L’intervista – Mario Ballantini

Direttore di Dipartimento dell’Azienda Ospedaliera Valtellina e Valchiavenna, Mario Ballantini è anche Responsabile del Reparto di Psichiatria. Dopo un mese intero dedicato al disagio, questo fil rouge non si interrompe, e anzi si dispiega con ulteriore forza, aggiungendo un’altra, peculiare, prospettiva. 

La prima domanda, per i nostri lettori, è ormai un grande classico. Com’è arrivato, e secondo quali tappe, a raggiungere il suo ruolo? Com’è nato il suo interesse per la psichiatria?
Facendo una rapidissima scansione, sono nato vicino a Livorno dove mi sono trasferito da piccolissimo. Dopo il Liceo Scientifico, indeciso se fare Filosofia o Medicina, ho scelto la seconda perché mi sembrava — sbagliando, posso dire col senno di poi — una maggiore “presa diretta” sulla realtà. Verso la fine del percorso, sono avvenute due cose: l’esame di psichiatria mi era piaciuto moltissimo, con un testo (il Sarteschi-Maggini, N.d.R.) illuminante, dall’impostazione clinica di tutt’altro tipo rispetto a quella attuale; al meeting di Rimini ho seguito un’intervista di Borgna e ne sono rimasto molto affascinato. Al termine, ero indeciso tra due specialità completamente opposte: psichiatria, che poi ho scelto senza mai pentirmene; anestesia e rianimazione, che ben rappresentava il lato “interventista” che ancor oggi è molto presente in me. Fatta psichiatria e concluso il militare durante la specializzazione, feci concorsi dappertutto (volevo rendermi autonomo il prima possibile) e, dopo un ripescaggio, finii a Sondrio. Scoperta la Valtellina, ho incontrata una terra lontana da tutto ma dove era possibile vivere, e vivere bene. Io ho fatto tutta la mia carriera qui, e mi manca molto un’esperienza estera. A livello di formazione, ho una preparazione psichiatrica in senso classico; sono però rimasto molto affascinato da una scuola di psicoterapia che è il Ruolo Terapeutico di Milano, che mi ha segnato più come approccio al paziente che per quanto concerne la “tecnica”. Altra esperienza che mi è stato molto utile è stata quella di Direttore di Distretto dell’ASL, che mi è stata utilissimo a livello amministrativo e che risulta utile tuttora visto il mio ruolo attuale. A margine, nomino una passione personale: il volo.

Il mese scorso abbiamo parlato di disagio. Tra le interviste, c’è stata quella felicissima (in termini di risultato, N.d.A.) a Padre Lorenzo Salinetti, nonché tre dialoghi con esponenti del mondo psicoanalitico: Pamela Pace, Domenico Letterio e Fabio Galimberti. Tutti e tre, alla base della definizione di “disagio”, ha posto il Disagio della civiltà freudiano. Cosa ne pensa e qual è, per un psichiatra come lei, la definizione della parola “disagio”?
C’è una visione un po’ ecologica del problema. Il disagio di un soggetto, sintetizzando al massimo, è un risultato del mondo in cui vive e dei geni di cui è fatto — e del resto, il nostro Sistema Nervoso Centrale serve proprio a questo: sintonizzare una persona col mondo in cui vive. Mi troverei più a mio agio a parlare di patologia, ma per tornare alla domanda, dimenticare una delle due componenti vuol dire non riuscire a rendere ragione di tutti i fenomeni che vediamo. Quando lei (riferito a Federico, N.d.R.) parla del disagio, c’è tutto lo spazio per parlare del Disagio della civiltà, che in questo senso può indicare la definizione di disagio, e cioè la sofferenza dello stare al mondo, che vede l’altro come ostacolo e non opportunità, e che si verifica quando, appunto, la componente fisica o sociale non si bilancia bene con l’altra. Termine che a me ha dato molto, in questo senso, è resilienza. Persone che hanno esperienze di vita che hanno tutti, ma a bassa resilienza, possono arrivare alla psicosi con facilità. È evidente che in questo ragionamento c’è tutto lo spazio per parlare della società, e questa non è una novità nemmeno per la psichiatria. Le cito uno studio diventato classico, elaborato negli anni ’60 dall’OMS, nel quale si è cercato di capire in vari posti del mondo (Occidente, Africa, America, eccetera…) quali fossero gli esiti di una schizofrenia, e paradossalmente gli esiti sono molto migliori nei Paesi in via di sviluppo che non in quelli occidentali: se uno si ammala di schizofrenia in Nigeria, posto che l’episodio acuto è indistinguibile ovunque si abbia, la modulazione degli esiti della società nigeriana è ben diversa da quella che pone la società a una persona che soffre di schizofrenia in Italia — è quindi in questo senso che la componente del disagio è riferita al contesto in cui viviamo, oltreché direttamente coinvolta nel substrato biologico da cui veniamo al mondo. Un esempio più vicino a noi per capire la profonda interconnessione tra i due aspetti è la disponibilità all’uso di sostanze psicoattive, che ha invaso la popolazione giovanile, e che fa emergere dei disagi prima inesistenti, strutturandoli e dando loro consistenza.

