Una storia diversa

Pensieri di un profugo

– Non si muove, ti dico. E dove vuoi che vada? A terra non ce la lasciano arrivare, questo è poco ma sicuro.
– Magari se ne sta andando.
– Certo, come no.
– E col capitano che che si fa?
– Per me, finisce morto.
– Invece per me va trattato bene.
– Vero, non si sa mai chi potrebbe essere. Magari è uno ricco.
– E se è uno ricco che ci viene a fare qua?

Alla fine mi sono deciso a sbarcare. Non so come ho trovato il coraggio di farlo. Mi sembrava di essere come immerso in un sogno: guardavo avanti e invece delle coste di questa terra sconosciuta vedevo le rovine della mia vecchia città e mi pareva di scorgere i superstiti che mi salutavano dalle mura diroccate, mi dicevano, torna, torna a casa! E le case divampavano ancora di fiamme, e l’incendio di quell’ultima notte fatale si faceva sempre più vivo, questa volta non sarei fuggito via, questa volta sarei tornato a salvarli. Poi quando mi sono avvicinato i fuochi dalle mura si sono separati e divisi in migliaia di torce rette da migliaia di figure nere, a malapena distinguibile nell’oscurità prima dell’alba. Ero quasi sul punto di invertire la rotta, quando tra la folla mi è parso di vedere il fantasma di mia moglie, mia moglie che non so dove sia finita, se è viva, se è morta, se è schiava, se è libera. A quel punto non mi è rimasto che essere coraggioso. Ho insistito anche per scendere dalla nave da solo. Se anche mi catturano, pensavo, poco male. E mi hanno catturato, infatti. Adesso non mi resta che aspettare.

– Qua non vi vogliamo!
– Ve ne dovete andare affanculo.
– E state zitti, abbiate un po’ di compassione.
– Ha ragione lei, la legge dell’ospitalità è sacra.
– Sì, per chi ha qualcosa da dare, forse. Ma qui non c’è nulla.
– Abbiamo già abbastanza problemi!
– Avete pensato ai loro, di problemi?

In piedi al centro della folla con le mani legate dietro la schiena, bersaglio di quelli che hanno tutta l’aria di essere insulti in una lingua che capisco a malapena, bersaglio di occhiate e di gesti il cui significato comprendo perfettamente, perché il linguaggio del corpo va oltre ogni lingua, sto pensando che ci deve essere stato un errore. Dobbiamo essere finiti nella terra sbagliata. Chissà dove mi trovo adesso, in preda a quali barbari. Barbari, sì. Scruto i volti contratti in espressioni d’odio, di orrore, di distanza, di indifferenza. Poi vedo un volto amico, dall’aria disorientata, certo, ma attenta, e non così immutatamente ostile, e mi rianimo: ma no, ci saranno degli spazi di dialogo, questa che vedo sarà soltanto una piccola parte del popolo di qui, ci si metterà d’accordo con l’altra parte, basterà che intervenga qualcuno. Ma nessuno interviene. Ho parlato con i soldati. Spiccicavano un po’ di greco, quel tanto necessario per capirsi, quel tanto necessario per dirmi di starmene buono al mio posto e non chiedere nulla, che tanto nulla avrei avuto. Ho insistito per parlare con il re. Ho provato a spiegare che, in patria, ero un nobile anch’io. Un grande guerriero, un uomo valoroso. Mi hanno detto che in patria non importa. Quello che importa è adesso. E adesso non arriverà nessuno ad ascoltarmi.

– Qui ci viviamo noi, e non c’è posto. Se provate a entrare, noi vi massacriamo, siete uomini morti.
– Prendete subito delle armi.
– Ma no, basteranno delle pietre.
– Insomma, cosa state facendo?
– A furia di essere tutti tolleranti come voi, finirà che questi ci conquisteranno tutti. E allora voglio vedere quanto sarete contenti.

 Ripenso alla guerra. Ripenso alle volte in cui avremmo potuto stipulare la pace e ci siamo rifiutati di farlo, magari per orgoglio, per vanità, perché eravamo convinti di poter vincere. Così, per dieci infiniti anni, fino alla disfatta finale. E se penso al futuro, so che ci aspettano altre guerre, e so che ci saranno altri patti di pace rimandati per futili ragioni, e provo a consolarmi nel pensare che non sarà per colpa mia. Non è per nulla un pensiero consolante. Sono stanco di combattere. Sono stanco di tutto, in effetti. Potrei stendermi sulla sabbia, e riposare, e ripartire domattina, verso un luogo fatto di cieli chiari ed ampi prati di asfodeli, delle isole beate dove non vedrei questi volti contratti dalla rabbia e dalle grida, queste maschere di risentimento e bile, pure caricature del volto umano. Chiudo gli occhi per non vederli, ma le loro voci mi rimangono nelle orecchie, schegge incomprensibili, dolorose. Dietro ci sono persone con vite famiglie sentimenti morti dolori distruzioni sventure, ma dietro le urla tutto rimane lontano, e ogni possibilità di capire si annulla. Ho meditato di dire al soldato quello che ci è stato predetto, che siamo venuti qui per una ragione precisa, che da noi nascerà qualcosa di grande. Poi mi sono fermato. Non ne ero poi tanto sicuro, dopotutto. Loro non ci crederebbero mai, e noi, bè, forse anche noi siamo ceneri, reliquie di un passato inesistente che nessuno vuole ascoltare più. Forse è meglio così.

– Qui non c’è posto per due popoli!
– E perché non provare a far posto?
– C’è una ragione per cui non ci ha mai provato nessuno.
– I vostri nonni erano migranti proprio come loro! Qui in Italia siamo tutti discendenti di esuli o naufraghi!
– Ma poi siamo diventati autoctoni. La differenza è tutta qui.

Di fronte all’avviso, pronunciato da un soldato qualunque con un’arroganza che non avrei perdonato al sovrano in persona, che ce ne dobbiamo andare, è un ordine del re, che se sbarchiamo chiameranno l’esercito, non lo ripeterà una seconda volta, io non dico nulla. Porgo le mani e le corde da sciogliere. Tornerò sulla nave. Varco la folla in silenzio, le orecchie ormai sorde, gli occhi che un po’ si orientano meglio per via dell’alba che mi sorge alle spalle, ma bassi, rivolti alla sabbia, non voglio vedere, non voglio ricordarmi nulla di questa terra inospitale ed estranea. Metto la scialuppa in acqua e comincio a remare senza voltarmi indietro. Penso alle parole della Sibilla Cumana: “Tu, Enea, figlio di Anchise e di Venere, fonderai una grande città nel Lazio, Roma, che sarà fondamento ed esempio per queste terre in tutti i secoli a venire, e ne cambierà per sempre la Storia”. Ma non è da escludere che si sia sbagliata. E forse è meglio così: è il momento di fare un cambio di rotta. Niente più impero, niente più conquiste, niente più morti. Niente più guerre, soltanto un posto dove stare. Cercheremo un’isola colma di asfodelo, ci rifugeremo lì, in solitudine. Questa volta, la storia sarà diversa.

Francesca

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