L’intervista – Maddalena De Leo

Benedetta ha intervistato per noi Maddalena De Leo, traduttrice e presidentessa della Sezione Italiana della Brontë Society, società che si occupa delle opere delle celebri sorelle Brontë. Buona lettura!

Qual è stato il percorso che l’ha portata ad essere la referente della Sezione Italiana della Brontë Society? Di cosa si occupa la Brontë Society? E quando è nata?
Nel 1997 a Bologna durante un Meeting sulle Brontë ebbi modo di conoscere Franca Gollini, l’allora referente della Bs Italiana, e da quel momento iniziammo insieme un percorso che in breve ci portò alla divulgazione della conoscenza di queste autrici inglesi nella nostra nazione. Nel decennio ‘2000 organizzammo annualmente incontri in varie città italiane (Bologna, Napoli, Roma, Milano) ma purtroppo sempre con scarsa partecipazione di pubblico: le Brontë in quel periodo erano ancora poco conosciute al di fuori dall’ambiente accademico. Io diedi vita ad un foglio semestrale, Il Notiziario della BS Italiana, con l’intento di aggiornare e tenere in collegamento fra loro i soci italiani (che spesso non si conoscevano affatto) attraverso novità editoriali e notizie da parte della Brontë Society di Haworth, alla quale facevamo capo. Tutto cambiò però a partire dal 2010 quando la nuova tecnologia prese il sopravvento, favorendo la comunicazione telematica e virtuale, e consentendo anche, attraverso Facebook, lo scambio di opinioni e la diffusione di conoscenze brontëane. Nel 2015 Franca Gollini, a causa di quei problemi di salute che purtroppo l’hanno portata ad una prematura dipartita nello scorso marzo, mi propose di diventare responsabile della Sezione Italiana in sua vece, e da allora porto avanti con grande entusiasmo questo incarico cercando di diffondere sempre di più in Italia la conoscenza delle autrici Brontë e quanto viene promosso annualmente dalla Brontë Society grazie alla pagina facebook La Sezione Italiana della Brontë Society e al blog, ambedue da me redatti.
La Brontë Society è una delle più antiche società letterarie nel mondo. Fondata nel 1893 con lo scopo di preservare e far conoscere i preziosi manoscritti insieme a tutto ciò che appartenne alla famiglia Brontë, ha sede a Haworth in quella che fu la casa in cui le autrici vissero, oggi divenuta il Brontë Parsonage Museum, secondo come importanza in Gran Bretagna solo alla casa natale di Shakespeare a Stratford upon Avon. Ogni anno sin dal 1893 viene organizzato in giugno a Haworth un importante evento, l’Annual General Meeting, che vede la partecipazione di soci e studiosi provenienti da tutte le parti del mondo. La Brontë Society promuove da sempre anche la pubblicazione di Brontë Studies, intitolato Transactions sino al 1999 e oggi divenuto quadrimestrale, unico periodico al mondo interamente dedicato alle Brontë. Di esso mi fregio di essere consulente editoriale per l’Italia, avendovi pubblicato nel tempo diversi articoli accademici in lingua inglese.

Più in particolare, come è nato il suo interesse per le opere delle Brontë?
Tutto cominciò nell’estate della mia seconda media quando, frugando nella biblioteca paterna, mi capitò fra le mani la versione tascabile di Cime Tempestose, ben conosciuto romanzo di Emily Brontë. Per me, giovane fanciulla già tendenzialmente romantica, leggere il libro fu un fatto immediato. Quella lettura così intensa, intrisa di figurazioni e creazioni dell’immaginazione mi esaltò. Il romanzo in breve per me non fu solo un fatto esterno ma diventò, e ciò attraverso il tempo, qualcosa di interiore. L’idea Brontë instillata in me dal libro letto in quell’estate non mi abbandonò più. Continuai ossessivamente a leggere tutti gli altri romanzi scritti dalle sorelle, sia in italiano che in un inglese precocemente appreso proprio per quello scopo, e ben presto arrivò la lettura delle biografie, dei saggi critici, degli studi. Un giorno poi, scoprii con grande gioia l’esistenza di una Brontë Society ad Haworth, luogo natale delle sorelle. Logicamente mi feci scrupolo di associarmi e, allora quindicenne, fui la prima italiana e la più giovane appartenente all’associazione, che enumerava invece come membri degli allegri vecchietti. Il mio sogno più grande in quegli anni fu di riuscire ad andare ad Haworth per vedere tutto ciò che la mente immaginava ma soprattutto per passeggiare nella brughiera, illudendomi di essere come Emily eterea e immortale, o di trovare in quelle lande solitarie il mio immaginario Heathcliff, forte e tenebroso, oscuro eroe anche byroniano. In breve fui del tutto compresa nella mia idea Brontë: cominciai a scrivere piccoli pezzi e stralci di critica, segno precoce di una profonda conoscenza dell’argomento, critiche ed articoli di giornali e varie.  Mi laureai con una tesi sperimentale in cui parlavo, per la prima volta, degli influssi shakespeariani sul romanzo di Emily Brontë, e da quel momento in poi sono diventata nel tempo una studiosa ed esperta brontëana italiana conosciuta in tutto il mondo. 

