Cala il sipario

Una giusta fine al mistero del teatro

Anastasia, spazientita, chiedeva che qualcuno portasse i loro cappotti nel guardaroba. A loro non si avvicinò un facchino, ma una signora un po’ in su con gli anni, che con un sorriso caldo sulle labbra offriva un fazzoletto ad Anastasia. La signorina, squadrando dall’alto in basso i vestiti sporchi e stracciati dell’anziana, che la palesavano come operaia di fabbrica, decise di ignorare quell’atto di gentilezza, chiedendo a voce più alta un facchino. Dall’altra parte della stanza, un gruppetto di bambini cominciò a sghignazzare di soppiatto indicando nella direzione della giovane coppia.
La signora, rattristata da quella reazione, tornò al gruppo di donne con il quale era venuta, e si mise ad aiutare una di loro ad asciugarsi i capelli. Anastasia si girò verso il marito e sussurrò: «In un giorno normale lei non si sarebbe mai sognata di parlarmi, da che mondo e mondo gente come lei rivolge la parola alla figlia del giudice?». Suo marito dovette mordersi il labbro e tossire un paio di volte per camuffare una risata: il volto eburneo di sua moglie era macchiato dal mascara sciolto, che rigava di nero le sue belle guance, che erano colorate anche dallo sbaffo del rossetto. Roberto passò piano un dito sul viso della moglie. Non ebbe bisogno di dire altro se non «Tesoro…» per avvertire la moglie della sua condizione. Anastasia, inorridita dall’idea di avere un aspetto meno che perfetto, subito si rivolse alla signora di prima, che, avendo un cuore grande e privo di qualsiasi rancore, seppur piccolo, le porse con la stessa gentilezza il fazzolettino. Anastasia non fu molto sorpresa da quel gesto, d’altronde era abituata ad ottenere tutto ciò che volesse, eppure avvertiva dentro di sé una strana, fastidiosa sensazione: quella di dover mostrare gratitudine. Ma non lo fece.
Nello stesso momento in cui lo prese, Anastasia si accorse subito di avere su di sé diverse paia di occhi, che la videro pulirsi la faccia prima di avere un ripensamento. Subito dopo, guardò il fazzoletto e, con orrore, scorse delle macchie che non potevano essere di trucco. La signora, tendendo una mano per riprendersi il fazzoletto, le sorrise e spiegò: «Ad alcune di noi la pioggia scioglie il trucco, ad altre lo sporco accumulato in giorni di duro lavoro».
Finalmente arrivò un facchino, che prese subito i cappotti della coppia, invitandoli ad accomodarsi in sala. Senza dire una parola, Anastasia e il marito si addentrarono nel teatro, dove più o meno in ogni fila c’era una scena simile a quella appena successa alla figlia del giudice. I loro soliti posti in prima fila era però occupati dal signor Riccardo, un collega del signor Roberto, e sua moglie, la quale, poverina, era scivolata sul marmo lastricato della piazza, rovinando l’orlo del suo prezioso vestito rosso. Fortunatamente, l’apprendista sarta, una ragazzina mingherlina con i capelli color paglia raccolti in un’acconciatura talmente stretta che nemmeno la pioggia aveva potuto sciogliere, era accorsa in suo aiuto e, dopo aver estratto provvidenzialemente dalla tasca ago e filo, eccola che si apprestava a riparare l’orlo lacerato. Lei e la signora ridacchiavano e chiacchieravano amabilmente, come se fossero sempre state amiche, parlando di quell’insolito temporale e delle conseguenze ancora più insolite che aveva portato. Anastasia salutò la coppia cortesemente, ma non ricevette le scuse che si aspettava l’occupazione del proprio posto. Osservò, mentre i due uomini erano impegnati in una conversazione sul loro lavoro, che vicino alla signora c’era un fazzoletto sporco, proprio come quello che aveva usato poco prima. Si chiese quanti ce ne fossero nella sala, così, cercando di non dare troppo nell’occhio, cercò di spiare e li vide: eccone uno fare capolino dal panciotto di quel signore alto, un altro tra le mani di quell’anziana signora vicino all’entrata, uno perfino per terra.
Quel giorno, il vero palcoscenico fu la platea.

Mariana Rosa

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