L’intervista – Peter Gomez

Dal 30 agosto al 2 settembre, Il Fatto Quotidiano ha organizzato, come ormai è abitudine, alla Versiliana di Marina di Pietrasanta, la propria Festa. Quattro giorni di dibattiti e discussioni su politica, mafia, corruzione, conditi anche da dibattiti sull’amore, concerti musicali e spettacoli teatrali. Presente alla Festa del Fatto, Federico ha avuto l’opportunità di conoscere molti giornalisti di questa testata, fra cui spicca la figura di Peter Gomez, che, come Antonio Padellaro, ci ha voluto onorare rilasciandoci un’intervista*. Qui, di seguito. Grazie e buona lettura!

Lei oggi è direttore de ilfattoquotidiano.it e di FQ MillenniuM. Le va di raccontarci qual è stato il percorso che l’ha condotta a essere il giornalista – peraltro assai temuto da molti politici – che è attualmente?
Il caso. Ho fatto il Liceo Scientifico, poi mi sono iscritto a Giurisprudenza, in seguito sono partito per una vacanza, avevo una ragazza a cui scrivevo lettere d’amore e lei mi chiese come mai non facessi il giornalista, visto che scrivevo – a suo dire – molto bene. Le risposi che non sapessi come fare e lei mi indicò una scuola di giornalismo vicina a casa sua. Mi iscrissi al concorso indetto da quella scuola per entrare, lo vinsi, e nemmeno al primo anno di studi iniziai a lavorare. Prima per l’Arena di Verona, poi al Il Giornale allora diretto da Indro Montanelli, che seguii a La Voce. Poi ci fu L’Espresso e alla fine Il Fatto Quotidiano. Così tutto è partito. Poi, in mezzo, ho avuto la fortuna di seguire il processo “Mani Pulite”, che certamente ha influito, ho incontrato Marco – Travaglio, NdR – Il Giornale… cose casuali, insomma.

Visto ciò che ha detto, l’interesse per la politica lo aveva fin da giovane o anche quello è stato una serie di casualità che si sono succedute?
Io volevo fare il giocatore di basket ma ero troppo scarso. Poi volevo fare l’allenatore ma anche quella strada non andò. Comunque, fin dalla superiori mi occupavo di politica, ma l’interesse vero e proprio è maturato dopo il giornalismo d’inchiesta condotto a Il Giornale, che spesso si occupava di politica.

Io sono stato qui – alla Versiliana, alla Festa del Fatto Quotidiano, NdR – ieri e oggi*, e, oltre a notare con gioia la competenza e l’entusiasmo trasmessi dai vari ospiti, ho potuto constatare che l’età media non è esattamente bassissima, per usare un eufemismo. Secondo lei cosa dovrebbe fare la politica – o il giornalismo stesso – per avvicinare i giovani a eventi e temi come quelli di questi giorni?
Io credo che ci sia una buona percentuale di giovani che si interessino, ma l’epoca è quella dei social, e le persone che si muovono lo fanno perché aderiscono a una tradizione diversa. Il canale di comunicazione prediletto dai giovani sono i social, anche se dubito che con i social si possa fare la rivoluzione.

Parlando invece di giornalismo d’inchiesta, di cui nella fattispecie si occupa FQ MillenniuM, trovo che questa forma di giornalismo, qui in Italia, sia un po’ carente. E onestamente credo che vi siano troppi giornalisti da scrivania e pochi segugi, che come lei o come per esempio Marco Lillo, vadano a stanare i potenti in casa propria. Lei come la vede su questo punto?
Hai indubbiamente ragione. Questo fenomeno avviene per due problemi. Il primo è economico: l’editoria è in crisi. Il secondo è di proprietà: quando inizi un’inchiesta sai dove inizi ma non dove finisci. Non è questo il motivo di Repubblica, ma certamente è una concausa: quando hai l’amministratore delegato che siede, seppure come consigliere indipendente, nel consiglio di amministrazione del gruppo che controlla Autostrade, diventa complicato scrivere certe cose.

Lei stamattina* – 2 settembre, NdR – ha intervistato il vicepremier Di Maio e Alessandro Di Battista. Come vede questi due protagonisti del Movimento 5 Stelle?
Secondo me Di Maio è un politico nato, con tutti i pregi e i difetti che ne conseguono, nel senso che la parola mediazione non fa rima con la parola rivoluzione (non che io sia un rivoluzionario), però penso che sia una persona onesta. Posso sbagliarmi, ma onesto mi sembra certamente anche Alessandro Di Battista, il quale rappresenta l’anima più movimentista dei 5 stelle, di cui mi impressiona la forza del sostegno che dà a Luigi Di Maio, e che mi fa pensare che questo sia un Movimento nuovo, animato da ideali che ciascuno può condividere o contestare, ma certamente mosso da una spinta ideale. Quanto riuscirà a conservarla il Movimento non lo sappiamo. Storicamente partiti come il Movimento partono generalmente così per poi mutare con il tempo. Penso però che molto dipenda dalla regola dei due mandati: se davvero la regola dei due mandati rimarrà in piedi, Di Maio al termine della legislatura farà il privato cittadino e questo favorirà il ricambio delle leadership delle classi dirigenti.

