Pasqua in Camporella: Amorphophallus titanum

Come coronare il proprio sogno limitandosi a chiudere gli occhi

Non deve camminare molto, lungo la strada, prima di intravedere qualcuno. Gli si avvicina una donna che porta sotto braccio un cesto colmo di ortaggi. Si salutano, si presentano, e lui comincia a camminare al suo fianco, accompagnandola. Nel dialogo, le porge il suo fiore, chiedendole pacatamente di accettarlo. << Certo è un bellissimo fiore, ma non saprei di che farmene, rischierei di sprecarlo, e guarda come son carica: sarebbe un dispiacere sciuparlo! >>, gli aveva risposto, suggerendogli di muovere verso la città, che è dalla parte opposta rispetto a dove stanno camminando. Così, accettato il consiglio della donna, i due si congedano, andando ognuno per la propria strada. Lungo il percorso, il ragazzo trova molte persone – e altrettanti rifiuti alla stessa proposta. Si avvicina alla città, colpito da così tanto movimento, frastornato da tutta quella gente e dai carri e dagli schiamazzi, che creano mille voci sovrapposte. Guarda curioso le case così alte, gli innumerevoli vestiti diversi tutt’intorno, e si ritrova in un caos di via vai disomogeneo così diverso dal bosco tranquillo da cui era arrivato. Incomincia, timido, a fermare qualcuno porgendo il suo fiore: c’è chi non lo vuole proprio e chi scambia il ragazzo per un venditore ambulante o un mendicante, qualcuno con cui non perdere tempo o parole. Ci prova e riprova, ma senza successo. Disperato, in quel trambusto, perde quasi fiducia nella sua missione. Si attacca a un passante che gli da un po’ di corda, insistendo, decidendo di non mollarlo finché non abbia accettato il fiore. L’altro proprio non ne vuol sapere, ma gli consiglia di andare da un botanico che si trova all’altro capo  della città, dove potrà trovare una vecchia con una grossa serra che forse potrà aiutarlo. Così il ragazzo segue le indicazioni muovendosi tra le vie e lasciandosi alle spalle quel fastidioso trambusto. Si trova davanti un portone in legno. Bussa. Ad aprirgli, una vecchietta con dei piccoli occhiali rotondi e dei lunghi capelli bianchi. Senza grandi presentazioni, il ragazzo afferma subito di essere lì per donare il suo fiore, pregandola gentilmente di accettarlo, porgendolo in avanti. La vecchia lo invita ad entrare. Passano in un largo corridoio luminoso arrivando in un giardino pieno di fiori; attraversano un vialetto di ghiaia e arrivano finalmente alla grande serra. Un’impalcatura enorme di ferro sottile colorato di bianco su cui restano sospesi pannelli di vetro. Al suo interno, si apre una raccolta di fiori infinita, di ogni tipo.
La vecchia incomincia a elencare i nomi di ognuno, da dove arrivano e le loro particolarità. Ci sono decine di gigli, viole, gerani, ranuncoli, genziane, iris, agapanti, bulbi e specie esotiche di orchidee, passiflore, piante carnivore e altre ancora. I suoi concittadini glieli donano quando non riescono più a prendersene cura, tutti prima o poi gliene affideranno uno. Ognuno con la propria storia e il bisogno di cure particolari. Dopo aver percorso la lunga sala principale gli spiega ridendo di come sia grazie al suo marito ricco che abbia potuto, sin da giovane, mettere insieme la sua serra e seguire la sua passione per la botanica. Lo incontrò, dice al ragazzo, vicino all’università. Le sue amiche frequentavano solo le osterie e i locali, mentre lei andava nelle gallerie d’arte, e  – si sa – gli uomini ricchi si trovano lì, non nelle bettole. La vecchietta continua a raccontare al ragazzo le sue vicende e i suoi aneddoti, ma – cosa più importante di tutte – vuole fargli vedere il suo fiore più bello. Lo porta di fronte a una serra separata in mezzo al giardino. Apre la porta e vengono investiti da un terribile odore di carne in decomposizione. Il ragazzo, di riflesso, indietreggia coprendosi il naso, e viene invitato a farsi più avanti.
Nel mezzo di quel tanfo, si erge un fiore enorme. Un’ampia foglia ad ombrello, colorata all’interno di rosso, dal cui centro nasce un colossale spadice alto il doppio di un uomo. Amorphophallus titanum, lo chiama la vecchia, o Aro Gigante, proviene dalla lontana isola di Sumatra, è la specie più grande in assoluto. L’odore che permea l’aria è il suo caratteristico, serve per attirare gli impollinatori, ma è di notte che si fa più intenso. Il più grande fiore del mondo odora di morte. Quella è la sua pianta ed è quella di cui si prende più cura: <<Mi spiace per il tuo fiore, ma non posso prenderlo, devi custodirlo tu>>.  Lo riaccompagna all’entrata della casa e lo congeda augurandogli buona fortuna.

Pensava di aver trovato finalmente qualcuno disposto ad aiutarlo, e invece si ritrova ancora in mezzo alla strada, solo come prima, sconsolato. Privo di speranze e prospettive, si dirige piano verso fuori la città. Un signore su un carro lo invita a salire per dargli un passaggio, è un  pastore di ritorno dal mercato dove era andato a vendere i suoi formaggi. Il ragazzo prova a fare un ultimo e timido tentativo. <<Grazie, ma non saprei proprio cosa farmene, nei miei prati ce ne sono già tanti di fiori ed è proprio grazie a quelli che il latte per il mio formaggio è così buono. Ma grazie>>. D’altronde sapeva già la risposta, si fa portare fino alla fattoria e lasciare a fianco al recinto, dove stanno pascolando le mucche coi loro campanacci. Si siede, appoggiando la schiena alla staccionata.

Il ragazzo fissa il suo fiore, facendoselo girare tra le dita. Non capisce proprio perché non riesca a donarlo. Quello era il suo unico desiderio, fin dal deserto da cui tutto era iniziato – in cui ora si sente ancora immerso, anche più solo di prima. Com’è possibile che nessuno lo prenda? Ma è  proprio necessario che qualcuno lo accetti o è una sua convinzione ingenua? Forse è un fiore semplicemente brutto o mediocre. Magari, pensa, deve solo fare aspettare un po’ il tempo e la persona adatta la troverà o imparerà a donarlo. Ma il ragazzo ha paura che il suo braccio resterà per sempre sospeso nell’aere, col fiore porto al vuoto. Può essere anche giusto che se lo tenga per lui, si dice, ‘forse sono l’unico in grado di apprezzare quella bellezza’.
Ma cosa è giusto? Le venature sui petali del suo fiore? Lo hanno condotto a star lì seduto con la schiena appoggiata a un recinto per le vacche, desolato, in mezzo al nulla.
Perché si è trovato in mano quel fiore? Chiude gli occhi.
Un qualcosa di ruvido gli sfiora le dita.
Il suo fiore è scomparso.
Si gira, una mucca rumina contenta.

Carlo

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