Trovarsi

Un sogno, la realtà.

“Sento qualcosa. Non so cosa sia. Non l’ho mai sentito prima. Sembra un corpo.”

Guardo, di nuovo, quell’angolo di pelle. Ancora scolorito.
Rimarrà così per sempre, mi dicevo. Rimarrà così per sempre, mi ripeto.
Provo ad alzare gli occhi. Quelli piangono, io no.
Non riconosco la dimensione in cui sono immerso. È tutto oro, con punte di verde e blu. Non pensavo il paradiso fosse così.
Provo a muovere il mio corpo. Quello risponde — non l’aveva mai fatto.
Il braccio destro è completamente attaccato al fianco. Sento un tonfo, o forse un rumore meccanico. Il braccio si muove. Chiedo alla mano di volgere verso gli occhi, di appoggiarsi sul sopracciglio, per aiutare gli occhi a mettere a fuoco lo scenario davanti a me.
Penso di essere pazzo. Vortici impazziti si scatenano, in un nero cielo stellato.
Poi, di colpo, tutto si schiarisce. Ora ricordo — la luce, la spinta, la notte infinita.
Riprovo, nuovamente, a muovere il braccio — stavolta, il sinistro. E quello, come l’altro, obbedisce. Guardo l’orologio. 07:59. Sono passati solo dieci minuti dall’ultima volta che l’avevo controllato. Il tempo, il lento incedere dei secondi, e la possibilità di controllarlo, è l’unica ancora che mi tiene aggrappato alla vita. È grazie a quei quattro numeri divisi dai due punti, grazie a quell’oggetto tenuto stretto stretto al polso, che riesco a dare un senso a tutte quelle notti insonni. Fisso le 07:59 nella memoria; mi prometto di non dimenticarlo mai, quell’orario, e per nessun motivo.
Mi dico che è solo un’altra delle tante mattine. Un altro dei tanti risvegli in un bagno di lacrime e sudore, di sangue e disperazione. Mi dico che è solo un’altra, di quelle tante mattine. Ma in fondo so che non è così. So che, questa mattina, c’è qualcosa di diverso.
Il mio corpo, oggi, risponde. Il mio corpo. Fa strano chiamarlo così. Non ho mai avuto un corpo, ma sempre e solo un mucchietto di pelle e ossa disgustosamente assemblato. Quella cosa non rispondeva mai ai miei comandi, come un giocattolo rotto che non vuole arrendersi al suo malfunzionamento. E, invece, questa mattina, quella cosa risponde. Prima sussurra. Poi parla. Infine urla.
E urlo anch’io.
La mia voce, cacciata involontariamente dalle più misteriose profondità del mio corpo, crea uno spostamento d’aria. E di corpo.
Involontariamente, mi sono rialzato, con uno scatto all’indietro di sconosciuto vigore.
Subito dopo, chiudo gli occhi. Sento tutto girare vorticosamente. Ma è un solo istante. Percepisco qualcosa che non riesco subito a identificare. A occhi chiusi, esploro il mondo in cui sono immerso. È tutto dorato, con punte di verde e blu. Passa qualche secondo. Sento un rumore indefinibile, appena udibile ma nitidissimo. Forse uno schiocco di dita. A occhi chiusi, guardo dentro di me. Sento, chiarissima, la stabilità assoluta. È solo un momento, un secondo, una microscopica stella in quella vastissima costellazione che è la vita. A occhi chiusi, osservo meticolosamente ciò che è fuori di me.
L’imponderabile, l’onirico, il sublime.
È tutto lì, palese ed evidente, di fronte a me.
Ma quello spettacolo fulgido, in un battibaleno, decade.
Ho visto la luce. L’Assoluto. La pace dei sensi. Il Nirvana. Il Paradiso, stavolta con la P maiuscola. Da qui in avanti, so che ciò per cui ho lottato, combatto e con cui mi confronterò per sempre, esiste. Quel mostro, che è anche un sogno, c’è. E finalmente, è tangibile. So che questa guerra infinita, che si protrae da 19 anni, può essere vinta.
In ginocchio, con la schiena insolitamente dritta, provo, di nuovo, a muovere il corpo. Le braccia, la testa, le spalle, il bacino. Tutto si muove, tutto risponde. Quella cosa, in quel momento, è un corpo. Sono io che lo muovo, che lo comando. E se posso controllarlo, allora, forse, un giorno, potrò anche accettarlo.
Sinora, fino alle 07:58, quel corpo era una cosa mal funzionante, che non rispondeva ai comandi, venuta al mondo per essere rigettata. Dalle 07:59 in avanti, invece, so per certo di poter vincere. Di poterlo comandare, quel dannato corpo. Di poterlo accettare.

Cado all’indietro. La testa precipita nel cuscino. Ordino al mio corpo di mettersi su un fianco. Ma, di nuovo e disperatamente, quella cosa non risponde.
Riesco a guardare, sottecchi, l’orologio. 08:01.
In due minuti ho visto tutto, dall’inferno al paradiso e ritorno.
Ma non importa. Non dispero. Serro gli occhi già chiusi, stringo i pugni. E, con quella posa combattiva, mi riaddormento.
Qualche ora dopo, riapro gli occhi. Sono pieni di lacrime.
Ho sognato di muovere il mio corpo come un burattinaio muove le sue marionette; e di poterlo accettare del tutto, e per sempre. Quel corpo, nel sogno, mi piaceva.

Appoggio piano le punte dei piedi per terra. Mi do una leggera spinta in avanti. Fletto di poco le ginocchia. Sono, finalmente, alzato. Asciugo le lacrime. Guardo avanti. La solita camera, il solito muro, le solite cose. Ma una consapevolezza diversa. Da oggi, mi dico, posso farcela. Spalanco gli occhi già aperti, sciolgo i pugni sinora rimasti stretti. Fisso l’orizzonte. Faccio i primi passi della giornata.
Con tanta voglia di trasformare quel sogno in realtà.

Federico

 

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