Compagno altrettanto noto di Di Maio nel nascente governo è Matteo Salvini, che è a tutti gli effetti oltre che un politico, un fenomeno mediatico. Lei ha avuto modo di conoscerlo o di intervistarlo? E cosa pensa di questo “fenomeno mediatico”?
Salvini lo conosco da 30 anni perché era direttore di Radio Padania e io ero a Milano, quindi era naturale che ci si incontrasse. E’ veramente un animale politico, che sa sentire la pancia del Paese e che spinge su qualsiasi argomento che gli sia politicamente conveniente. Bisogna vedere se soffiando su certi fuochi poi certi fuochi non si possano trasformare in incendi e se a quel punto sia possibile spegnerli.

In che modo, secondo lei, si può bloccare il “fenomeno Salvini”, nel 2018?
Guarda, essere impressionati dal fatto che la Lega di Salvini stia guadagnando tanti consensi per i sondaggi è giusto, però è anche vero che la politica è come un campionato di calcio: adesso son passati tre mesi* ed è come fossimo alla seconda giornata di campionato. Vediamo quando saremo alla trentaseiesima, cioè fra cinque anni – se ci si arriva e se i rapporti saranno ancora così -, perché Di Maio si è preso due Ministeri da mezzofondista o da maratoneta, in cui se si ottengono risultati li si ottengono su un periodo medio-lungo, mentre un Ministero come quello degli Interni è indubbiamente da centometrista.

Tanti altri, me compreso, sostengono che un problema del governo sia l’assenza di un’opposizione. Concorda?
Certamente. Ma non è solo un problema del governo, è un problema della democrazia: l’esistenza dell’opposizione migliora l’operato della maggioranza. Senza un’opposizione il rischio di prendere decisioni erronee aumenta sensibilmente.

Cosa deve fare il PD, se ancora è possibile, per rinascere, magari andando oltre a un cambio di nome fine a se stesso?
Il cambio di nome secondo me sarebbe assolutamente controproducente. Deve cambiare il contenuto, non solo il contenitore. Dovrebbe cambiare la classe dirigente, ma non so se sarà in grado di farlo. Non è un un problema di idee, ma di uomini e di donne disponibili e credibili per portarli avanti.

Tema che mi preme particolarmente è quello della questione morale. Personalmente non ho avuto la fortuna di ascoltare i politici più illuminati della nostra epoca e mi ritrovo come tanti giovani a una scelta di chi sia il “meno peggio”, senza avere un politico che risponda a uno dei suoi obiettivi primari: essere d’esempio per il suo popolo.
Questo è il problema della sinistra. Io penso che in epoche come queste un leader della sinistra debba avere dei comportamenti coerenti con le sue parole, qualora queste fossero di sinistra. Come si sia arrivato a questo, a un naturale senso di impunità che penso sia racchiuso in tutti noi? Pensare che questo non succederà mai. E invece certe volte capita.

Fra le ultime battute di questa intervista, lei cosa vorrebbe consigliare a tutti gli aspiranti giornalisti come me?
La strada è obbligata, è quella della laurea, sapendo che però questa come altre professioni non dà più spazio a tutti, anche se generalmente – ma non è detto – chi primeggia ce la fa. L’unico consiglio può quindi essere questo, quello di primeggiare.

Lei collabora con Padellaro – che ho avuto la fortuna di incontrare e la cui intervista è stata già pubblicata -, Travaglio, Lillo, e tanti altri colleghi. Cosa ha potuto trarre da loro e che cosa loro possono aver imparato da lei?
Questo sinceramente non lo so. So solo che siamo persone libere, spesso con punti di vista diversi, tutte accomunate dall’onestà intellettuale, che di loro apprezzo molto.

Ultima domanda, quasi provocatoria: lei conduce un programma, su Loft, chiamato “La Confessione”: ce ne faccia una lei. Cosa vuole confessare ai lettori di Bottega di idee?
Confesso di aver molti peccati da confessare. E quindi di essere un peccatore, come tutti.

E ce ne fossero, di peccatori così.

Federico

*per onestà intellettuale e cronachistica dobbiamo dire che l’intervista è stata registrata alla Versiliana il 2 settembre. Ciò detto, la quasi totalità delle risposte è di carattere generale e quindi non risente del distacco temporale dalla registrazione dell’intervista, che è stata pubblicata in seguito per impegni del Direttore. 

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