva saperne qualcosa. Come ne sapeva qualcosa Herzog, il protagonista del romanzo di Bellow, un maestro di scelte sbagliate, circoli viziosi, pensieri e rimuginii autoinflitti, fallimenti più o meno grandi, il cui hobby, se così lo vogliamo chiamare, è scrivere lettere a vivi o morti, come al filosofo tedesco. In entrambi i casi, da prospettive diverse, si trattava di capire come affrontare ciò che ci spezza il cuore. Con la consapevolezza che, almeno finora, un modo per evitarlo del tutto non l’abbiamo trovato.
Gran parte delle riflessioni sull’infelicità sopra riportate si basano su questa premessa: non debellarla come fosse una malattia, ma imparare, per quanto possibile, a conviverci. E questo proprio per non piombarci dentro, proprio perché non incomba sulle nostre vite.
Darle un nome, dei confini, per delimitarla.
Dare il diritto di esistere all’infelicità per riconoscere più pienamente quando e come e perché siamo felici.
Francesca

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