Nonostante siano principalmente note per i loro romanzi, le sorelle Brontë si sono avvicinate alla scrittura per mezzo del racconto. Quale pensa che sia il ruolo del racconto nell’evoluzione artistica di uno scrittore?
Scrivere racconti per chiunque voglia diventare autore è importantissimo. E’ cioè il momento dell’apprendistato, la fucina dalla quale emergerà eventualmente il vero autore, la cui bravura sarà quella di saper sintetizzare il proprio pensiero partendo da un inizio, portando il ‘climax’ al culmine e poi creando un finale credibile e coeso con la trama. Il racconto è infatti da concepire come un piccolo romanzo in nuce, dove già sono presenti le caratterizzazioni dei personaggi, i luoghi, le tre unità aristoteliche insieme a tutti gli elementi che poi verranno agevolmente sviluppati nel romanzo, attraverso la scansione in capitoli. Tutti gli autori di fama in tutte le letterature del mondo sono passati attraverso il racconto, pensiamo ad esempio alla Austen, a Cechov, a Maupassant eccetera, e non potrebbe essere altrimenti, visto che la scrittura non nasce dal nulla ma deve essere frutto di ragionamento e di ripensamento.

Quali sono, secondo lei, le opere giovanili delle sorelle Brontë più meritevoli?
Di sicuro i Juvenilia di Charlotte, che lei iniziò a redarre sin dall’età di quattordici anni. Anche i primissimi, come ad esempio Albione e Marina o La ricerca della Felicità sono dei veri e propri racconti completi brevi, anche considerati al di fuori della saga di Angria di cui essi facevano parte all’origine. Ecco, per ritornare a quanto dicevo prima, l’apprendistato letterario di Charlotte è da ricercare proprio nella stesura di questi racconti giovanili che, con l’invenzione di eroine belle e deboli, di uomini libertini e assetati di potere, contribuirono a dar sfogo alla sua sbrigliata immaginazione affinandone allo stesso tempo lo stile e la ricerca linguistica. Possiamo addirittura stabilire un primo e un secondo periodo creativo, in quanto nella prosa giovanile di Charlotte si assiste progressivamente ad un mutamento stilistico e di contenuto che differenzia di gran lunga i primi racconti dalle cosiddette ‘novelle’, quelle temporalmente più vicine alla stesura dei suoi grandi romanzi. Mi riferisco in particolare a: Alta società (1834) All’Hotel Stancliffe e A Mina Laury (1837-1838), racconti in cui già è ben tracciabile l’attenzione per l’aspetto psicologico dei personaggi  e per l’ambiente circostante, per poi arrivare a Henry Hastings e a Caroline Vernon (1839), che sono da considerare davvero dei piccoli capolavori per quanto riguarda la costruzione dei dialoghi e la caratterizzazione dei personaggi. Personalmente fra tutti quelli che ho citato preferisco in assoluto All’Hotel Stancliffe e Henry Hastings e ne raccomando la lettura a chi voglia davvero addentrarsi e comprendere meglio la prosa di Charlotte Brontë.

