Alessandro I di Russia

Monologo teatrale semifinalista al concorso Napoli Cultural Classic, XIV edizione

Pahlen. Pahlen, Pahlen, Pahlen… Infido, amorale, ma crede di essermi superiore. E può nascondermi finché vuole le carte, ma non sono un bambino. La corona è sulla mia testa. Io sono lo zar. Posso portare a termine quello che Pietro il Grande aveva solo cominciato. Posso rendere la Russia moderna. Posso darle una Costituzione. Posso mettere fine alla servitù delle gleba, se ne ho voglia… Il mio potere non ha limiti. Ma io devo limitarmi, se voglio restare al potere.

La corona è un oggetto come un altro. È il consenso dei nobili, quello che importa. Tolto quello, uno zar non è che un pazzo. E se cerca di sovrastare le risa d’indifferenza con le sue urla, i nobili non si spaventano: anzi, lo mettono a tacere.

Mio padre lo sapeva. Era così spaventato da costruire una fortezza per proteggersi dal mondo. Ma una fortezza serve a ben poco, se i tuoi nemici possono entrarvi e uscirvi a loro piacimento, se possono sfondarti il cranio senza che nessuno se ne accorga… Paolo non poteva fidarsi di nessuno, nemmeno della sua famiglia.

A volte ci ripenso…

Mio padre aveva scoperto tutto, ma Pahlen gli aveva detto di non preoccuparsi, che non gli sarebbe successo nulla. Forse tutti avevano capito cosa stava per succedere. Anche il piccolo Michele. Giochiamo a seppellire papà… Ecco cosa ha detto dopo avergli dato per l’ultima volta la buonanotte.

E io no. Io non avevo capito quanto sciagurato fosse il piano a cui avevo dato il mio consenso. Non volevo capirlo. Non si può strappare la corona dalla testa di un sovrano senza prima averlo seppellito. Se lui fosse ancora vivo, nessuno accetterebbe la mia reggenza. Per dare alla Russia un giusto governo, Paolo doveva morire.

Forse solo chi è lontano da tutti questi intrighi, come i contadini, comprende davvero quanto terribile sia il potere. “Tutto bene, assassino del suo padrone?” Che bei doni e che belle iscrizioni che fa il popolo.

Non ho ucciso mio padre. Ma sono l’unico vero colpevole. Non c’è bisogno di condanne a morte: le mie mani sono già sporche abbastanza.

Io lo vedo ogni giorno, mio padre. Una carcassa vuota gonfia e insanguinata che giace dimenticata sul trono. Solo io la vedo. Solo io le mostro il dovuto rispetto, e taccio.

Benedetta

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