No Planet B

Tra esitazioni e progetti
Sei in una stazione ferroviaria. Prova a immaginartelo. Il treno è in ritardo, non è la prima volta che ti capita, non sai bene cosa fare nell’attesa, controlli il telefono nella speranza remota che cancellino tutto. Però rimani lì.  A pensare se andare a quell’incontro sul cambiamento climatico di cui avevi sentito parlare per caso. Certo, avevi sempre dichiarato che l’ecologia ti interessava, ti eri sempre lamentato per la noncuranza della gente al riguardo, poi d’improvviso la gente aveva cominciato a curarsene, ma ti eri detto: roba da mass media, non durerà. Invece è durata. La storia la conosci, dietro una svedese che si è messa a dire le stesse parole ripetute da tanti, ma con tanta determinazione e assiduità che è riuscita ad essere ascoltata. La cosa stessa ti è sembrata di per sé degna di nota: poter essere ascoltati.
Però nei giorni successivi, quando tra Instagram e Whatsapp si cominciano a coordinare le varie iniziative, a te comincia a venire qualche dubbio. A dire la verità, non sai così tanto sul problema del clima. Certo, una volta hai sentito che ci sono delle isole di plastica che galleggiano nell’oceano da qualche parte. Un’altra, hai letto da qualche parte che il consumo globale di acqua è aumentato del 600% rispetto al secolo scorso. Ti è sembrato preoccupante, ma a parte lo stupore iniziale, non hai approfondito, e potresti anche ricordare male. Le tue conoscenze, insomma, non sono quelle di un esperto, e potrebbero esserci molti lati del problema che ti sfuggono. Anche sulla possibilità reale di fare qualcosa per cambiare le cose ti senti a volte scettico. Sei poco più di un ragazzo. Non hai competenze né contatti, e il tuo raggio d’azione sarà inevitabilmente limitato. Vero, ti hanno ripetuto spesso che anche il mare si fa a partire da piccole minuscole gocce, e tu ne sei anche razionalmente convinto. Nondimeno, di fronte alla vastità della questione non puoi fare a meno di sentirti scoraggiato. Almeno, pensi per rincuorarti, non sei da solo.
Passa un po’ di tempo. Adesso sei in piedi a un’assemblea. Tanto per cambiare, sei arrivato in ritardo, a tratti non riesci a seguire il discorso, ma poi qualche parola cattura di nuovo la tua attenzione. Siete disposti in cerchio, una forma che ti è sempre piaciuta molto — dà un senso di democrazia —, e al centro c’è un foglio e un pennarello; una ragazza vi esorta a scrivere le vostre idee. Sembra costruito per suonare come un invito alla comunicazione e al dialogo. Quando sei corso dentro, parlavano di economia circolare. L’hai sempre trovata una proposta significativa: l’idea base è quella del riciclo, estesa però a qualsiasi ambito, con lo spirito di mantenere le merci in circolazione il più possibile. Si tratta di consumare meno risorse, creare un sistema fondato sui servizi e non sui prodotti. E ci sono sempre più esperimenti di questo genere anche nel tuo microcosmo, come l’iniziativa di scambiarsi vestiti usati. Ma non è solo l’argomento ad affascinarti: il fatto è che ad esporlo ci sono delle persone della tua stessa età. Parlano, interagiscono, tentano di coinvolgere gli ascoltatori, anche se neanche loro sono esperte, e di certo hanno i loro dubbi, alcuni anche non risolti. Per esempio, lo sciopero del 24. Ne hai discusso anche tu abbastanza a lungo, e la questione è spinosa: il movimento organizza degli scioperi in date prefissate, e occorre scegliere se realizzarli nelle realtà locali o spostarsi verso città più grandi. Chiaramente la grande città fa numero e fa notizia a livello nazionale, però molti optano per la valorizzazione del territorio locale. Si discute al riguardo, e come sempre ci sono le incomprensioni di una normale discussione, e nondimeno c’è anche dell’altro. C’è una tensione verso qualcosa di serio e importante, il sentimento di una possibilità.
Fino a ora, l’ecologia era stata per te qualcosa di astratto. Hai forse visto qualche film in cui la razza umana era prossima all’estinzione. Ti ha fatto pensare che nulla dura per sempre, nemmeno l’ambiente in cui viviamo, e che tutto potrebbero mutare radicalmente nel giro di qualche decennio. Quando abbiamo fatto abitudine alle cose che ci circondano, finiamo per pensare che non cambieranno mai. Saranno sempre lì, a nostra completa disposizione. Lo facciamo per adattarci, certo, però il risultato è che siamo diventati distratti, e davanti agli occhi vediamo l’immagine del mondo che ci siamo creati, e non il mondo stesso. Simili pensieri ti hanno lasciato un sotterraneo senso di inquietudine, non è piacevole pensare che tutto ciò che ti è familiare potrebbe sparire. Non è piacevole considerare che anche tu potresti sparire, se qualcosa va storto. Ne faresti volentieri a meno, ecco. Meglio essere lasciati in pace nel proprio presente, dove ciascuno, finché vive, può sentirsi invincibile, immortale, o comunque può dimenticarsi il peso della propria fragilità. Può dimenticarsi che nulla di tutto ciò ci appartiene veramente. Che qui sulla terra noi uomini non siamo padroni, ma poco più che ospiti.
Tutti questi discorsi tra te e te però non bastano. Ci hai rimuginato per molto e ti sei reso conto che, per quanto importanti, le parole devono essere seguite dalle azioni. O, quantomeno, dal tentativo di agire. Questa è la tua scoperta: la concretezza che non speravi di raggiungere, la speranza tangibile di contribuire anche solo poco. Certo, ti sei anche reso conto che non è per niente semplice. Si tratta di coordinare i diversi impegni dei membri del gruppo, di svolgere una continua mediazione, tenersi al passo con le nuove proposte e i cambiamenti improvvisi- un’altra cosa di cui occuparsi, un altro equilibrio da mantenere. Però è anche bello, questo mantenere, questa manutenzione. Etimologicamente significa tenere per le mani, è un atto quasi fisico, concreto, è un prendersi cura di ciò che si ha giorno dopo giorno per evitare che vada perduto.
Ne vale la pena? Decidi di sì.
Francesca

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