Altre due componenti “collaterali” al disagio sono l’arte e la spiritualità. La prima  è stata nominata da Selene, che grazie all’arte è riuscita a uscire dal disagio; la seconda, invece, da Padre Lorenzo Salinetti, che indicava nella fede una grande possibilità di uscita dalle difficoltà personali. Lei, dalla sua, come la vede?
Partiamo dalla parola “terapia”. La terapia è un cambiamento. Terapia vuol dire cambiare in positivo, evolvere. Una persona — inutile nasconderselo — tende a cambiare perché sta male. Ma che strumenti ha per cambiare? Gli strumenti per cambiare, per “guarire”, non sono solo medicine o psicoterapia. Sono anche arte, spiritualità, e altre ancora. Sono l’insieme delle risorse individuali che la persona ha e che il suo ambiente mette a disposizione. Talvolta addirittura può accadere che la persona metta in campo delle risorse e si riconfiguri in modo tale che a sua volta questi nuovi modi di essere diventino sintomi — per esempio, il delirio è un sintomo che rappresenta un modo di organizzare il pensiero per mettere ordine a un caos mentale che è fonte di molta maggior sofferenza. Quindi, il centro della terapia è favorire che la persona si attrezzi con risorse che migliorino ed elaborino la sua sofferenza in modo efficace. E le risorse possono ben essere anche arte spiritualità e tante altre. E qui la parola fondamentale è la parola “educazione”. L’educazione insegna a diventare sensibili, a essere introdotti ai dati della realtà e che, senza l’educazione, non ti stimolano affatto. Perché l’arte diventi una risorsa, è necessario essere educato a capire cos’è l’arte. Altro esempio è lo sport, o la passione per la natura. In generale, comunque, la vera assenza di risorse per il cambiamento è ciò che fa bloccare una persona all’interno di un contesto, specialmente se sintomatico. L’esempio che calza meglio in questa prospettiva è l’esempio delle sostanze o dell’alcool: le sostanze, o l’alcool, non sono un problema di per sé da demonizzare, ma ciò che è necessario per un soggetto è una ruota di 360° dove ci sia spazio per arte, spiritualità, sport, e, anche, per il bicchiere di vino, per ampliare — allora sì — al massimo lo spettro delle esperienze.

Provo a “metterla all’angolo” con parole non mie. La prima, di Szasz, è: “La medicina vera aiuta veri medici a curare e guarire veri pazienti; una falsa medicina (la psichiatria) aiuta falsi medici (gli psichiatri) ad avere influenza e controllo su falsi pazienti (i malati mentali).” La seconda, di Jacques Lacan, si collega alla prima sul concetto di vera o presunta malattia mentale: “Un soggetto normale è essenzialmente uno che si mette nella posizione di non prendere sul serio la maggior parte del proprio discorso interiore.”. La terza, di Vittorino Andreoli, chiude il percorso, teorizzando il soggetto come fragilità e non come, per dirla con Nietzsche, “volontà di potenza”. Lo psichiatra italiano, infatti, sostiene che “Lo psichiatra non ricostruisce la grandezza, ma sempre e soltanto la fragilità”. Tramite un commento per ciascuna frase, può dirci cos’è la psichiatria, e il percorso psichiatrico, per lei?
Premetto col dire che a mettermi all’angolo ci è riuscito davvero. Partiamo dalla prima frase. Bisogna accordarci sul linguaggio che usiamo. Se parliamo la lingua della scienza, allora cominciamo a dare delle definizioni e delle osservazioni. A mio modo di vedere, la frase, se noi stiamo al paradigma scientifico, è un po’ debole. L’osservazione storica, anche nell’antichità, ci dice che alcune persone si comportavano in maniera diversa. La malattia bipolare è conosciuta sin dall’antichità e a tutte le latitudini. Queste sono delle osservazioni, e non delle congetture, sulle basi delle quali vi sono fenomeni oggettivi — schizofrenia, bipolarità, delirio. Peraltro, per quanto la malattia mentale possa essere di fascinazione per molti filosofi, pensatori o poeti, qualcuno è arrivato a dire che “il malato mentale puzza di merda”: non c’è nulla di affascinante nel vedere un malato mentale stare male. La frase, in definitiva, è debole e soprattutto dannosa — molto più dannosa del danno che vuole denunciare.
La seconda frase, invece, ha una sua verità: se si vuol mettere in discussione la normalità la definirei poco interessante, ma, per parlare della complessità del soggetto, e cioè del fatto che dietro un’apparente normalità (nel senso comportamentale) possa nascondersi una povertà di valori e di interessi, la frase di Lacan è molto illuminante. Dire invece che la normalità non esiste perché tutti siamo malati è, a mio modo di vedere, una grande banalizzazione.
La frase di Andreoli, per concludere, riguarda tanto l’ottica psichiatrica quanto l’ottica psicoanalitica, visto che entrambe — e qui, anche se non è il mio campo, non temo smentite — sono riparative. Non è tramite il farmaco, o tramite il ricovero, che si ricostruisce una grandezza. Il lavoro è per recuperare una fragilità, e in questo non c’è una restitutia integrum, per così dire, e per questo trovo la frase molto interessante.
Visto che la domanda era composta da citazioni, ne uso una di Romolo Rossi, per esprimere la mia idea di psichiatria con parole migliori rispetto a quelle che potrei usare io: “L’attrezzatura dello psichiatra è un’attrezzatura mentale, di per sé specifica e non comune, che fa sua la sofferenza, la tollera perché la elabora e la racconta. Ricostruisce la trama di una vita interiore fratturata, fornendo idee, narrative, teorie, conoscenze biologiche, sociologiche e letterarie. Basta e avanza.”

