L’intervista – Don Lorenzo Salinetti

Dan Brown diceva che “A volte, è sufficiente un cambio di prospettiva per vedere la luce.”. È con questo spirito che l’ultima, dopo tre colloqui con esperti del settore, delle nostre interviste, è a chi il disagio l’ha conosciuto direttamente, sulla propria pelle. Don Lorenzo Salinetti, volontario dell’Operazione Mato Grosso nonché gestore della mensa dei poveri di Sondrio, ci racconta della sua visione e della sua esperienza nella lettura a cui vi lasciamo.

Lei è un prete, coinvolto nell’Operazione Mato Grosso e, motivo primario per cui viene intervistato in queste mese, gestore della mensa dei poveri di Sondrio. Ci racconta com’è arrivato al punto in cui si trova oggi?
Fin da ragazzo ho avuto desiderio di andare in missione a vivere con Padre Ugo De Censi, morto il 2 dicembre scorso, del quale ho sempre amato la vita. Dopo ragioneria e il servizio militare, sono partito e sono finito sulle Ande a 23 anni, dove ho deciso di rimanere a vivere. La religiosità naturale della gente andina mi conquistò a tal punto che lasciai la ragazza e intrapresi il cammino verso il sacerdozio. Diventato prete dopo 15 anni, Padre Ugo decise di mandarmi in Italia, sentendo forte la necessità di un intervento qui. Per quanto sia un prete peruviano, qui rispondo alla Chiesa di Como. Padre Ugo mi spronò a fare qualcosa di nuovo, legato ovviamente al tema dell’evangelizzazione. Sono qui da sette anni e arrivando in Italia mi sono reso conto che mi mancava tantissimo la vita semplice, che a me aveva invece conquistato. Avevo sempre l’impressione di entrare dentro un’aula di scuola chiusa, un muro di aria viziata, con le persone che, abituate a stare in quell’ambiente, non sentivano quel tanfo. È scomparsa la semplicità, non sappiamo più cos’è — io che ho vissuto vita semplice, so che vita semplice può voler dire anche qualcosa di scomodo (lavorare a velocità umane, coltivare la terra, camminare molto…). Siamo così confusi che qui, tutte le volte che usiamo il termine semplice, intendiamo “facile”. Questo mondo è sempre più confuso, e la confusione disorienta, e non ci fa sapere chi siamo, dove andiamo, cosa facciamo: in sostanza, perché viviamo.
Quello che faccio io è lavorare coi ragazzi, molti dei quali sono già strutturati, molto cervellotici, e ben poco semplici — se dovessi fare un disegno, traccerei una testa enorme con il resto del corpo che scompare. A questo si aggiunge drammaticamente la realtà virtuale, che contribuisce a far sparire la corporeità dai ragazzi. D’estate, solitamente, si fanno i grest nei paesi, che però a mio parere hanno lo scopo di intrattenimento; così ho realizzato dei grest agricoli, che si tengono in montagna, e attualmente la cosa si è diffusa a tal punto che ho un accampamento con 400 ragazzi (100 per settimana) a rastrellare i maggenghi. Abbiamo tre ettari di vigneto, mucche e tutto quanto guadagniamo va alle missioni: sapendo che viviamo poveramente, la gente si è affezionato e ci ha regalato molti loro beni. Il mio impegno fondamentale, che viene dallo spirito dell’Operazione Mato Grosso, è riassumibile in tre punti: i ragazzi; il lavoro manuale; i poveri. Questa miscela esprime lo spirito del lavoro che faccio.

Come già, lei gestisce la mensa dei poveri di Sondrio. Ci può parlare di questo e delle sue prospettive future?
Sapendo che la mensa del comune aveva chiuso, abbiamo aperto la mensa dei poveri. Sapevamo che c’era una mensa domenicale che ospitava 30 persone, e dai primi 7 ospiti ora arriviamo a punte di 120, con un giro di volontari che è cresciuto di 40 persone, con tutti i problemi che ne conseguono di approvvigionamento che ne conseguono. Il mio futuro muoverà sempre su questi tre campi (ragazzi, lavoro, poveri): non mi interessano pensieri politici o di altro stampo — la vita semplice è per tutti e serve per far ritrovare in tutti una vita semplice, con tutto ciò che ne consegue. È la semplicità, l’umiltà, la generosità, ciò che sta scomparendo nel nostro Occidente iper-culturalizzato, e a cui, a mio modesto parere, dovremmo ritornare.