Lei ha anche tradotto diversi racconti giovanili di Charlotte, autrice di Jane Eyre. Qual è il suo approccio alla traduzione? Quali sono gli aspetti stilistici e linguistici che ritiene più interessanti di questi scritti?
Si, nell’arco di più di vent’anni ho tradotto i più bei racconti giovanili scritti da Charlotte, ma ancora tanti ce ne sarebbero, dato che la saga di Angria redatta da lei insieme al fratello Branwell sembra infinita. Non è semplice tradurre il pensiero di Charlotte che, seppur giovanissima, faceva già registrare nei racconti una cultura profonda e poliedrica. In più il passaggio dall’inglese, lingua stringata, all’italiano, idioma che offre invece una più ricca gamma di sinonimi, è particolarmente problematico in quanto chi traduce deve cercare di riprodurre il pensiero di questa autrice senza operare eccessive trasformazioni. Rendere in italiano i racconti giovanili di Charlotte non è affatto facile, ma io ho sempre cercato di essere fedele al testo scritto interpretando ciò che lei avrebbe voluto comunicare senza ricorrere a troppi giri di parole. Particolare è, ad esempio, il suo uso degli aggettivi, quasi sempre numerosi prima del sostantivo ma in nessun modo da omettere in quanto tutti esplicativi di una caratteristica dell’oggetto o del personaggio in questione da lei descritto. Altre volte il periodo è molto lungo e complesso, addirittura ricco di subordinate e gerundi che prendono l’intera pagina, con solo qualche trattino d’interpunzione. A quel punto perdersi fra le sue parole è davvero facile ma è importante continuare a mantenere il filo conduttore che determina la complessità del periodo, così come lei desidera..

Da anni organizza il Premio De Leo-Brontë, a cui possono partecipare testi poetici, racconti e saggi. Cosa l’ha spinta a organizzare tale concorso?
Durante il primo decennio ‘2000 ho visto progressivamente crescere in Italia l’interesse per le mie amate autrici, soprattutto grazie all’intensificarsi delle trasposizioni filmiche dei romanzi Brontë. Molte studentesse alle prese con la tesi mi scrivevano per dirmi che avrebbero desiderato esternare i loro pensieri in merito anche al di là dell’iter accademico e, ricordando l’esigenza che avevo da ragazza di comunicare su carta o a parole il mio grande coinvolgimento brontëano, ho trovato un modo che consenta a chi ama le Brontë di far conoscere le proprie opinioni recependo contemporaneamente quelle degli altri attraverso uno scambio reciproco di idee.
A partire dal 2012 ho ideato quindi un Premio letterario Nazionale sulle Brontë intitolato a mio nome che potesse essere un trampolino di lancio per tante giovani ammiratrici ‘brontëane’ e potenziali autrici, spesso addirittura inconsapevoli di esserlo. Con la pubblicazione di un’antologia annuale il Premio rende onore e soddisfa chiunque faccia parte del ‘clan Brontë’, valorizzando l’estro e la voglia di comunicare le proprie idee. Ad oggi, giunta all’ottava edizione, posso dire con soddisfazione che nel tempo ho avuto anche la partecipazione di una ristretta cerchia di autori, addirittura classificatisi quasi sempre ai primi posti, per l’originalità delle idee portate avanti e per il diverso approccio all’opera delle sorelle. Di solito si pensa che gli uomini siano un po’ restii a farsi avanti e a comporre testi su quelli che sono notoriamente considerati argomenti o libri più adatti ad un pubblico femminile, ma in realtà non è così. Negli ultimi anni ho avuto modo di notare da parte loro una sensibilità particolare verso le Brontë che davvero mi ha meravigliato.

Bottega di Idee è un blog gestito da ragazzi che tenta di promuove la cultura in tutte le sue forme. Cosa pensa delle iniziative culturali dei giovani? Ha qualche consiglio che vorrebbe dare ai giovani aspiranti scrittori?
I ragazzi, specialmente al mondo d’oggi, vanno incoraggiati e supportati al meglio. Chiaramente mi riferisco a chi è genuinamente interessato alla cultura nel senso più alto del termine, non a coloro che pensano a torto che le conoscenze non servano nella vita. I giovani d’oggi hanno dalla loro parte le nuove tecnologie e l’ingegnosità, oltre che una intelligenza brillante che consente loro di ottenere risultati vincenti anche in tempi relativamente brevi. Consiglio a chi aspira a scrivere di non demordere dinanzi ai primi ostacoli, che sono purtroppo inevitabili, e soprattutto di non arrendersi dinanzi al classico e reiterato rifiuto editoriale. Un insuccesso può portare spesso dei benefici e a un’autocritica, come Charlotte Brontë ci insegna, ma se l’obiettivo è valido ed il talento c’è, prima o poi un giovane scrittore riuscirà a trovare la propria strada anche dopo molto tempo.

Benedetta

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