La parabola di Matteo

Ovvero “Ecco come ti nutro il consenso”

Vi voglio raccontare una bella parabola. C’era una volta un ragazzo, che nel lontano 1992 lavorava in un fast food di Milano. Pensate che possa fare fortuna il dipendente di un fast food? (“No!”) be’, invece sì, questo fece fortuna, perché scopertosi un abile comiziante, un furbacchione, pensò di mascherare un’ottima strategia comunicativa facendola sembrare il comportamento di un qualunque 40enne sui social network, di una persona semplice e dai valori tradizionali (no, non è la reclame dei biscotti).

Il nostro amico godeva di grande seguito, amava definirsi una persona normale, ripetere ogni tanto di non essere Batman (nel caso vi fosse sorto il dubbio, in effetti lecito), e mostrarsi nelle azioni della vita quotidiana tipiche delle persone normali, come mangiare un bel piatto di pasta, gustarsi una fetta di pane con Nutella, utilizzare la propria posizione politica per evitare il rischio di una condanna in tribunale per sequestro di persona aggravato… Chi di noi non ha mai fatto tutto ciò? Ebbene, il comportamento normale di Matteo fece sì che le altre persone normali lo riconoscessero come uno di loro e lo eleggessero a “capitano” della sana politica nazional popolare italiana. Oltre che permettergli tramite tutt’altro tipo di elezioni di fare accordi con il movimento Sammontana per costituire un governo di cui è attualmente vicepresidente.

I suoi collaboratori (quelli del suddetto movimento, che, per inciso, avevano ottenuto circa il doppio dei suoi voti al momento delle elezioni, con il 32,5% contro il 17,5%) non riuscirono a stargli dietro e finirono per tentare di emularne lo stile, con una mossa azzardata e… fallirono miseramente.
Il suo socio Alfonso, ministro della giustizia, decise in occasione dell’arresto di un famoso ex terrorista di pubblicare un bel video musicale (sullo stile di quelli delle gite di 3^ media #graziediesistere) a dir poco imbarazzante, il quale non soltanto pare che ledesse i diritti del detenuto, ma che avesse persino fatto saltare la copertura di un agente di polizia. I più la riterrebbero un idiozia, noi però siamo convinti che fosse in Bonafede.

Grazie a molte di queste situazioni difficili i sondaggi si invertirono, Matteo passò ad un 34,5% di preferenze mentre il movimento arrivò al 20,6%.
“Certo” direte voi  “un personaggio tanto famoso non può non avere degli haters”. “Esattamente” rispondo io “ne ebbe parecchi.” Ma proprio in quel frangente dimostrò la sua capacità di comunicazione.
Quando il capitano subiva un attacco il contestatore veniva esposto all’ira funesta dei suoi seguaci, con messaggi costruiti in maniera eccellente:

  • una parte di post per mostrarsi vittima di un odio che, colpendo lui, colpisce tutti i suoi sostenitori;
  • una parte per assicurare al popolo che lui è comunque troppo occupato a risolvere i problemi dell’Italia per prestare attenzione a tali aggressioni;
  • la parte più importante, un frase aperta, solitamente interrotta da puntini di sospensione o una domanda, che invitasse il lettore a rispondere.

Si aggiungano saluti e bacioni a piacere, alla gente piace chi non se la prende, quella ieratica calma che solo di rado lascia spazio ad un autorevole disappunto, l’atteggiamento di un buon capitano, insomma. Ed ecco che l’italiano fiero e nazionalista, impugnata la tastiera, si lancia nel più efficace dei contrattacchi, duro, spesso generalizzato, personale, perché si sente attaccato a sua volta, e molte volte brutale, perché nella logica del branco l’ardimento surclassa quasi sempre il rispetto. In alcuni branchi più che in altri.
Ma l’efficacia di questo contrattacco non sta principalmente nella valanga di insulti, minacce ecc. che si riversano sul detrattore, bensì nella mobilitazione dei fedeli: una costante richiesta di supporto, una perpetua dimostrazione delle invettive ricevute dagli avversari e i seguaci si sentono chiamati a dare il proprio aiuto. La verità è che il leader perfetto è quello che non annoia mai, che mostra riconoscenza per l’importante appoggio datogli e che fornisce un nemico su cui sfogare il proprio risentimento. Più i problemi sono complessi più il nemico deve essere semplice da individuare, è confortante non doversi confrontare con difficili ammucchiate di variabili e scegliere piuttosto di prendersela con una pentolaccia.

Molti nemici molto onore? Il secolo scorso, forse. Molti nemici, molti seguaci. È tattica.

Rosso Granata

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Creato su WordPress.com.

Su ↑