Il potere di una similitudine

Nicola Neri, giovane laureato in psicologia clinica, ha già pubblicato il memoir sulla sua adolescenza Scazzi (Mondadori, 2014) e il romanzo Due Cuori (SE, 2017). Qui sotto firma per noi una riflessione sulla connessione fra parola e disagio, nonché tutte le implicazioni, letterali e psicologiche, di una figura retorica solo apparentemente banale come la similitudine.

Quanto pesa, che cosa può la parola scritta nei confronti del disagio?
La relazione tra la sofferenza e la parola è a tal punto complessa, profonda e privata che qui c’è spazio soltanto per rispondere con questa domanda: quale potere ha una similitudine?
Viene da pensare che una figura retorica sia uno strumento ingenuo per affrontare il buco nero del dolore, lo sfarinarsi delle parole come neve tra le mani, quando si cerca di comunicare il disagio o chiedere aiuto.
Ma che differenza c’è tra un pianto triste, un grido “sto male!”, e invece scrivere “è come se mi trovassi distante da tutto, e la mia stessa vita mi apparisse così vuota … — come se dovessi riempirla di desideri — ma qualcosa, dentro di me, rimanda sempre quel momento”?
Si può ravvisarne almeno una: la seconda espressione sembra essere maggiormente indirizzata a qualcuno, scritta perché una persona in particolare la colga. Facendo nascere in lui o in lei un interrogativo, una reazione.
Il desiderio di raggiungere l’altro con parole scelte apposta per lui, e che dicono di sé con maggior precisione, può diventare una forza capace di dare una forma a ciò che, per natura, la fugge: il dolore psicologico.
Questi animaletti neri che sfilano ordinati su sfondo bianco possono più di quanto fanno vedere, contengono più di quello che mostrano.
Il tentativo di raggiungere l’altro attraverso la scrittura, porta con sé la speranza che questo possa vedere anche ciò che le parole non sono riuscite a esprimere, chiedendogli anche di completare il puzzle verbale per costruire la figura intera, ovviando alle mancanze. Il foglio bianco (o la pagina Word) è una terra di mezzo, uno spazio in cui sperimentare nuovi modi per dare nuove forme per raccontare difficoltà o sentimenti. Una finestra che non c’era, in una casa senza uscite.
Immaginiamo che gli spazi bianchi tra le parole contengano anche gli affetti e le emozioni che non trovano una formulazione (benché siano quelli fondamentali: il cuore, la ragione del dolore). Nonostante si rifiutino di comparire sul foglio, si può pensare che qualcosa sia accaduto, che una piccola trasformazione sia avvenuta. Come se l’atto di scrivere avesse ordinato quella corrente di parole non dette, ritmandole, scandendole proprio nelle caselle bianche del testo.
Sono riuscito a spiegarmi? Non lo so. Spero però di essere riuscito — attraverso l’immagine — a trasmettere qualcosa in più, di aver compiuto un passo verso il lettore.
La similitudine, scriveva Robert Musil ne L’uomo senza qualità, è un modo per uscire dalla realtà quotidiana. E nel caso in cui la quotidianità sia intrisa di dolore, si può interrogare la capacità trasformativa della figura retorica, come strumento per sovvertire le nostre abitudini di sofferenza.
Scrivere è (anche) una possibilità di esistenza inedita.

Nicola Neri

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