Pasqua in Camporella: Sorbus aucuparia

Sul come ritrovarsi soli con un fiore in mano

Il  ragazzo è solo nel mezzo di un’infinita distesa bianca, circondato da un orizzonte perfettamente piatto. Tiene un fiore in mano, bellissimo. Il suo braccio è teso nell’aria, il fiore porto, con nulla attorno. E’ li da sempre, con quella corona di petali, chiedendosi come sia possibile che si ritrovi così desolato in quel deserto, quando il suo unico desiderio è donare quel fiore. Un sentimento innato.

Una lacrima gli scivola dalla guancia, cade a terra, la guarda evaporare nell’aria. Alza lo sguardo, fa un passo in avanti, ne fa un altro, un altro ancora, e incomincia a camminare. Dritto, verso dove  si era voltato.

Non si chiede per quanto voglia andare, è solo l’unica alternativa rispetto a restare fermo per sempre nella propria desolazione. Così va, avanti e avanti. Con la sensazione di rimanere fermo, tanto il paesaggio è uniforme. Sa di non mantenere una traiettoria dritta, ma procede avanti e avanti, costantemente. I suoi pensieri, delimitati dall’orizzonte, sono pieni di domande se davvero riuscirà ad incontrare qualcuno a cui donare il suo fiore. Di tanto in tanto piega lo sguardo verso il basso, perdendosi nelle venature sui petali, pensando al suo percorso come una di quelle, simili alle pieghe della pelle sulla mano. Sa che le sta seguendo. Cammina, costantemente, un piede di fronte all’altro. E senza che quasi se ne accorga l’orizzonte comincia a incresparsi impercettibilmente. Incredulo, procede sgranando gli occhi fino ad essere certo che quel paesaggio, che gli sembra così vicino, non è piatto. Una goccia di gioia gli bagna il sorriso, è bastato poco, qualche passo. Si mette a correre il più velocemente possibile per raggiungere quelle sottili linee spezzate, rendendosi presto conto di quanto in realtà sia lontano l’orizzonte. Il ragazzo si ferma, guarda il fiore e riparte a camminare, con passo più spedito – ora che sa con certezza che il mondo non è tutto un deserto. La terra incomincia ad alzarsi e le linee a riconoscersi come montagne. Sempre più vicino ne distingue il colore verde e più sopra grigio e marrone. Ciuffi di erba spuntano sotto i suoi piedi, sparsi su quel bianco che si sta facendo più scuro e marroncino, fino a diventare quasi un prato. Quelle montagne ora le vede completamente, arrivando al confine inaspettato di un bosco.

Raggiunge l’ombra degli alberi, li osserva con il dovuto rispetto e si immerge tra di oro. Facendosi largo tra foglie e cespugli guarda verso l’alto il filtrare del sole tra i rami. In quella fitta vegetazione incontra una traccia su cui camminare più agevolmente, non un vero e proprio sentiero, sembra più un percorso di animali, lo segue. Restando fedelmente su quella via i tronchi ad un tratto si diradano rivelando una radura al cui centro scorre un ruscello. Si accorge di avere sete e si precipita a bere avidamente. Ristorandosi chinato sull’acqua e bagnandosi il viso si sente come di aver già completato la sua missione. Sereno prova a specchiarsi nel ruscello ma gli porta via troppo veloce il riflesso. Beve ancora un sorso di quell’acqua fresca. Qualcosa gli colpisce la testa, si gira, per terra vi è una piccola bacca rossa. La raccoglie, l’osserva e la lascia cadere. Ancora ne sente una contro, si guarda attorno e viene colpito da altre due. Non capisce proprio da dove provengano, finché non gliene cade una sul viso e, alzando gli occhi, vede una piccola figura sospesa su un albero di sorbo che, appena scoperta, salta giù dal ramo su cui era seduta e corre via nel bosco – era una bambina. Subito, raccogliendo il suo fiore, parte all’inseguimento tra gli arbusti e il fogliame, tentando di raggiugerla. Incespicando, si ritrova per terra, sdraiato. Lontano, sente il fruscio fuggitivo che scompare veloce nel bosco. Fortunatamente il fiore è rimasto intatto. Si rialza e decide di incamminarsi nella direzione  presa dalla bambina. Un urlo lo fa sobbalzare; improvvisamente due uomini gli si parano davanti. Uno tiene in mano un bastone e l’altro gli punta contro un pugnale. Pietrificato dalla sorpresa e intontito da quelle nuove presenze umane sbiascica qualche parola indistinta, non sa come comportarsi. Affermano di essere briganti. Non avendone mai sentito parlare gentilmente si fa spiegare per bene tutto quel che c’è da sapere sul conto loro. Sinteticamente, semplici persone che prendono in prestito cose dichiarando già di non restituirle e senza possibilità di replica. Un concetto strano alla mente del ragazzo. Mortificato, afferma che sfortunatamente di suo non possiede niente da dar loro, se non il suo fiore, e che sarebbe anche felice di donarlo. I due uomini, irati, senza parole di congedo lo lasciano lì per terra.

Scosso e stranito da quell’incontro, quel ragazzo rimane così ancora solo, sotto alle chiome degli alberi, chiedendosi incredulo per quale motivo non abbiano accettato il suo fiore. Proprio non se lo spiega, eppure è li ancora così bello intatto e fresco. Non gli resta che riprendere il suo cammino sulla traccia che stava percorrendo prima di fermarsi. Avanti, sperando di trovare qualcun altro a cui porgere il suo dono.

[continua…]

Carlo

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