Fuori di me

Riflessioni di una riappropriazione di coscienza
Mi sono sempre chiesta, da irrecuperabile introspettiva e insaziabile ricercatrice quale sono, che aspetto avesse quel sottilissimo equilibrio tra le vicende che accadevano sotto la mia pelle, nella mia dimensione soggettiva, e quello che risultava invece percepibile di me dall’esterno, all’occhio dell’altro. Quanto di quello che si manifesta nella cosiddetta realtà — ammesso che questa realmente esista e che sia una sola — dipende da ciò succede dentro di me? Quanto sono responsabile dell’andamento della mia esistenza?
Ma, soprattutto: se in una determinata situazione provo un sentimento di fastidio, di disagio, quanto di questo dipende dalla percezione che ho di quella condizione e dal giudizio che ne traggo in quel momento, e quanto invece dalla realtà oggettiva?
Particolarmente sensibile all’argomento, ho deciso in questa occasione di intraprendere un viaggio lungo tre articoli, con l’obiettivo di scandagliare questo “mostro nero”, di smascherarlo e di renderlo meno minaccioso, per comprendere in che misura questo malessere possa divenire, non solo innocuo ospite delle nostre esistenze, ma anche un vero e proprio elemento d’ispirazione per le nostre più intime ed autentiche espressioni artistiche.
Ciò che mi interessa non è fornire definizioni o comporre trattazioni scientifiche, bensì riflettere su quell’universo di immagini, sensazioni ed esperienze che questo termine porta con sé. Ognuno, infatti, ha fatto una qualche esperienza del disagio, e lo associa  a momenti  o ricordi ben precisi. 
Per quanto mi riguarda, il disagio ha più volte minacciato la mia esistenza, mi ha fatta sprofondare in un angosciante vortice di insicurezze, di interrogativi senza risposta, mostrando, con energia distruttrice, la sua capacità di rendermi vulnerabile di fronte a tutto e a tutti; è riuscito a minare anche l’unico elemento per me condizionante, con il quale sono e sempre sarò costretta a confrontarmi: il giudizio che ho di me, la mia analisi introspettiva  —  e cioè il mio metro di incontro (o di scontro) con il mondo.
Il mio percorso di liberazione (o riconversione) dal disagio non è stato privo di ostacoli e momenti di sconforto, che spesso mi hanno lasciata inerme di fronte alla complessità dell’esistenza, schiacciando la mia libera scelta in modo disarmante. Tuttavia, non sono mancati i momenti di luce, di riscoperta della mia capacità di ribellarmi, di insurrezione dell’Io nei confronti di un ordine che non riconosceva come proprio.
Perché di questo — finalmente e dopo anni di convivenze, lotte, riappacificazioni —  sto  scoprendo che si tratta: uno schema comportamentale che per mia natura non mi appartiene, ma che le circostanze e le aspettative sulla mia più intima unità identitaria sono riuscite a farmi accettare, convincendomi, con un distorto “sì, lo voglio” della coscienza, a farmi sposare con questo malessere metafisico — come mi piace chiamarlo ora che inizio a comprenderlo.
Con questo, certamente, non escludo che una percentuale del problema risieda in un proprio assetto psichico, in un carattere particolarmente introverso o incline alla “riflessione ossessiva” (passatemi l’espressione), oppure in un bagaglio di esperienze pregresse che sempre ci condizionano.
Ciononostante, sono sempre più persuasa del fatto che l’essere umano di questo periodo storico sia immerso in un contesto socio-culturale che non solo crea questo disagio, ma che tende anche ad assimilarlo all’essenza individuale, facendolo passare per un problema, appunto, personale. Una psicosi.
A convincermi di ciò vi è un dato accertato: il fenomeno è infatti recentemente passato  da una dimensione più oggettiva (come poteva essere una carestia, una guerra o una pestilenza) a una sempre maggiormente soggettiva, investendo in pieno anche la vita quotidiana di noi occidentali, tendenzialmente un popolo fortunato, ma che vanta di un record di malattie psichiche senza precedenti.
Mi viene a questo punto da domandarmi se questi aspetti siano o meno una prova sufficiente per inserire la problematica all’interno di uno schema ben più elevato e complesso.
Si tratta a mio parere del tanto criticato (così come — ahimè  — altrettanto alimentato) sistema capitalista di creazione di un bisogno fittizio: uno stare male inesistente, con conseguente nascita di una necessità, una dipendenza, che ha un valore tutto monetario o che comunque converge in un fine che noi non condividiamo per nulla, e di cui non siamo neanche lontanamente coscienti.
Alla luce di questa ipotesi, mi si prospetta innanzi una nuova possibilità, in cui questo disagio non appartiene a me né io a lui; possibilità per la quale, forse, non sono io a essere un ingranaggio sbagliato in un sistema perfetto: sono, piuttosto, un elemento in balia di qualcuno che, al posto mio, sceglie com’è consono e auspicabile che io mi comporti, di quali emozioni e quanto intensamente mi è concesso di vibrare.
E di fronte a questa idea, in un istante, mi sento già più prossima ad affrontarlo.
Selene Tognoli

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