Come sito, abbiamo avuto la fortuna di poter intervistare quello che è stato il manager di Gino Paoli, Lucio Dalla e Fabrizio De André, cioè Bruno Sconocchia. In particolare, e non solo per i miei gusti personali, trovo che la grandezza di De André stesse nel parlare degli ultimi, evidenziando realtà che senza le sue canzoni non sarebbero mai state considerate. Lei vede, oggi, qualcuno che si fa portavoce di questo ideale, e che mette gli ultimi al primo posto?
Una persona c’è, e lo sta facendo da tempo, ed è il Papa. A volte trovo cantanti, artisti, che danno voce a questo. Conosco alcuni preti e tanti amici che fanno questo — stare con gli ultimi, con i poveri. Vedo che c’è fatica ad accettare la carità, proprio perché implica la “perdita” di tempi, affetti, beni; e vedo che c’è molta concordanza su una linea di pensiero che trovo piuttosto corrotta, del tipo “se prima sto bene io, poi posso aiutare gli altri”, come se l'”io” fosse sempre il centro. L’insegnamento di Gesù è una moneta a due facce: Dio e il prossimo. Se dovessi dire chi è Dio, direi che sono gli altri, non io. Facendo star bene gli altri, si scoprirà l’amore, che è tutto il contrario dell’egoismo.

Prima di lei abbiamo intervistato tre psicoanalisti — Pamela Pace, Domenico Letterio e Fabio Galimberti — e a loro, come ovvio dato il tema del mese, ho chiesto una definizione della parola “disagio”. Quello che ora mi interessa fare è dare un altro punto di vista. Cos’è dunque, per lei, il disagio?
Oggi si usa tante volte il termine disagio o vulnerabilità. Io ho sempre usato la parola “poveri”. E noto che c’è un’allergia a questa parola, che viene dal ritenere la povertà un problema. Io sono un prete, e penso che la religione cristiana individui nella povertà qualcosa di prezioso. Io ho un altro modo di intendere la povertà, e per spiegarmi basta parlare di San Francesco, che si è sposato con la Signora Povertà. La povertà è la mancanza totale: ti manca tutto, e tutto chi è? Dio. La povertà è l’occasione per amare, e l’amore è la sostanza di Dio. Il povero, dunque, non è un problema da risolvere, ma un’opportunità da sfruttare, per diventare sempre più buoni. Io non vorrei strumentalizzare i poveri, però mi piacerebbe portare i ragazzi alla mensa dei poveri, ad annusarli, a sentirli parlare, a conoscerli come corpo, nei loro difetti e nei loro pregi. Il povero è uno che bussa alle porte di casa propria. E se davvero nei poveri fosse nascosto Gesù? Se davvero c’è Lui nascosto, ogni volta che ospito un povero nel mio cuore, ospito Dio; e io vorrei che i ragazzi scoprissero qualcosa di questo: la povertà come opportunità di rinascita e di nuovo amore.