Per non lasciar nulla d’intentato, mi rifaccio a delle sue parole precedenti: “Mi troverei più a mio agio a parlare di patologia […]”. Prima non ha — giustamente — voluto evadere dalla domanda, così ora le lascio tutto lo spazio necessario per parlarci del concetto di “patologia”.
Per capire cos’è la patologia bisogna parlarne da un punto di vista etologico, antropologico, profondamente osservativo. Ciascuno di noi fa un’esperienza peculiare, unica, irripetibile — e la patologia si definisce a partire da qui, per organizzarsi in certe forme che, lo ripeto perché è davvero importante, sono peculiari. La schizofrenia, per farle un esempio, è indubbiamente una manifestazione comportamentale, ma è anche un vissuto peculiare, e lo posso fare attraverso il linguaggio. Fatta quest’affermazione “semplice”, si può dare un più complesso quadro dicendo che la psichiatria è nata come studio tassonomico di quadri clinici,  e cioè da un punto di vista estremamente comportamentale. Questo lavoro ci ha fatto capire il decorso, anch’esso peculiare, della singola istanza patologica. L’impasse della psichiatria attuale è che la biologia che sta sotto alle manifestazioni più diverse è una biologia molto più complessa di come siamo abituati a pensare. Nelle malattie mentali, la manifestazione può essere la più diversa ma “ciò che sta sotto” non si può comprendere del tutto. Il sogno della psichiatria di qualche decennio fa, e cioè l’avere per ciascuna malattia un determinato substrato biologico, e quindi una determinata cura, sta dunque definitivamente tramontando, tant’è che la ricerca psicofarmacologica, negli ultimi 15 anni, sta davvero battendo il passo. Nel campo della psichiatria infantile, col concetto di disturbo del neurosviluppo, si cominciano a intravedere vie diverse di ricerca.

Bottega di idee ha lo scopo fondamentale di unire le polarità di giovani e cultura. Cosa pensa, nello specifico, del nostro blog e, in generale, di tentativi come questo?
Rispondo partendo da due concetti di fondo. Il primo è quanto ho già detto — e cioè l’educazione. Tutto ciò che punta a rendere interessante la realtà, soprattutto se fatto da giovani, secondo me è bellezza pura, ed è ciò in cui, secondo me, la vita si sostanzia. Il secondo è un punto su cui ho insistito tanto: chi fa questo mestiere sa che la partita neurologica e sintomatica del soggetto si gioca fra i 12 e i 22 anni. Risalire la china, dopo quell’età, è quasi impossibile. Strutturarsi e organizzare un progetto per adulti o uno per ragazzi è totalmente diverso e oserei dire che di questo faccio il senso di tutta la mia vita professionale. Il senso, cioè, di una psichiatria fatta per intervenire “dalla crisi in poi” a una che va a intervenire preventivamente; è nel tentativo di progettualità da giovani per giovani, dunque, trovo grande corrispondenza e mi complimento con voi per questo. Mi complimento, infine, perché il vostro lavoro è interessante nel senso etimologico del termine, “essere in mezzo”. Curiosità, provocazioni, visioni inconsuete, riflessioni fuori dal coro. Anche questo è educare ed educarsi. Grazie.

Federico

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