Per quanto io non abbia interesse a rendere quest’intervista polemica, mi sembrerebbe ipocrita esimermi da una parentesi politica: personalmente credo che, se i giovani e i ragazzi di oggi sono così restii ad aiutare gli ultimi, manca dall’alto un’educazione politica. In un’epoca che trovo abbastanza barbarica, a partire da operazioni dubbie di compravendita del nostro Paese fino ad arrivare a leggi, dal richiamo dittatoriale, che consentono di far sloggiare clochard, vucumprà o qualsiasi altra forma di “ultimo”, volevo sapere cosa ne pensasse lei e che mutamento lei abbia visto nell’attenzione sul problema.
Non voglio scendere assolutamente nella questione spinosissima ed esplosiva delle povertà che vediamo raggiungere il nostro Paese. Io sono stato uno che ha deciso di spendere la vita per i poveri, andando io da loro. Per esempio, quando si dice “aiutiamo i poveri nel loro paese”, l’Operazione Mato Grosso lo fa da 50 anni. Io ho visto le Ande cambiare in un battibaleno con l’arrivo della televisione. Per me il problema è fare al meglio la mia parte: sono un prete, se trovo una persona per strada, chiunque essa sia e dovunque io mi trovi, mi fermo e l’aiuto. Dal momento che non si ferma il vento con le mani, è inutile tentare di arginare l’esplosione della sacca di povertà: bisogna piuttosto imparare a vedere questa, come dicevo sopra, come occasione e non come problema.

Non è certo cosa insaputa che problemi di natura corporea, nelle loro più varie forme, siano esplosi nei giovani. Si ha una diffusione impressionante di alcuni sintomi specifici, come i disturbi alimentari. Difficilmente, nella mia visione, una preghiera può curare, ma di certo non scopro io l’importanza della spiritualità all’interno di una situazione di conflitto con se stessi. In che modo, dunque, una preghiera può essere di conforto, per figure che si trovano a fare i conti con problemi clinicamente spaventosi?
Se Dio c’è, sa quello che sta facendo e sa come risolvere la cosa e sa dove stiamo andando. Alle volte ho l’impressione che il mondo non sappia dove stia andando, e nemmeno se vi sia qualcuno che lo guidi. Credo certamente che Dio sia la cosa più importante ma siamo in una situazione dove Dio viene spazzato via. L’amore è una relazione unica. “Amore” è una parola grandissima, che significa dare l’aiuto per gli altri. Io non so più cosa vuol dire “ti amo” se non c’è dietro un gesto di vita che lo esprima, e che in genere è una donazione, e per me significa: “desidero Dio per te”. E cos’è Dio? Dio è l’amore e Dio è tutto. Dio va al di là della mia vita, è oltre. “Dio è il totalmente altro”, per dirla con Lutero. Per tornare alla domanda, un ragazzino in difficoltà deve partire dal presupposto che Dio non è pensiero, ma spirito. Lo spirito è amore, è coraggio, entusiasmo, buona volontà e tenacia. Come si fa a trasmettere questo? Quando si trasmette l’amore, si trasmette Dio. Si è confuso (spesso anche nella Chiesa) lo spirito con il pensiero, e questo è un errore molto grave. Dio è un mistero: non c’è modo di avvicinarlo con la comprensione, e oggi dove la testa prevale su tutto, sembra molto meno raggiungibile.

L’ultima domanda è sempre la stessa per tutti ed evade strettamente dal suo ambito. Bottega di idee non ha certo la pretesa di dire di star facendo cultura, ma ha come scopo precipuo delle riflessioni che congiungano giovani e culturale. Volevo sapere cosa pensasse dei giovani attivi in generale e, nello specifico, di quello che è il nostro futuro.
Io so che i giovani sono il futuro, e posso solo proporre un contenuto: quando si parla di contenuti, non vorrei che fossero cervello, ma vita. Così per la cultura: non vorrei fossero pensieri, ma vita. Nella mia ignoranza, nella mia pochezza, e nella mia povertà, propongo quello che per me è valido: semplicità, povertà e carità. So che questa proposta è selettiva, e non so cosa farci: non è per tutti, ma per chi lo vuole, come se uno mettesse sul tavolo i propri prodotti. Certo è che tornare da una vita comoda a una vita semplice è davvero controcorrente: la nostra vita comoda ha rimbambito e anestetizzato cervelli e cuori. Portare i ragazzi a farsi delle domande trovo fondamentale, ed è per questo che apprezzo iniziative come la tua: perché portano a riflettere i ragazzi sulle domande: perché vivo, perché credo, perché agisco. E cultura, se posso dire, è anche e soprattutto questo.

Federico

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